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Over the fortress a Calais: la forza di un sogno

Report e fotografie del 17 Aprile

22 aprile 2016

Galleria fotografica: Denise Battaglia ed Elena Simonetti

Domenica mattina finalmente esce il sole e ci avviamo verso il campo con un interrogativo in testa: come mai tante persone decidono di vivere mesi e mesi nella Jungle pur di arrivare in Inghilterra, quando sarebbe possibile presentare richiesta di asilo in Francia? Vale davvero la pena attendere mesi e mesi in un posto come questo e tentare ogni giorno di nascondersi su un camion, ora che i controlli sono così aspri? Questa domanda ci sorge spontanea pensando a quanti tra i richiedenti asilo con i quali lavoriamo in Italia farebbero di tutto per avere dei documenti francesi.
Coscienti del fatto che per il breve periodo a nostra disposizione non troveremo risposte a nessuno dei nostri dubbi, ci avviamo a piedi verso la Jungle intenzionate comunque ad indagare la questione.
Questa volta non siamo accompagnate come il primo giorno, così trovare la via per il campo è più difficile. Nonostante la decisione di confinare i migranti nella zona delle Dune sia stata governativa, notiamo che non c’è alcuna indicazione o percorso pedonale. Arrivate al campo incontriamo una ragazza eritrea, S., che ci racconta la sua storia. Mentre chiacchieriamo tranquillamente, S. all’improvviso si irrigidisce e inizia a battere sulla tenda dell’amica per svegliarla. Non ricevendo risposta S. ci trascina per nasconderci dietro la tenda con lei e ci invita a non parlare. In quei 5 minuti di agitazione S. ci sussurra di essere terrorizzata dai molti uomini che spesso ubriachi si aggirano tra le tende, a volte anche con atteggiamenti violenti. Poi la voce dell’uomo si allontana e S. ci invita ad entrare nella tenda della sua amica Y. All’interno è tutto molto pulito e colorato, lo spazio è occupato quasi interamente da un materasso circondato da varie candele, una Bibbia e un cavalluccio a dondolo di peluche.
Entrambe sono nella jungle da circa 5 mesi e quasi ogni giorno provano a
traversare il confine nascoste nei camion, tanto che S., ridendo, ci dice che i cani della polizia ormai riconoscono il suo odore. Nonostante ciò, il sogno dell’Inghilterra rimane costante, per motivi legati alla lingua, al miglior tenore di vita ed alle maggiori possibilità lavorative. Il sogno di S. è di crescere lì la figlia rimasta in Sudan.
Pochi metri più in là incontriamo il "consolato della Rojava".

Il proprietario della tenda è un signore del Kurdistan di circa 38 anni che prima della guerra lavorava come architetto. Anche questa abitazione è molto pulita e ordinata. Mentre ci offre un tè, A. ci spiega che diversamente dagli altri lui non vuole restare nel Regno Unito, bensì vuole solo ottenere dei documenti inglesi per poi potersi trasferire in Australia. A parer suo è proprio la forza di questo sogno che gli consente di vivere nel campo. A. dice di avere già i 4000 pounds che i trafficanti chiedono per la traversata. Parlando di soldi torna nuovamente il tema delle attività commerciali interne alla Jungle. Come ci verrà confermato da molti altri, è il gruppo pashtun a controllare la maggior parte delle attività, tra cui ristoranti, negozi e finanche la distribuzione di acqua calda per la doccia. Rimaniamo piuttosto sorprese al pensiero che alcune persone siano disposte a pagare 5 euro per dell’acqua calda, quando poco più in là l’associazione Salam garantisce un servizio di doccia a tempo.
Vagando per il campo confuse da tutte queste informazioni, incontriamo per caso M., un ragazzo Hazara che ci apre l’universo mondo dei minori. Ha solo 16 anni, si trova nella Jungle da due settimane ed appare estremamente disorientato. M. è fuggito dall’Afghanistan insieme a sua sorella la quale però è rimasta bloccata in Austria dove le sono state registrate le impronte digitali. M. è molto combattuto tra tentare la traversata e presentare domanda di asilo in Francia. Nonostante la sua giovane età M. non ha un adulto a cui fare riferimento che lo possa consigliare, tanto che siamo noi a spiegargli l’esistenza di un servizio legale dove rivolgersi per avere un aiuto. Lasciamo M. all’ingresso del centro governativo in cui dorme e notiamo allora che, diversamente da quello che ci era stato riportato, l’ingresso al centro non si basa sulle impronte digitali bensì sulla forma della mano. Tuttavia non sono pochi a credere che informalmente vengano così raccolte anche le impronte.
Nel campo governativo dorme anche Y., un signore tajiko, con la sua famiglia, la moglie K. ed il figlio A. di appena due anni. Noi però non li incontriamo lì, bensì nel caravan dove trascorrono le loro giornate. All’interno della Jungle infatti c’è un area dedicata alle famiglie attrezzata appunto con camper e roulottes.

