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La Giungla di Calais non è un campo rifugiati, è un campo pieno di rifugiati - e c’è un’enorme differenza

Jolyon Rubinstein, Independent, 20 gennaio 2016

9 febbraio 2016

La traduzione di un reportage (articolo originale) pubblicato su Independent il 20 gennaio 2016

In un campo rifugiati solitamente ci sono due nazionalità, al massimo. Ma in questa giungla ci sono più di 70 ristoranti e café che servono la loro clientela, ben educata e di classe media, confinata in tende.

Cinque giorni fa, camminando nella Giungla di Calais, mi sono immediatamente vergognato. Pensavo di essere in un posto scuro e pericoloso. Come se stessi camminando all’inferno. In verità, è un po’ più come un purgatorio. Queste persone sono bloccate. Non possono tornare indietro. Non possono andare avanti. Così aspettano.

Noi, pubblico britannico, siamo vittime di un equivoco. La Giungla non è un campo di rifugiati. È un campo pieno di rifugiati e la distinzione è importante. Ci sono più di 15 nazionalità che convivono pacificamente. In un campo rifugiati, di solito, ci sono due nazionalità al massimo. Ci sono circa 70 ristoranti e café in questa Giungla, diversi negozietti che vendono dentifricio, carta igienica e cioccolata. Ci sono anche due chiese, tre moschee, un teatro, una biblioteca e un centro per donne (n.d.r.: una moschea e una chiesa sono state distrutte nei giorni scorsi)

Cosa si vive nella Giungla?”, chiediamo ad Ali, rappresentate di 42 anni della comunità siriana. “Gli animali vivono nella Giungla. Non gli esseri umani”, risponde. “Per l’occidente siamo solo dei numeri. A chi importa? A nessuno.” Ali ha una laurea in economia e un master in business. Istruito ed appartenente alla classe media, era un business man di successo che possedeva una catena di supermarket in Siria.
Per gli ultimi sei mesi ha vissuto in uno squallore disumanizzante che ho trovato difficile da comprendere. “Racconto a me stesso di essere arrivato ieri”, ci racconta Ali. “Ripeto questa storia al mio cervello ogni mattina e ciò mi mantiene integro. Ho visto molte persone perdere la testa in questo posto. È un luogo molto malsano.

Ali mi racconta che la settimana precedente ha incontrato per la prima volta, con gli altri leader delle varie comunità, dei rappresentati dell’Alto Commissariato per i Rifugiati della Nazioni Unite (ACNUR). L’ACNUR ha informato i leader delle comunità che non hanno ancora dei piani relativi alla gestione della crisi. Hanno inoltre riferito che non hanno idea di cosa potrà succedere ai più di 5.000 residenti della Giungla.
I rappresentanti dell’ACNUR apparivano contriti e dispiaciuti, afferma Ali.

Ma le parole non servono a molto e l’inverno con i suoi gradi sotto zero è ormai qui. Le autorità francesi hanno ripetutamente utilizzato gas lacrimogeni e proiettili di gomma sugli abitanti dei campi.
Ali mi racconta che anche i più vulnerabili, come donne incinte e minori, sono stati colpiti.
Ali ha lasciato l’incontro rivolgendo un appello all’ACNUR: “se non potete aiutarci, per favore non fateci del male.”

Sono stimati a più di 500 gli ex interpreti dell’esercito Britannico nella Giungla, che hanno lasciato le loro case dopo che le nostre forze [britanniche] sono state ritirate dall’Iraq, dall’Afghanistan e dalla Libia.
A questi uomini che attivamente assistono le nostre forze armate gli si deve più di questo da parte della nostra società.

Questi coraggiosi uomini che hanno preso parte alle nostre recenti guerre, che cos’hanno di diverso rispetto i Gurkhas che tanto veneriamo? C’è un’orgogliosa tradizione nel Partito Conservatore che prevede di onorare il debito del servizio prestato nelle armi, e attualmente questo debito non è saldato. Numerosi sono i deputati parlamentari dell’opposizione che hanno fatto visita al campo ma nemmeno un solo backbencher del Partito Conservatore o ministro ha messo piede nella Giungla per abbattere i pregiudizi a riguardo. È una vergogna.

Rispetto gli ufficiali con i quali ho prestato servizio”, afferma Mohammaed Nabi, un afghano trentatreenne che ha lavorato come interprete per sei anni. “Ma ora io non sono niente. Ora non ho alcuna utilità”. Per rimanere sano, Mohammed mi racconta che fa il possibile per gli altri membri del campo. Anche solo creare un account Twitter e gestire un gruppo Facebook chiamato “Refugee Voices 2015”. L’inglese di Mohammed è perfetto. Discutiamo di Charlie Brooker e della nuova piega che Justin Bieber sta prendendo. Mi spezza il cuore.

Mohammed ha condiviso una tenda per tre mesi con un minore dell’età di 15 anni, Masud, che nonostante il suo diritto legittimo all’asilo in Gran Bretagna, è stato obbligato, per disperazione, a rischiare la sua vita soffocando in un autocarro, provando inseguito una bufera sui media. Non riesco a sopportare di parlarne in profondità e percepisco che nemmeno Mohammed ne è in grado.

I minori non accompagnati e gli ex interpreti dell’esercito britannico potrebbero alla fine raggiungere la Gran Bretagna ma per il resto di quelli bloccati nella Giungla, il futuro si prospetta disastroso. L’interesse sta crescendo e l’opinione pubblica sta cambiando con l’avanzare dell’inverno.

Ma a meno che i governi non agiscano ora, la maggioranza delle persone che ho incontrato potrebbe essere morta nei prossimi mesi. Il dilemma politico di come gestire la crisi migratoria mondiale è una questione importante, ma la domanda che dovremmo tutti quanti chiederci non può essere più semplice di questa: “come vogliamo trattare le persone?”.