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Australia - Tensioni nel centro di detenzione a Christmas Island dopo la morte di un rifugiato

The Guardian del 9 novembre 2015

10 novembre 2015

Pubblichiamo la traduzione di questo articolo (link originale) uscito su The Guardian il 9 novembre 2015.

Jessica Elgot, Shalailah Medhora and Ben Doherty

Guardie in ritirata dal noto impianto dopo che i detenuti hanno abbattuto muri ed appiccato incendi a seguito del ritrovamento del corpo di un uomo iraniano in fondo alla scogliera.

I detenuti presso un noto centro di detenzione sulla Christmas Island (l’isola di Natale), in Australia, hanno appiccato fuochi in mezzo ai disordini scoppiati a seguito della morte di un detenuto iraniano.
Le guardie sono state allontanate per “ragioni di sicurezza”, ha dichiarato in un comunicato il dipartimento Australiano per l’immigrazione. La situazione è stata descritta come tesa, ma è stato assicurato che non si è trattato di una rivolta su larga scala.

Il sito è uno dei tanti centri di detenzione lontani dalla costa che accolgono i richiedenti asilo arrivati in Australia su barconi. Nel centro sull’Isola di Natale alloggiano anche i neozelandesi i cui visti per l’Australia sono stati cancellati a causa di crimini commessi, e che sono in attesa del rimpatrio.

La protesta è scoppiata a seguito della morte del rifugiato curdo-iraniano Fazel Chegeni, il cui corpo è stato trovato domenica dalla squadra di ricerca ai piedi della scogliera dell’Isola. Era scappato venerdì dal centro di detenzione.

“La causa della sua morte è al momento ancora ignota, ed è in corso di preparazione un rapporto per il medico legale”, ha dichiarato un portavoce del governo.
Lunedì sono stati offerti degli omaggi a Chegani, definito dagli amici come “un uomo generoso, gentile, riservato e profondamente umile” che aveva subito torture nel suo Paese di origine.

“Era solito indossare gli stessi vestiti, era il tipo di uomo che si toglieva la maglia di dosso per darla a chiunque gliela chiedesse”, ha detto un amico che conobbe Chegani durante il periodo di detenzione a Brisbane. L’amico lo descrive come un uomo gentile, che si allenava quotidianamente e praticava meditazione e yoga.

Circa 200 detenuti sono insorti nella tarda notte di domenica, e le rimostranze sono proseguite fino alle prime ore dell’alba, secondo quanto riportato dagli attivisti del sito. Ian Rintoul, portavoce della Refugee Action Coalition, ha dichiarato che muri e recinzioni sono stati abbattuti, e che i fuochi appiccati in alcune sezioni del centro di detenzione hanno causato consistenti danni.

Il laburista neozelandese MP Kelvin Devis, che ha recentemente visitato l’isola, ha riferito che era stato informato del fatto che i detenuti avessero preso possesso del centro e che le guardie fossero state allontanate.

Lunedì mattina, dice Devis, la maggior parte dei detenuti è stata radunata nel campo sportivo fuori dal centro detentivo. “Il gruppo dà sicurezza e vogliono stare all’aperto”.
“Sono spaventati. Mi hanno chiesto di far venire dal consolato neozelandese persone esterne all’Isola di Natale che possano fare da testimoni sui maltrattamenti che pensano di subire nei prossimi giorni”.

Il comportamento delle guardie alimentava i disordini, ha detto. “Hanno paura che vengano a picchiarli con i bastoni, piuttosto che in primis provare a calmare la situazione,” ha detto Davis. “Io non penso che la situazione si alleggerirebbe se si presentassero ad armi spianate, per così dire”.

Poco prima un detenuto neozelandese ha raccontato alla TV della Nuova Zelanda che le guardie hanno abbandonato il centro. Secondo la traccia audio fornita alla ABC Radio ha dichiarato che “se ne sono andate, hanno dato di matto e sono scappate” .
Lunedì mattina il dipartimento australiano per l’immigrazione ha dichiarato che la struttura era calma, con le recinzioni messe in sicurezza ed il personale che cercava di riportare l’ordine.

“Sono in corso negoziazioni con i detenuti coinvolti nell’azione di protesta con l’intento di risolvere la situazione pacificamente ed al più presto”, è quanto riportato in un comunicato, in cui si specifica anche che le persone coinvolte sono criminali i cui visti erano stati cancellati in accordo con la sezione 501 dell’Australian Migration Act.

I gruppi di difesa dei diritti umani hanno frequentemente sollevato preoccupazioni circa i centri di detenzione australiani localizzati lontano dalla costa. Lo scorso febbraio, un altro rifugiato iraniano era rimasto ucciso durante una sommossa nel centro di Manus Island, nel nord della Papua Nuova Guinea. Un membro dell’Esercito della Salvezza ed una guardia del campo verranno processate a fine mese per il suo omicidio.

Un amico di Chegani ha detto che l’uomo ha avuto una sorta di presentimento nei mesi precedenti alla propria morte, prima che fosse portato al centro detentivo. “Forse era una sensazione accresciuta dal fatto di non aver mai ricevuto un’educazione, ma prima che fosse portato a Darwin aveva confidato al suo amico che sapeva che la sua vita era vicina alla fine. Apparentemente aveva la sensazione che il suo tempo fosse quasi scaduto - non nel senso che intendeva suicidarsi, piuttosto che sarebbe stato ‘richiamato indietro’ ”.
“Aveva subito torture in Iran, poi una lunga detenzione qui...ma non incolpava nessuno ed aveva scelto di lavorare duro per correggere le proprie colpe” ha aggiunto l’amico.
“Affrontava tutto con grande pazienza e senza mai lamentarsi, nonostante fosse intrappolato in un corpo sofferente rinchiuso per anni senza alcuna spiegazione”.

Links utili:
- www.refugeeaction.org.au
- Refugee Action Coalition su Facebook