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Calais. Testimonianze della campagna #overthefortress in Francia

Il rispetto e la tutela dei diritti umani sono solo un’utopia!

26 aprile 2016

Di Irene Rossetti

Conosciuto come The Jungle, il campo di Calais, ospita principalmente migranti provenienti dalla Siria, dall’Iraq, dall’Iran, molti dall’Afghanistan. Una forte presenza é rappresentata anche da coloro che vengono dal continente Africano e dunque ci sono Eritrei, Etiopi, Egiziani ma in particolare Sudanesi.
Come mi spiega una fotoreporter italiana incontrata nel campo, Chiara, in piccola percentuale sono presenti anche persone appartenenti all’etnia Bedoon, minoranza etnica “stateless”, considerati illegali in Kuwait. La loro situazione richiama quella dei kurdi, presenti anch’essi nel campo.
In questi troppo pochi giorni di permanenza nella Jungle (chiamata cosi in modo tristemente autoironico anche da molti dei suoi abitanti,tanto che appena entrata le prime parole che ho sentito sono state “Welcome in the Jungle”) ho incontrato un ragazzo afghano che mi ha fatto da Cicerone spiegandomi bene la situazione attuale e passata.

Lo chiamero Ali, in quanto preferisce non far sapere il suo vero nome. Conosce e parla bene quasi sei lingue grazie ai suoi viaggi e lavori in giro per l’Europa ma ora si trova bloccato nel campo da troppo tempo e, molto stanco, sta seriamente pensando di tornare in Afghanistan, mettendo a repentaglio la propria vita. Si, perché come ci dice chiaramente: “In Afghanistan, quando esci di casa la mattina, non hai la certezza di tornare la sera, specialmente se come me hai lavorato per organizzazioni internazionali, in particolare inglesi o americane.”
Come lui, molti altri che ora si trovano bloccati a Calais sono passati e\o hanno vissuto in Italia e i più fortunati ci hanno lavorato per un periodo. Ali è molto critico nei confronti dello Stato italiano, in quanto, secondo lui le opportunità per i migranti sono molto ridotte rispetto agli altri paesi europei e le tutele per i richiedenti asilo non sono reali ma fittizie; questo stato dei fatti costringe molti di loro a condurre una vita ai margini della società, vivendo per strada ai limiti della sopportazione umana.
Inoltre ci tiene a sottolineare che dal suo punto di vista in Italia anche il livello di integrazione sociale é piuttosto basso, dunque le comunità straniere sono maggiormente ghettizzate ed emarginate rispetto a quanto accade in altri paesi dell’ UE.
Lui é uno dei tanti che quasi ogni giorno tentano di attraversare la Manica e di arrivare in Inghilterra. I modi, mi dice, sono i più svariati e molto pericolosi: si cerca di stare attaccati sooto i camion o di intrufolarvisi, ma quasi nessuno riesce nell’intento poichè i controlli sono rigidissimi e l’impiego di cani e scan da parte della polizia rende impossibile l’impresa.
In questi giorni ho trascorso diverso tempo con dei volontari di Save the Children i quali si occupano dei minori non accompagnati presenti nel campo tentando di fornire loro sicurezza, un minimo di istruzione e dei luoghi dove possano permettersi di avere la loro età e trascorrere del tempo insieme, giocare e provare ad essere spensierati per un po’.

Ho visitato inoltre la warehouse, un grande magazzino nel quale lavorano molti volontari provenienti da svariate parti d’Europa, che trascorrono il giorno smistando tutto il materiale donato 5come prodotti per l’igiene, vestiti, coperte, scarpe ecc) e preparano i pasti che poi distribuiscono nel campo.
Il mese scorso sono stata nel campo di Idomeni, dunque mi sono saltate all’occhio alcune differenze.
A Calais sembra di trovarsi in una mini comunità auto organizzata poiché ci sono piccoli negozi, ristoranti, pub, locali dove si fa musica o si prende un tè. Credo che questa organizzazione, questa microeconomia sia dovuta anche al maggior tempo trascorso qui dai migranti, alcuni dei quali sono bloccati qua da molti mesi. Oserei dire che la necessità di ricreare una sorta di vita “normale” si faccia sempre più sentire e probabilmente anche il campo di Idomeni con il passare del tempo assomiglierà sempre di più a quello di Calais. Ovviamente spero fortemente che ci sia un risveglio di coscienze globale, che le persone inizino a cooperare e ad alzare la testa di fronte a situazioni del genere, che si perda questa sorta di sensazione di impotenza che ci fa scandalizzare solo per qualche istante ma che poi ci fa ripiombare nella nostra accetazione passiva. Auspico che nel breve periodo non sia più necessaria l’esistenza di questi campi dove il rispetto e la tutela dei diritti umani sono solo un’utopia!