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Calais - I confini dell’Europa e la bidonville di Stato

di Fabio Mengali e Marina Nebbiolo

13 ottobre 2015

Foto: Christian Payne

A Calais soffia già il vento proveniente dal mare, dando il segnale dell’arrivo del freddo anticipato nel Nord Europa. La città è conosciuta per essere un porto di origini romane che si affaccia sul quel confine di mare del canale della Manica posto tra questa e Dover. La sua collocazione a Nord della Francia è stata il motivo delle conquiste inglesi secoli fa portate avanti dal re Edoardo III. La sua posizione geografica non a caso resta una caratteristica primaria anche in questi tempi: rappresenta proprio quella frontiera che distacca nettamente l’Europa continentale dall’Inghilterra.

E’ l’approdo del tragitto dei migranti che vogliono provare ad immaginarsi il proprio futuro in una zona specifica del Vecchio Continente, dove la crisi dell’occupazione e le possibilità di impiego sono forse maggiori. Ma è appunto una città di arrivo dalla quale risulta difficile partire nuovamente: da Calais se si è profughi, richiedenti asilo o cosiddetti migranti economici non si può arrivare in Inghilterra. L’Eurotunnel diventa un passaggio insuperabile, per attraversare il quale sedici persone hanno perso la vita cercando di nascondersi sotto i camion che percorrono questa tratta.

Questa strada subacquea costruita per far transitare le persone che lavorano e le merci è allo stesso tempo militarizzata, controllata dalla polizia francese pronta a respingere i migranti con la legittimità della forza pubblica. In queste settimane, in cui abbiamo visto il volto dell’Europa scoprirsi di fronte alla crisi delle sue frontiere, Calais rappresenta questo. E non solo.

L’Euromarcia partita dalla Spagna per giungere a Bruxelles il 15 ottobre fa tappa a Calais non a caso: è il punto di contraddizione con le frontiere e il campo profughi più grandi d’Europa. I confini sono solo l’altra faccia della grande inumanità del sistema europeo, cioè il sistema di accoglienza.

Foto: Christian Payne

A Calais sorge una vera e propria bidonville di quattromila persone; città-bidone perché lo Stato francese ha relegato le vite di migliaia di migranti in un’area unica - proprio sotto il ponte che porta all’Eurotunnel - dove non c’era niente, se non del terriccio. I migranti, dai vari punti in cui erano raccolti, si sono ritrovati in questo deserto urbano, ovviamente lontano dalla sfarzosità del centro dell’Hotel de ville. Qui hanno dovuto costruirsi delle case con il materiale abbandonato e quello che è stato donato in solidarietà. Qui i migranti si sono autorganizzati per provvedere a quel minimo di mutualismo per la sopravvivenza e per riproduzione di una comunità: dai negozi di vendita del cibo e delle bevande fino ai ristoranti, ai luoghi di culto e alle scuole.

Nell’abbandono totale delle istituzioni, a Calais si è creata questa città(-bidone) nella città che ha una vera e propria autonomia. Questo non significa che la condizione dell’ambiente fisico e naturale sia salubre: i servizi igienici, l’acqua, le abitazioni sono carenti da tutti i punti di vista. Le case sono delle tende recuperate dai migranti oppure sono costruite con del materiale di fortuna. I bagni chimici sono insufficienti per così tante persone. Per non parlare della completa esclusione dei migranti dal resto della città, per cui raggiungere il centro della città o altre zone è molto difficile. Difatti, non mancano i manifesti - soli sulle pareti - del Front National che fa propaganda politica cercando di cavalcare il possibile risentimento degli abitanti del quartiere limitrofo al campo.

Foto: Christian Payne

Insomma, Calais è la coscienza sporca della Francia e dell’Europa: non soltanto perché i confini del tunnel della Manica sono invalicabili e luoghi di tragedie umane, ma anche per come viene concepita l’accoglienza, sempre nelle maglie di un’emergenza continua, nella creazione di un ghetto e nella negazione di diritti basilari quali l’abitare, un ambiente salutare, l’acqua, i canali di inserimento nel tessuto sociale di un territorio.

Al contrario, tutto questo non è garantito dalle istituzioni. Sono i collettivi, le associazioni, i solidali che creano progetti, dalle scuole d’arte allo sport popolare, dando un’altra idea di cittadinanza; una cittadinanza fondata sulla solidarietà e sulla condivisione attraverso un tipo di relazione sociale e attività culturale distante dalla xenofobia.

Le voci dal campo fotografano perfettamente la situazione. E’ così che parliamo con Alpha. Alpha ha edificato la sua casa ed una piccola scuola di arte nell’angolo più lontano del campo. Casa sua è chiamata la “maison blue” per i il suo azzurro acceso e per i colori che ci sono sullo sfondo del suo laboratorio pieno delle sue opere. Perché è qui? Quale motivo può averlo portato a migrare? Si fugge da una Paese solo a causa delle guerre?

