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Gli stati nazionali sono i migliori “trafficanti”

di Bernd Kasparek e Marc Speer, Bordermonitoring.eu

15 ottobre 2015

Pubblichiamo questo articolo (link originale) tradotto dal tedesco uscito su Bordermonitoring [1]

Ciò che succede in questo momento in Europa ha dell’incredibile. Gli Stati nazionali, indipendentemente dal loro essere o meno membri della UE, agiscono come se fossero dei “trafficanti”. Ciò avviene in un modo decisamente più efficiente rispetto a quanto abbiano mai fatto i “criminali” che agiscono al di fuori delle strutture statali.

Paradossalmente non è la durissima lotta prevista contro i “criminali” a costringerli alla disoccupazione bensì le decisamente meglio organizzate strutture statali che quotidianamente lasciano passare a una velocità impensabile interi treni pieni di rifugiati non registrati. Nel momento in cui scriviamo queste righe ci arriva via Twitter la notizia che per l’appunto il cinquantacinquesimo treno speciale è passato dal confine serbo-croato a quello croato-ungherese.

I rifugiati passano il confine serbo-croato presso la piccola città di Šid della quale abbiamo già parlato nel nostro ultimo articolo.

Qualche settimana fa, nel momento in cui la strada per la Croazia è diventata più lunga, cioè dal momento in cui gli autobus provenienti da Preševo nella Serbia meridionale hanno iniziato ad andare verso Šid e non più verso Belgrado e la Serbia settentrionale, sorprendentemente le autorità croate hanno faticato, almeno in un primo momento, a far fronte al più oneroso carico di lavoro. Diciamo sorprendentemente perché era già chiaro da mesi che con l’innalzamento delle barriere al confine serbo-ungherese prima o poi si sarebbe arrivati a questo punto.In tanto lo avevano ipotizzato. (compresi noi).

A Tovarnik, sul lato croato del confine con la Serbia, è stata sfiorata la tragedia nel momento in cui dei rifugiati sono stati lasciati per ore all’interno di un treno senza aria condizionata e con le finestre che non si potevano aprire. Solo il coraggioso intervento di alcuni attivisti ha potuto impedire che la situazione peggiorasse. In un altra occasione alcuni rifugiati si sono trovati costretti a passare la notte in un cimitero mentre di fronte al campo di accoglienza si sono costituite lunghe file.

Nel frattempo il campo in Opatovac - grazie alla collaborazione dello Stato, della Croce Rossa e dell’UNHCR- sembra essere riuscito a raggiungere un buon livello organizzativo. I tre enti rivendicano ora anche una sorta di primazia rispetto agli attivisti auto-organizzati che nel periodo precedente erano stati a lungo gli unici a garantire il rifornimento e l’assistenza sul posto.

Dopo alcune ore o, a volte, giorni, i rifugiati vengono rimandati da Opatovac verso il confine ungherese. Alcuni con gli autobus, altri con i già citati treni speciali. A Botovo (un piccolo paese croato al confine con l’Ungheria, NdT) questi treni si fermano e da quel punto in poi i rifugiati camminano per circa un chilometro al di là del “confine verde” in modo da poter prendere uno dei treni speciali (da due a quattro ogni giorno) che viaggiano da Zákány sul lato ungherese della frontiera verso Hegyeshalom al confine con l’Austria. Un pompiere volontario dalla parte croata della frontiera ci ha dato una spiegazione sorprendentemente semplice e illuminante per questa procedura: se i rifugiati non attraversano il confine usando i passaggi ufficiali ma a qualche centinaio di metri di distanza è possibile che le guardie di frontiera “guardino da un’altra parte” con la conseguenza che nessuno deve essere controllato dato che nessuno è stato visto. Fino a qualche mese fa non avremmo potuto immaginare che un apparato amministrativo venisse a trovarsi nella condizione di agire in un modo così pragmatico. Torniamo però a Zákány dove noi circa una settimana fa siamo diventati testimoni di questo spettacolo.

Opatovac

A circa duecento metri dalla stazione “ufficiale” attende un treno oscurato con circa venti vagoni. Vengono riempiti uno dopo l’altro sotto il controllo di un cordone di poliziotti che comincia in un viottolo proveniente dal confine. Abbandonarsi al destino (Schicksalsergeben) è l’espressione che descrive al meglio la situazione. Tutto è molto tranquillo e in un certo senso ordinato. Sicuramente ciò è dovuto al fatto che oltre alla polizia ungherese sono presenti anche soldati armati fino ai denti. In una simile situazione la maggior parte delle persone non sarebbe propense a sollevare delle questioni.

