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Benvenuti al City Plaza Hotel: l’albergo per profughi della Grecia

Andrew Connelly, Irin - 6 maggio 2016

17 maggio 2016

- Articolo originale - arabo

I nuovi ospiti del City Plaza Hotel, nel centro di Atene, possono andarsene in qualsiasi momento, ma per il momento non possono lasciare la Grecia.

Atene - In marzo, mentre i confini sulla rotta dei Balcani venivano sbarrati intrappolando in Grecia più di 54.000 migranti e rifugiati, una rete di docenti, attivisti e cittadini greci di sinistra si sono messi in moto per occupare questo hotel da lungo tempo abbandonato, con l’obiettivo di creare un rifugio cogestito per centinaia di famiglie, molte delle quali composte da donne e bambini.

I rifugiati bloccati in Grecia sono sparsi ovunque, dalle pendici isolate del monte Olimpo, non lontano dalla Macedonia, alle vecchie e polverose caserme nei presso del mar Ionio, fino al Pireo, nel meridione, e alle sue tende frustate dal vento.

Più di 8.200 persone si trovano sulle isole dell’Egeo, gran parte delle quali rinchiuse negli squallidi centri di detenzione previsti dall’accordo tra Unione Europea e Turchia, il quale stabilisce che la maggioranza di questi venga deportata nuovamente in Turchia, verso un destino incerto.

Il City Plaza, al contrario, un edificio biancastro a sette piani dai balconi pronunciati, fornisce stanze private e pulite per 400 profughi, con pasti regolari e attività per i bambini. Dopo la sua apertura, in aprile, è quasi al completo e, come appare sempre più evidente, i suoi ospiti non se ne andranno molto presto; gli organizzatori del lussuoso immobile occupato stanno quindi cercando di favorire l’integrazione dei rifugiati nella società greca, aiutando i papà a trovare un lavoro e facendo entrare i bambini nelle scuole pubbliche.

Uno degli occupanti, il giornalista Yiannis Andrulidakis, ha legami particolarmente profondi con le difficoltà dei profughi. Il padre è stato un profugo greco fuggito dalla Turchia, che è successivamente riparato in Francia per scappare all’oppressione della dittatura militare degli anni ’60. “Ci battiamo ancora per l’apertura dei confini, siamo contro le politiche dei confini e a favore della libera circolazione in Europa per tutti i rifugiati. Ma ci siamo detti, se ora sono bloccati qua, sono i benvenuti e li aiuteremo a vivere con noi in condizioni umane e dignitose”.

La vita in comunità

Nella sala da pranzo del Plaza si tengono riunioni giornaliere. In una cacofonia di greco, inglese, arabo e farsi, vengono decisi i turni della settimana, ripartendo tra gli ospiti gli incarichi di pulizia, servizio alla mensa e servizio d’ordine.

Nesrine, un’ex insegnante di inglese proveniente dalla Siria, regge un caffè con una mano, mentre con l’altra trattiene Basel, il suo irrequieto bambino di due anni. Lei e sua cugina sono partite da Aleppo, nella speranza di raggiungere i mariti arrivati in Germania la scorsa estate, quando la rotta dei Balcani era ancora aperta. Ora sono bloccate in Grecia, costrette a riporre le loro speranze nel ricongiungimento familiare, una procedura che potrebbe durare mesi o addirittura anni.

Stando all’UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, più del 60% dei profughi bloccati in Grecia sono donne e bambini.

Nesrine, una degli ospiti dell’hotel con il braccio Basel la sua bambina di 2 anni-year-old son, Basel

Stiamo aspettando di diventare esseri umani. Ora siamo solo numeri. Ma questi ragazzi hanno messo su un bel progetto” dice Nesrine. “I greci sono buoni, forse perché capiscono la povertà e la guerra. Hanno vissuto per tanto tempo quello che stiamo passando noi. Anche ad Aleppo, cento anni fa, sono arrivati rifugiati greci.”

Nelle ultime due settimane ad Aleppo, la più grande città della Siria, sono piovute bombe che ne hanno devastato i quartieri residenziali, facendosi beffe del cessate il fuoco raggiunto in febbraio. I genitori di Nesrine le hanno dato i loro ultimi risparmi perché raggiungesse l’Europa.

Dove si nascondono?

Ho appena parlato con loro su Skype. Sono sotto terra, cercano di nascondersi dalle bombe dove possono e sono felice che siano vivi. Ogni volta li chiamo e le mie prime parole sono “mamma, respiri ancora?”.

La nuova normalità

Il City Plaza è un formicaio in attività. Anziane signore siriane passano l’aspirapolvere nei corridoi, bambini curdi puliscono i tavoli, mentre donne iraniane servono piatti fumanti di riso e verdure fritte. Lo stesso albergo è una metafora delle travagliate vicissitudini della Grecia. È stato costruito per le Olimpiadi del 2004 grazie a prestiti statali distribuiti liberamente negli anni del boom; l’azienda ha poi dichiarato bancarotta, seguita da voci secondo cui il proprietario sarebbe fuggito senza pagare ai suoi dipendenti l’ultimo stipendio.

Rifugiati e volontari servono la cena che hanno aiutato a cucinare

Gli ex dipendenti hanno saputo cosa stiamo facendo qui e ci hanno dato pubblicamente il loro appoggio” dice Andrulidakis. “Ci sono altri stabili inutilizzati ad Atene. Potremmo togliere migliaia di profughi dalle strade con altri cento posti così. Come si può negar loro un tetto?

Per il momento le autorità cittadine, forse sollevate dal doversi occupare di qualche centinaio di profughi in meno, non hanno preso alcuna iniziativa per far sgomberare i nuovi ospiti dell’albergo. Dal momento che la sofferente economia greca non mostra segni di ripresa e che rimane debole il potere dello stato, reti di solidarietà come queste offrono un nuovo modo di affrontare l’emergenza umanitaria creata dalla chiusura delle rotte seguite dai profughi. Loukia, un’attivista e dottoranda in scienze politiche, si arrotola una sigaretta mentre dietro di lei alcuni bambini afghani giocano con un cane.

L’idea è di costruire nuove comunità, dove profughi e popolazione locale possano convivere. Non possiamo accettare che i profughi vengano sistemati in ghetti o in centri di detenzione disumani”, dice a IRIN. “È difficile per i profughi. Non riuscivano a capire perché lo facevamo. Pensavano che fossimo una grossa ONG o un attore statale, qualcosa di ufficiale. Non riuscivano a capire come avessimo ottenuto una struttura così grande, e senza essere pagati. Ma qui, alla fine, hanno un tetto sulla testa, mangiano bene e sono in un posto pulito. Non volevano stare in Grecia e non ci resteranno per sempre, ma per ora è questo il loro prossimo passo.”