Il luogo non è tra i più ospitali tanto che Y. ha dovuto sistemare un pallet sopra un’enorme pozzanghera per consentire l’accesso al caravan. Lo squallore dell’esterno contrasta con l’atmosfera accogliente della roulotte.

All’interno, Y. ci spiega che durante la notte lui e la famiglia non dormono nel caravan per ragioni di sicurezza, poiché più volte in passato gruppi di persone hanno tentato di forzare l’entrata mentre loro dormivano.
Nonostante la situazione così precaria Y. non rinuncia comunque al suo sogno di raggiungere la madre e la sorella in Inghilterra e si dice pronto ad aspettare nella Jungle il tempo necessario affinché il figlio di due anni sia in grado di affrontare la traversata nascosto all’interno di un camion.
Usciti dalla zona famiglie, rientriamo nel trambusto del campo discutendo su quanto osservato fin’ora. Ci viene naturale ipotizzare che le reti migratorie abbiamo un ruolo determinante nella scelta del paese di destinazione, forse più del miglior tenore di vita che può offrire l’Inghilterra rispetto alla Francia. Del resto la stragrande maggioranza degli ospiti del campo sono persone originarie dal Sudan e dall’Afghanistan che hanno in Inghilterra famigliari, amici o conoscenti. Inoltre, riflettiamo sulla funzione di socialità che il campo, nonostante tutto, offre: ripensiamo alla storia di un signore di sessant’anni che ci è stato presentato il primo giorno da Maya. Circa sei mesi prima aveva accettato di fare domanda d’asilo in Francia, ed aveva ottenuto un alloggio nei pressi di Parigi, ma pochi mesi dopo è rientrato nella Jungle, non riuscendo a vivere nell’isolamento di un monolocale in città.
Mentre ci arrovelliamo su queste tematiche, concludendo che in soli quattro giorni non possiamo permetterci di azzardare nessun tipo di conclusioni, notiamo che ci sono molti lavori in corso, favoriti dalla fitta presenza di volontari del weekend. Ci avviciniamo a un gruppo di persone che sta ricostruendo il tetto di un’abitazione, il cui proprietario è un artista sudanese noto per lavori in legno, dipinti e disegni che prendono spunto dalla vita quotidiana del campo e dalle sue esperienze passate.
E’ molto orgoglioso dei suoi prodotti, che ci consente di fotografare e riportare online solo perché "siamo italiani, e gli italiani gli hanno salvato la vita in mare quando è sbarcato al largo di Lampedusa". Offrendoci l’ennesimo tè della giornata, ci consente di fotografare anche l’interno della sua pittoresca abitazione, ricordandoci, come tutte le persone incontrate fin’ora, di far attenzione a non riprendere i volti da vicino. Infatti dal primo giorno ci è stata fatta questa richiesta: una fotografia di un volto, pubblicata online, potrebbe poi pregiudicare la domanda d’asilo una volta che la persona sarebbe arrivata in Inghilterra.

Nell’abitazione dell’artista incontriamo un suo connazionale, M., che dopo un primo mese passato nella Jungle ha deciso di presentare domanda di asilo in Francia, sfinito dalla vita del campo e da tutti i tentativi falliti di raggiungere l’Inghilterra. E’ stato fortunato ed ha avuto l’opportunità di iscriversi all’università di Parigi, ora si trova qui per una visita. Affrontiamo anche con lui il tema delle motivazioni che spingono le persone a restare nel campo e ci fornisce un’interpretazione interessante: secondo lui sarebbe proprio la permanenza nella Jungle stessa ad acuire da un lato l’aspettativa positiva verso l’Inghilterra e dall’altra ad inasprire l’astio verso il sistema francese colpevole di ghettizzarli.
Dopo un’intera giornata passata ad ascoltare le aspettative frustrate delle persone in attesa del passaggio che li condurrà verso una vita migliore, incontriamo S. grazie a Liz, volontaria che ci ha aiutato a comprendere la situazione dei minori. S., 16 anni, ha trascorso 4 mesi nella Jungle nella speranza di raggiungere suo padre, legalmente residente in Inghilterra. Proprio oggi, finalmente, con l’aiuto dei volontari del legal center attivo nella Jungle, è riuscito ad ottenere l’autorizzazione dal governo inglese al ricongiungimento. La sua emozione è evidente: dopo mesi di vita precaria e di freddo, dopo aver subito gravi episodi di violenza, anche da parte della polizia francese, il suo sogno sta per diventare realtà. Il sorriso emozionato di S., che tra poche settimane rivedrà il padre dopo otto anni, ci accompagna all’uscita dal campo ed alla fine del nostro viaggio.

Irene Serangeli, Susanna Revolti, Elena Simonetti, Denise Battaglia, Chiara Ioriatti, staffetta #overthefortress a Calais