Gli unici che in questa atmosfera minacciosa devono essere tenuti ancora sott’occhio sono alcuni volontari che sono presenti sul posto. Non vogliamo pensare a cosa potrebbe accadere se in una tale situazione non fossero presenti dei testimoni indipendenti. Una volta che il treno è stato riempito i volontari hanno esattamente cinque minuti (secondo il tacito accordo che sembra essere in vigore) per rifornire i passeggeri del treno di acqua e alimenti. Abbiamo fatto l’errore, dopo aver svuotato il nostro sacchetto di Ikea pieno di panini, di aver distribuito anche delle sigarette. Ciò si è rivelato illusorio per centinaia di persone e non proprio un atto generatore di pace visto che non tutti fumano. Lezione imparata.

Al confine croato-ungherese si è iniziato a costruire una barriera. A questo hanno collaborato alcune persone che ricevono dallo Stato ungherese un sussidio e che in quanto tali sono state costrette a partecipare ai lavori. A Zákány si trova già “Mad Max 2” (un vagone riempito di filo spinato, NdT) impiegato dalle autorità ungheresi dopo le esperienze della costruzione della barriera al confine con la Serbia dove per settimane migliaia di migranti sono riusciti a passare attraverso un’apertura nella barriera nei pressi della ferrovia di Röszke. Un vagone simile, ribattezzato dai media ungheresi “Mad Max”, ha già chiuso efficacemente il passaggio nella barriera di Röszke.

Staffetta #overthefortress, foto Carmen Sabello

In questo momento stiamo assistendo a una svolta nelle pratiche del controllo delle migrazioni. La battaglia che la UE ha per anni sostenuto di aver portato avanti contro l’“immigrazione illegale” e che solo raramente ha portato ai risultati sperati è ormai alle spalle. Ogni tentativo di bloccare la migrazione (attraverso delle barriere, controlli al confine, punti di registrazione e campi di internamento) è stato abbandonato, almeno nei Balcani. Particolarmente interessante in questo senso sembra essere il fatto che perfino l’Ungheria, un paese che negli ultimi mesi sulla base della costruzione di una barriera al confine con la Serbia è stato considerato in un certo senso un esempio di un politica migratoria che punta a un controllo totale dei flussi, si sia convertita in uno dei “trafficanti” statali dei rifugiati.

Se noi, prematuramente, cercassimo di formulare alcuni punti fermi ci troveremmo a dire che la politica dell’isolamento è fallita e una nuova politica migratoria europea è in questo momento più importante che mai. L’intensa mobilità lungo i confini europei, la forte struttura d’accoglienza e la solidarietà che si sono sviluppate dal basso lungo le rotte della migrazione mostrano che le società europee sono più avanti della politica.

La durezza delle forze politiche si mostra non solo nei controlli alle frontiere dello spazio Schengen o nel rapido inasprimento della legislazione in materia d’asilo in Germania. Ciò diviene evidente nel mantenimento dei vecchi e fallimentari concetti che regolano i negoziati fra la UE e la Turchia. Fin dal 2003 la UE si sforza di far entrare la Turchia nel regolamento che riguarda i confini e le migrazioni. In questo momento tali sforzi vengono intensificati e si finisce per corteggiare il sempre più autocratico regime del presidente turco Erdoğan. Egli dovrebbe riuscire lì dove l’Europa ha fallito: nel controllo dei movimenti migratori.

Opatovac

La UE tuttavia sta cercando di ripetere un grave errore che ha portato alla situazione attuale visto che la politica in tema di frontiere e di migrazioni durante gli anni 2000 nel Mediterraneo centrale si è basata allo stesso modo sulla collaborazione con altri regimi autocratici come quello di Gheddafi in Libia o quello di Ben Ali in Tunisia.

Questo tipo di cooperazione ha portato non solo a gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti ma ha reso anche la UE ricattabile. Infatti fino a quando gli accordi si sono dimostrati efficaci - cioè fino a quando essi sono riusciti a impedire le migrazioni - ogni dibattito sulla possibilità di una politica migratoria più rispettosa dei diritti dell’individuo e più lungimirante è stato messo a tacere. Solo le rivolte sociali e democratiche delle primavere arabe sono riuscite a mettere fine a queste cooperazioni e hanno fatto precipitare la politica migratoria della UE in una situazione di crisi. Sono le conseguenze di questa crisi che oggi ci troviamo a vivere.

Sarebbe necessario cambiare il modo di pensare attuale che si rivolge solo alla capacità di accoglienza effettiva delle società europee. Una politica che non percepisce più i rifugiati e la migrazione come una minaccia ma prende sul serio il loro poter esser parte del corpo sociale (Sozialität) non ha alcun bisogno di cooperazione con dittature e regimi autoritari, di muri e barriere o di stratagemmi semi-segreti per portare le persone da un posto all’altro.