Foto: Christian Payne

Alpha è un ragazzo originario della Mauritania, è nato in un piccolo villaggio Peul, popolazione nomade che vive di pastorizia. Da sei mesi sta nella Jungle di Calais: "ho una storia un po’ lunga, ho lasciato il mio paese nel 2005, sono passato in Siria, allora non c’era la guerra, poi sono andato in Turchia e ho fatto il pescatore ad Istanbul per un anno, dopo ho vissuto sei anni in Grecia, ho fatto il meccanico ad Atene, poi il portiere d’albergo a Rodi, ma sono andato via perché non avevo i documenti, ero "sans-papiers" e finivo sempre in prigione, un anno qui, sei mesi là, sono finito in Bulgaria ma succedeva la stessa cosa, poi sono fuggito in Belgio dove vivevo vicino alla stazione, Gare de Midi, ma anche lì, la stessa cosa, e ho lasciato il Belgio per venire in Francia. Ho fatto domanda d’asilo in Francia e adesso aspetto la risposta."

Alpha racconta come si è installato nella jungle: "Questa è casa mia, è una casa Peul tradizionale, sono Peul, ho costruito questa casa per rispettare me stesso, la mia cultura, i Peul sono dei nomadi, che siano in Mauritania, in Mali, in Niger o in Guinea, oppure in Senegal, ci sono tribù che vivono con le mucche, si spostano con il loro bestiame. Nel 1989, la Muritania è entrata in guerra con il Senegal e noi che abitavano nel villaggio siamo stati presi e portati in Senegal, poi nel 2002 il presidente del Senega ha fatto pace con la Mauritania e siamo rientrati al villaggio. Ma all’inizio ci avevano preso, tutto, il bestiame e le terre, ma nel 2005 la guerra è ricominciata e me ne sono andato perché non ne potevo più, non volevo perdere tutto ancora una volta."
"Adesso sono qui a Calais, mi sono rifiutato di fare un riparo con i teli di plastica
".

"Sono un artista, potete vedere le mie opere qui". "Siamo qui perché fuggiamo non solo dalla guerra ma da tanti problemi, sono qui dopo dieci anni che sono partito dal mio paese e non posso tornare perché non c’è la pace, un rifugiato è qualsiasi persona che si sente minacciato nel suo paese”.

La storia di Mohammed, invece, ci trasporta tra un problema di migrazione ed uno generazionale; e nonostante abbia solo ventidue anni, il suo racconto ci parla della durezza della condizione dei migranti sotto la scure del Trattato di Dublino e delle condizioni obbligatorie per avere la cittadinanza al di là del permesso di soggiorno.

Mohammed, rimasto senza madre e padre, lascia l’Afghanistan nel 2011 e arriva in Italia facendo subito richiesta d’asilo. Per quanto la richiesta d’asilo sia andata a buon fine, ciò che è toccato a Mohammed è un’ulteriore barriera che differenzia anche i migranti che hanno ottenuto lo status di rifugiati: la possibilità di vivere degnamente.

Una volta che si diventa rifugiati, si è completamente abbandonati in quel limbo tra il fuoriuscire un CARA, un CIE o un hotspot e l’ottenimento della cittadinanza. Una condizione che di fatto esclude dalla previdenza e dai diritti sociali coloro che arrivano. E trovandosi di fronte alla situazione economica di disoccupazione e precarietà italiana, quale tipo di prospettiva poteva coltivare? E’ così che Mohammed ha deciso di attraversare illegalmente la frontiera francese e, successivamente, l’Eurotunnel tra Calais e l’Inghilterra, cercando di nascondersi nei camion che tutti i giorni attraversano la manica. Ha dovuto farlo diverso volte, perché la polizia francese, su ordine del governo ben pagato dalla compagnia che gestisce il tunnel, lo ha respinto.

Foto: Christian Payne

Alla fine è riuscito ad arrivare a Londra, dopo un transito estenuante e pericoloso, in cui ha trovato un lavoro in un ristorante dove ha passato gli ultimi anni imparando la lingua ed un mestiere. Ha potuto continuare a vivere a Londra fino a quando non l’hanno fermato per un controllo: subito il regolamento di Dublino è entrato in atto, costringendolo prima in un centro di detenzione per migranti, poi a tornare in Italia. Qui il suo diritto d’asilo ha valso poco per poter avere un passaporto che gli permettesse di spostarsi in Europa: il suo datore di lavoro inglese non è considerato uno sponsor per la legge Bossi-Fini. “Cosa ci faccio in Italia? Non posso lavorare, non posso mantenermi, non c’è nessun tipo di aiuto che posso avere”, ci dice Mohammed.

Questo lo ha spinto ad attraversare di nuovo le frontiere e ad arrivare a Calais, dove ormai risiede da un mese gestendo il piccolo ristorante afghano del campo. “Voglio tornare in Inghilterra, ma ho bisogno di aspettare il passaporto che mi devono rilasciare”. L’attesa, nel caso in cui dovesse avvenire se si superano i criteri richiesti, viene accompagnata da un senso di collettività che ha ritrovato nel campo.

Portare le storie, tra le tantissime, di Alpha e Mohammed è uno dei motivi per essere a Bruxelles contro i dogmi di questa Europa, dai confini all’austerità. Per dare un significato altro a cosa vuol dire vivere in Europa: gli esclusi da una cittadinanza che sia dignitosa assieme a coloro che ne sono diseredati.