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L’accordo con la Turchia e le mosse "audaci" dell’UE

L’analisi di Asilo in Europa

17 marzo 2016

Al termine di un lungo negoziato, nella notte fra il 7 e l’8 marzo i capi di Stato o di governo dell’Unione europea hanno raggiunto un parziale accordo con le autorità turche per affrontare la crisi umanitaria che ha portato centinaia di migliaia di persone a rischiare la vita, attraversando il mare dalle coste turche alle isole greche e poi risalendo la c.d. “rotta balcanica”. A seguito di quel primo accordo è stata pubblicata una dichiarazione dei capi di Stato o di Governo dell’UE. Il 16 marzo la Commissione europea ha poi pubblicato una Comunicazione contenente un piano operativo per mettere in atto l’accordo, che deve essere ancora perfezionato e chiuso, ma del quale intanto circolano già versioni non ufficiali. Di seguito presentiamo la nostra analisi.

La Dichiarazione dei Capi di Stato o di Governo dei Paesi UE e la successiva Comunicazione della Commissione del 16 marzo

L’incontro con le autorità turche era stato preceduto da numerose dichiarazioni da parte di importanti esponenti politici nazionali e di rappresentanti delle istituzioni UE, volte a sottolineare la necessità di mosse audaci (“bold moves”). Il Commissario UE alla migrazione e agli affari interni, Avramopoulos, aveva detto che c’erano una decina di giorni di tempo prima che il sistema crollasse; la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione, in capo ai Paesi Bassi, si era spinta a dire che la dimensione degli arrivi non era più sostenibile ed il tempo stava per finire.
La scelta austriaca di ammettere solo numeri limitati di persone alla frontiera, la chiusura dei confini da parte degli Stati dei Balcani occidentali e l’incessante flusso diretto in Germania, facevano presagire che la situazione fosse ad un punto di svolta. Probabilmente però non in molti avevano pensato che le mosse audaci si sarebbero tradotte in una sostanziale dichiarazione di chiusura indiscriminata delle frontiere dell’Unione.

Da quanto emerge dalla dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo, l’accordo tra UE e Turchia prevederebbe di affrontare la drammatica situazione attuale (milioni di siriani, e non solo, in fuga dalle loro case, spesso a causa di guerre e persecuzioni) respingendo sommariamente in Turchia tutti coloro i quali tenteranno di entrare irregolarmente tramite le isole greche (“to return all new irregular migrants crossing from Turkey into the Greek islands with the costs covered by the EU”). Ciò garantirebbe alla Turchia l’accelerazione delle pratiche per la liberalizzazione dei visti per l’Area Schengen, oltre che la riapertura delle discussioni per l’accesso della Turchia all’UE. Da parte sua, poi, quest’ultima si impegnerebbe a versare rapidamente 3 miliardi di euro in progetti per sostenere i rifugiati siriani in Turchia e a reinsediare in Europa dalla Turchia un rifugiato siriano per ogni rifugiato siriano riammesso in Turchia dalle isole greche. La dichiarazione ricorda, inoltre, l’impegno dell’UE di reinsediare su base volontaria 20,000 rifugiati siriani in due anni e di continuare a lavorare per un credibile programma di ingressi umanitari dalla Turchia.
La successiva Comunicazione della Commissione del 16 marzo cerca di “aggiustare il tiro”, sottolineando – pur con alcune contraddizioni qua e là – che le espulsioni verso la Turchia non sarebbero sommarie né collettive ma dovrebbero avvenire nel rispetto della normativa UE ed internazionale. Quindi, solo a seguito di una valutazione caso per caso e con una serie di garanzie per i richiedenti asilo, incluso il diritto a un’intervista individuale e ad un ricorso effettivo (e solo qualora la Turchia potesse essere considerata, per ogni singolo richiedente asilo, un “Paese di primo asilo” o un “Paese terzo sicuro”; si veda la nostra scheda sulla Direttiva Procedure, in particolare gli artt. 35 e 38).

Il contesto

Secondo l’UNHCR, quasi ottomila persone hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo dal 2014 ad oggi, mentre quasi un milione e mezzo di persone nello stesso arco di tempo sono riuscite ad arrivare vive sulle coste dell’Italia e della Grecia, per poi riprendere in molti casi la loro marcia verso la propria destinazione finale. I movimenti della stragrande maggioranza di queste persone sono forzati da conflitti, guerre e persecuzioni.
Asilo in Europa, già alcuni mesi fa, in occasione del lancio dell’Agenda europea sulle migrazioni (che pure era stata accolta con grande favore dai più), aveva segnalato le fortissime criticità di un approccio miope, incapace di tenere minimamente conto delle esigenze e delle aspirazioni reali dei rifugiati. Avevamo voluto sottolineare come l’approccio Hotspot, seppur addolcito da qualche migliaio di posti di ricollocazione e reinsediamento, fosse una medicina assolutamente inadeguata per fronteggiare una situazione estremamente complessa. Ciò che maggiormente ci colpiva allora e continua a colpirci oggi è lo stridente contrasto fra la disperazione e l’ostinazione di chi ha dovuto lasciare la propria casa, ha visto morire i propri cari, è sopravvissuto ad un viaggio disgraziato e pericoloso, e si trova ora di fronte, nella migliore delle ipotesi, la burocrazia europea nelle forme della ricollocazione verso un altro Paese, magari diverso e lontano da quello auspicato. Peraltro, già allora, i flussi stavano cambiando, ridirezionandosi sulla Grecia e la rotta balcanica e mettendo in ginocchio il neonato approccio Hotspot, tutto calibrato su altri numeri, altri flussi e altre rotte. Pensare adesso che l’Italia abbia quasi gli stessi posti per la ricollocazione offerti alla Grecia, che ha avuto circa sei volte gli sbarchi dell’Italia nel 2015, aiuta a comprendere la poca lungimiranza e la lentezza delle risposte dell’UE.

