logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Nuova protesta pacifica nella piazza principale di Lampedusa

I rifugiati bloccati nell’hot spot: "Vogliamo andare via da questa prigione"

7 maggio 2016

Aggiornamenti da Lampedusa, ore 11.30 - Ci ha appena contattato Chiara Pilotto, una turista veneta in vacanza a Lampedusa che sta seguendo la protesta pacifica dei migranti.
In questo momento le persone, dopo un notte passata all’addiaccio, sono in presidio nella piazza principale di Lampedusa. "Hanno iniziato uno sciopero della fame e della sete per denunciare le condizioni dell’Hot spot", racconta Chiara, "i migranti hanno uno striscione e considerano l’hotspot una prigione. Si rifiutano di rilasciare le impronte perché sono consapevoli di come funziona il regolamento Dublino. Dicono di non avere alcuna intenzione di rimanere in Italia, vogliono proseguire il loro viaggio fino ai paesi europei dove sono presenti i loro familiari e comunità. Sanno che se fossero fotosegnalati ciò gli sarebbe precluso."
Chiara poi aggiunge che "i migranti sono determinati a continuare la protesta pacifica rimanendo nella piazza. E’ passata qui velocemente la Sindaca Giusi Nicolini e l’ex senatrice leghista Maraventano. Quest’ultima ha chiesto ai migranti di spostarsi dalla piazza. Il parroco invece si è sincerato delle condizioni delle persone e sta mediando con la polizia. Alle 16 ci saranno delle cresime e quindi la situazione potrebbe peggiorare"
Proprio ieri sera, inoltre, sono sbarcate 121 persone, immediatamente portate nell’hot spot dell’isola.


Lampedusa, ore 12.30 - Fa freddo e piove.
Chiara ci comunica che il parroco Mimmo Zambito ha aperto le porte della chiesa spiegando che "la chiesa è di tutti". Tra il gruppo di rifugiati ci sono minori e quattro ragazze; per il momento nessuno entra perché vogliono mantenere alta la visibilità delle protesta e delle loro istanze. Alcuni continuano lo sciopero della fame, mentre un gruppo visibilmente stanco sta accettando il cibo solo dagli isolani solidali con loro.
Nel frattempo è arrivato il pullman della Misericordia per riportare i migranti dentro l’hot spot, quello che gli stessi migranti considerano "una prigione".
Un poliziotto in borghese si è presentato come mediatore; vuole i loro numeri di identificazione e con la scusa della pioggia sta cercando di convincerli a salire sul mezzo. I migranti rispondono "noi veniamo dalla pioggia, cioè dal mare".
Fallito il tentativo arrivano i mediatori della Misericordia che a loro volta provano a convincerli a salire sul pullman, destinazione hot spot. Sono arrivate anche le operatrici dell’UNHCR e di Save the Children; avvicinata da Chiara l’operatrice dice di fornire informazioni ai minori sulla procedura d’asilo e di ricongiungimento familiare.


Lampedusa, ore 18.30 - Siamo sempre in contatto con Chiara, una turista veneta presente sull’isola che ha deciso di seguire la protesta pacifica dei migranti.
"Attualmente sono ancora 56 le persone che vogliono rimanere in piazza, hanno detto che passeranno un’altra notte all’addiaccio". Le istanze dei migranti, ci conferma Chiara, sono molto chiare: "la polizia ha detto che entro 2 giorni saranno imbarcati verso la Sicilia, ma i migranti vogliono partire immediatamente. Per loro l’hot spot è una prigione, sono bloccati qui". Ci segnala che ora solo il collettivo Askavusa sta portando del cibo a coloro che, stremati, hanno deciso di interrompere lo sciopero della fame. I migranti hanno poi volantinato un comunicato alle persone e al clero che uscivano dalla chiesa; il vescovo di Agrigento, accompagnato dalla polizia in borghese, si è fermato a parlare con loro (vedi video di Repubblica).
In serata si sono aggiunti 10 ragazzi somali; anche loro hanno deciso di non rientrare nell’hot spot e si sono accampati in piazza per trascorrere assieme la notte.


