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Asilo, crisi e spazi sociali ad Atene

Riflessioni sulla Grecia tra sforzo europeo, isolamento e solidarietà dal basso

23 febbraio 2016


Atene - Spazio occupato di via Notara 26, Exarcheia


Trovarsi ad Atene in un momento storico e politico come quello attuale spinge inevitabilmente a porsi domande e sviluppare riflessioni circa il presente e il futuro di un sistema - globale e locale - che evidentemente sta mostrando le sue carenze, sia sul piano del discorso politico che accompagna gli eventi, sia su un piano più strettamente pratico di gestione di una situazione certamente complessa e in continuo mutamento, ma al contempo del tutto prevedibile e già nota.

Lasciando da parte per ora gli interrogativi relativi alle cause e alle responsabilità di un tale flusso di persone verso l’Europa, il dato di fatto è che la Grecia in questo momento storico ricopre un ruolo centrale nella gestione del processo migratorio cui assistiamo.

E, se fino ad alcuni mesi fa si insisteva sulla possibilità di una gestione comunitaria del fenomeno, ultimamente sono sempre di più i Paesi che arbitrariamente scelgono di chiudere i propri confini, confermando, di fatto, il deterioramento (se non il fallimento) delle politiche europee di immigrazione. Con la chiusura - ufficiale o de facto - di buona parte delle frontiere sulla rotta balcanica e di alcuni degli stati europei meta dei richiedenti asilo, la Grecia si è trovata in una situazione di stallo nella quale da un lato non vi sono risorse sufficienti per affrontare le conseguenze della crisi migratoria attuale, dall’altro vi è un numero cospicuo di persone che non hanno alcuna intenzione di interrompere il proprio percorso migratorio e fermarsi qui.


Ma quali sono i numeri di questa crisi? Di quante persone stiamo parlando?
I dati raccolti dall’UNHCR per il 2015 parlano di circa 660 mila richiedenti asilo in Grecia, con una media di 3.300 al giorno sull’isola di Lesbo (a comporre circa il 57% degli arrivi nel Paese): questo numero rappresenta il 45% di tutti richiedenti asilo arrivati in Europa lo scorso anno. Dalle svariate isole nell’Egeo, non solo da Lesbo, partono ogni giorno dalle due alle quattro navi di linea dirette al porto del Pireo di Atene, con a bordo un numero variabile di richiedenti asilo, a volte qualche centinaia, altre volte migliaia. Non di rado (mediamente almeno una volta a settimana) vi sono scioperi che rallentano notevolmente lo spostamento dalle isole alla terraferma.

Una volta a settimana, di norma il governo mette a disposizione un traghetto esclusivamente per il trasporto dei richiedenti asilo. In entrambi i casi i richiedenti asilo devono pagare il proprio biglietto, non sono in nessun caso previste facilitazioni economiche.

Una volta giunti al porto ci sono organizzazioni internazionali, operatori sociali, mediatori culturali e linguistici che distribuiscono informazioni circa le due principali due opzioni possibili: continuare il viaggio verso il confine con FYROM - che di recente è diventata un’opzione rischiosa, dal momento che sempre più spesso i confini sull’intera rotta balcanica sono chiusi - oppure dirigersi verso i centri di accoglienza di Atene. Se da un lato la presenza dei centri può essere interpretata come un gesto umanitario e di protezione che il governo offre ai richiedenti asilo, dall’altro essi restano un meccanismo di controllo degli arrivi, della presenza e dei movimenti dei richiedenti asilo, in un’ottica perfettamente inseribile nella politica di sicurezza che caratterizza da decenni le politiche e le pratiche dell’Unione Europea in materia di immigrazione.

Il centro di accoglienza di Eleonas


Quanti, quali e cosa sono questi centri? Ad oggi sono due i centri di accoglienza (ospitalità, in greco) ad Atene: Ellinikò ed Eleonas. Nessuno dei centri si trova in centro città. In entrambi è prevista una procedura di registrazione per coloro che decidono di rimanervi e usufruire dei servizi. Entrambi sono gestiti dal governo, ma buona parte dei servizi e delle facilitazioni al loro interno sono fornite da organizzazioni non profit, volontari greci e stranieri e fondazioni private. I centri sono aperti, ma l’accesso per la stampa, per i volontari e per chiunque voglia entrare necessita di un permesso dall’autorità.

L’approccio ufficiale del governo greco alla questione migratoria sembra volgere tutto verso l’uniformazione allo schema di accoglienza europeo: i centri come elemento chiave di uno schema di accoglienza orientato alla sicurezza nazionale (ed europea); la recente discussione sulla presenza dei cosiddetti hotspot - e su quanto di detentivo essi possano avere; le negoziazioni con la Turchia per la riammissione dei richiedenti asilo.

Tutti questi elementi, però, vanno letti attraverso la lente di un Paese piegato dalla crisi economica, politicamente molto instabile, nel quale il rischio di svolte ultra nazionalistiche e xenofobe non è così lontano dalla realtà e che sembra essere rimasto isolato ad affrontare la crisi umanitaria attuale. In questo quadro, che ha certamente del preoccupante, si inserisce l’attivismo politico della società civile: essa è fortemente attiva nella messa in atto di pratiche alternative per l’assistenza e la solidarietà ai migranti; ad Atene ci si imbatte facilmente in spazi sociali indipendenti e autogestiti che offrono l’alternativa ai centri di accoglienza, che si impegnano a creare reti e relazioni tra i migranti e con la società, nonché a cooperare con realtà simili su tutto il territorio greco.

Alessandra Cedri