La cecità e le responsabilità

Nuovo anno, stessa emergenza, resa sempre più acuta da mesi di assenza di risposte. E ora, questa dichiarazione, diretta a dimostrare la capacità di fare bold moves. Spiace dirlo, ma quella che prima era poca lungimiranza ora si sta trasformando in cecità. Pensare – come emerge dalla Dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo – di affrontare la crisi dei rifugiati, dei quasi tre milioni di siriani attualmente in Turchia, con i respingimenti sommari e collettivi verso la Turchia non solo ci appare immorale ed in violazione della normativa UE e internazionale, ma risulta a nostra opinione una misura assolutamente inadeguata ed effimera. Anche la versione proposta dalla Commissione nella sua Comunicazione del 16 marzo – in cui pure è evidente lo sforzo di far rientrare ogni ipotesi di espulsione all’interno della legalità – ci pare per lo meno discutibile in quanto basata su una valutazione della Turchia come “Paese di primo asilo” o “Paese terzo sicuro”. Il che è naturalmente tutto da dimostrare e rischia di rendere allo stesso modo inadeguato ed inefficace l’accordo, oltre a comportare il rischio di allungare i tempi e creare situazioni sempre più critiche e ingestibili sulle isole greche.

I milioni di siriani, iracheni, afghani, che si trovano in transito verso l’Europa non verranno fermati dai respingimenti sommari, come in passato non sono stati fermati dai muri, dal filo spinato e da altri respingimenti. Quelle persone, quei rifugiati, sceglieranno semplicemente altre strade, magari più pericolose, magari più costose, magari più lunghe, ma di certo non si fermeranno, per la semplice ragione che non possono tornare nei Paesi da cui sono fuggiti. Rispetto al fatto che molti possano vivere e restare in altri Paesi, quali la Turchia, ci sembra giusto ricordare che la stragrande maggioranza dei rifugiati nel mondo si trova proprio nei Paesi limitrofi alle zone di guerra.

I conflitti attuali, che stanno devastando Paesi interi e privando di speranze milioni di persone, buttandole di fatto fra le braccia dei fondamentalismi, affondano le loro radici anche in responsabilità storiche (a volte molto recenti, basti pensare alla Libia o all’Iraq) da cui i Paesi più industrializzati non possono certo dirsi esenti. L’Europa, e con lei tutto il “nord del mondo”, deve fare la propria parte. In tutti i campi, a partire dall’impegno ai più alti livelli per frenare i conflitti e ristabilire condizioni di vita dignitose nei Paesi più in difficoltà. Questa è l’unica strada credibile per combattere la crisi attuale. Una strada già ora difficilissima e che lo diventa sempre di più man mano che il tempo passa. Da oltre cinque anni il conflitto siriano ha fatto fuggire le persone a milioni. La stragrande maggioranza è rimasta nei Paesi adiacenti, sperando di poter fare rientro nelle proprie abitazioni. È inevitabile che un certo numero di persone arrivi anche in Europa e che questo sia via via più alto man mano che il numero di rifugiati cresce, soprattutto ora che la speranza che il conflitto finisca va scemando e il desiderio di ricominciare una nuova vita, non in un campo profughi, cresce.

Un siriano per un siriano

In questo contesto deve anche essere analizzato l’impegno dell’UE a reinsediare un rifugiato siriano per ogni rifugiato riammesso dalla Turchia. Asilo in Europa ritiene inaccettabile e immorale qualsiasi tipo di baratto avente ad oggetto i diritti dei rifugiati e in particolare di quelli che mettono a repentaglio la loro vita in mare perché obbligati, non bisogna mai dimenticarlo, dall’assenza di vie di ingresso regolari in Europa. Davvero stiamo pensando di respingere naufraghi e fare entrare un numero equivalente in sicurezza? Di decidere il numero delle persone da mettere in salvo sulla base di quante saranno disposte a mettere a rischio la propria vita?
Oltre che inaccettabile e immorale, riteniamo che questa misura sia altresì illegittima (in caso di eventuali respingimenti sommari o collettivi) e inadeguata a fronteggiare il flusso di migranti e rifugiati “in marcia” verso l’Europa. Un tale flusso potrà diminuire solo se e quando si affronteranno alla radice i problemi dei Paesi d’origine. Non c’è nulla di audace nel respingere alle frontiere migliaia di persone. Non sarà dunque l’accordo UE-Turchia a lasciare una traccia nelle pagine di storia del nostro continente, ma le scene di queste settimane, di uomini, donne e famiglie con bambini e anziani, lasciati a vivere, nascere e morire nel fango.

Conclusione

Volendo chiudere questo breve commento in termini propositivi, riteniamo più urgente che mai che l’UE fornisca tutto l’aiuto possibile alla Grecia e ai Paesi interessati dalla “rotta balcanica” per fronteggiare la terribile crisi umanitaria, lanci un ambizioso piano di reinsediamento dalla Turchia e da altri Paesi terzi, e faccia pressione sugli Stati membri affinché rilascino visti per ragioni umanitarie e favoriscano i ricongiungimenti familiari. Sono queste le misure che nell’immediato, combinate a una seria e non più rinviabile azione di medio-lungo periodo sulle cause all’origine delle migrazioni forzate, potrebbero rappresentare delle vere mosse audaci per contrastare il traffico di esseri umani, favorire un’accoglienza ragionata e pianificata e, cosa più importante di tutte, fermare la strage di esseri umani che sta avvenendo a due passi da casa nostra.