Di seguito la nota del Collettivo Askavusa di Lampedusa con il comunicato delle persone "migranti" che da ieri hanno dato vita ad una protesta pacifica perchè bloccate da mesi nell’hot spot.

Da quando l’Hot Spot di Lampedusa è entrato in vigore le condizioni di vita delle persone all’interno del centro e nell’isola in generale si sono aggravate. Le proteste degli eritrei avvenute a dicembre hanno subito una repressione violenta da parte delle forze dell’ordine ma lontano dalle telecamere, dagli obbiettivi e da tutto il clamore mediatico che si ostina a descrivere l’isola come “isola di accoglienza”.
Le situazioni di protesta, di disagio, di sovraffollamento si sono con continuità mantenute all’interno del centro di Lampedusa per tutti questi decenni e si sono aggravate con la trasformazione del centro in Hot Spot.
Adesso sull’isola assistiamo nuovamente alla forte militarizzazione, giustificata ogni volta o con emergenze o con tragedie che sono sempre provocate, alle solite passerelle, ieri un incontro di esponenti politici europei in cui si proponeva un Mare Nostrum Europeo e una Guardia Costiera Europea, ad una crisi sociale della comunità lampedusana messa in questi anno a dura prova da questa pressione politica, militare e mediatica.

Chiediamo a tutti di diffondere questo comunicato e di firmare l’appello per la chiusura del centro di detenzione per migranti di Lampedusa, e ai lampedusani chiediamo di ricompattarsi per salvare l’isola e la nostra dignità.

Ieri notte alcuni di noi insieme ad altre poche realtà associative hanno passato la notte insieme alle persone “migranti” in protesta che hanno scritto il seguente comunicato. Ci sono state anche tensioni poiché un gruppo di loro in protesta da qualche giorno ha fatto atti di vandalismo, questo è controproducente perché distoglie lo sguardo dal vero problema e induce ad un odio tra lampedusani e migranti che come abbiamo visto in passato è stato funzionale alla strategia dell’UE ed in alcuni casi provocato.

Noi siamo profughi/rifugiati siamo venuti qui perché scappiamo dai nostri paesi in guerra, i paesi da cui proveniamo sono Somalia, Eritrea, Darfur (Sudan), Yemen, Etiopia. Il trattamento che riceviamo nel campo di Lampedusa è inumano (ci sono stati anche casi di maltrattamento per il forzato rilascio delle impronte digitali da parte delle forze dell’ordine). Se non lasciamo le impronte gli operatori della gestione del centro sono aggressivi verbalmente e fisicamente nei nostri confronti, ci sono discriminazioni per la distribuzione dei pasti e ci vietano di giocare a pallone nel cortile. I materassi sono bagnati dall’acqua che esce dai bagni e questo può causarci anche malattie.
Ci sono minori, donne incinte e persone con problemi di salute che non ricevono le cure adeguate.

Siamo a Lampedusa, chi, da 2 mesi, chi, da 4 mesi.
Finché non ci daranno la possibilità di andare via da questa prigione in un luogo in cui ci sono condizioni di vita più dignitose ci rifiuteremo di dare le impronte.
Siamo venuti per il bisogno di libertà, umanità e pace che pensavamo ci fosse in Europa.
Non vogliamo essere rinchiusi in una prigione senza aver commesso reato, vogliamo una vita più dignitosa e provare ad avere protezione dato che scappiamo da situazioni che ci mettono in condizioni di rischiare la vita.
Lasciare le impronte in queste condizioni non ci lascia la libertà delle nostre scelte future come ad esempio potersi ricongiungere ai propri familiari o comunità già presenti negli altri paesi.

VOGLIAMO ANDARE VIA DA LAMPEDUSA PER AVERE LA PROTEZIONE CHE CERCHIAMO SCAPPANDO DAI NOSTRI PAESI. MOLTI DI NOI SONO IN SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE E NON SMETTERANNO FINCHÉ NON SARANNO SODDISFATTE LE NOSTRE RICHIESTE.