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I siriani trasferiti in Turchia grazie al patto con l’Unione Europea “non hanno avuto accesso alla consulenza legale”

Patrick Kingsley e Eiad Abdulatif, The Guardian - 16 maggio 2016

24 maggio 2016

- Articolo originale

I profughi raccontano di essere detenuti in condizioni pessime, senza sapere quando verranno rilasciati e senza poter raggiungere le loro famiglie in Turchia

Istanbul - I primi siriani rimandati in Turchia grazie all’accordo tra questo paese e l’Unione Europea da tre settimane sono trattenuti in un centro isolato senza poter contattare un legale. Questo fatto suscita ulteriori dubbi sulla solidità delle affermazioni dell’Unione Europea, che sostiene siano stati rimandati in un paese terzo sicuro.

Nelle prossime settimane centinaia di altre persone verranno probabilmente espulse nello stesso modo, e chi è già stato respinto ha annunciato che quanti li seguiranno dovranno fare i conti con detenzioni arbitrarie, procedure di asilo incomprensibili e condizioni di vita non dignitose.

Tali dichiarazioni compromettono la legittimità dell’accordo migratorio tra Unione Europea e Turchia, in virtù del quale è probabile che gran parte dei siriani che sbarcano sulle isole greche saranno rimandati in Turchia, dove si presume che possano vivere senza alcuna restrizione.

La Turchia ha assicurato che presto i profughi saranno rilasciati. Un gruppo di dodici siriani che il 27 aprile è stato rimandato lì in aereo ha però raccontato al telefono di essere stato rinchiuso fin dall’arrivo a Düziçi, un remoto centro di detenzione nel sud della Turchia, senza avere accesso ad una procedura di ricorso comprensibile. È ancora sconosciuto il destino di altri due siriani deportati prima di loro, in aprile, insieme a centinaia di persone appartenenti ad altre nazionalità.

Non potete immaginare in che situazione terribile ci troviamo, qui”, dice una madre siriana detenuta insieme ai suoi bambini, che ora, non vedendo altre alternative, vuole tornare in Siria. “Io e i miei bambini stiamo soffrendo; il cibo non è commestibile. Li costringo a mangiare perché non ho denaro per comprare niente, ma loro non vogliono perché dentro ci sono gli scarafaggi.”

Ha raccontato, inoltre, che a chi è trattenuto lì è stato negato l’accesso alla consulenza legale e a cure mediche specializzate.

Come tutti gli altri detenuti che sono stati intervistati, la signora siriana ha chiesto di rimanere anonima per paura di ripercussioni, ma ha detto di voler tornare in Siria, dal momento che per la sua famiglia anche una zona di guerra sarebbe meglio che stare in un centro di detenzione per profughi in Grecia o in Turchia.

Molti siriani hanno vissuto in Turchia prima di raggiungere la Grecia, ma da quando sono stati trasferiti sul suolo turco non sono ancora stati in grado di raggiungere le loro famiglie. In seguito alla conclusione dell’accordo migratorio, hanno acconsentito ad essere trasferiti dalla Grecia, dove erano trattenuti, in Turchia, convinti che in Europa non sarebbe stato dato loro asilo e nella speranza di potersi riunire alle proprie famiglie.

Abbiamo ritirato le nostre richieste di asilo in Grecia per poter tornare alle nostre case, non per venire in questa prigione”, ha detto un’altra detenuta che ha chiesto di essere chiamata Lara, un nome inventato.

Ha poi aggiunto: “non ci lasciano partire. Aspetto un bambino, non sto bene… Cosa ci faccio qua? Ci dicono solo che dobbiamo aspettare. Se ci dicessero che dobbiamo star qui per un mese o due, andrebbe bene… ma non sappiamo nulla.

Centinaia di persone di altre nazionalità, trasferite grazie all’accordo in un altro centro di detenzione turco, hanno detto ai politici europei di non aver avuto la possibilità di fare richiesta di protezione internazionale.

Un portavoce del governo turco, quando gli è stato chiesto un commento, ha annunciato che i dodici siriani verranno presto lasciati liberi di andare. “Prevediamo che saranno rilasciati la prossima settimana, quando avremo terminato i controlli sulla loro identità”, ha dichiarato il portavoce che, in linea con il protocollo governativo, rilascia le sue dichiarazioni in forma anonima. “Una volta rilasciati, potranno andare in un campo profughi o rinunciare al programma di insediamento abitativo finanziato dal governo.”

Altre persone detenute nel campo da lungo tempo, però, sembrano dubitare che qualcuno possa essere liberato in un prossimo futuro. Uno delle centinaia di profughi siriani, anch’egli detenuto a Düziçi, ha detto di essere lì dal 20 febbraio, dopo essere stato prelevato dalla sua abitazione. Ha affermato di non aver ancora capito il motivo della sua detenzione, né quando sarà rilasciato, e dubita che qualunque persona lì trattenuta verrà rilasciata presto.

Sono tutte chiacchiere”, ha detto Abu Hassan, un droghiere detenuto con moglie e figli, che ha chiesto di essere citato sotto pseudonimo. “Ci stanno solo facendo pressione perché torniamo in Siria a morire.”

La Turchia ha accolto più profughi siriani di tutto il resto del mondo fin dallo scoppio del conflitto nel 2011, ospitandone circa 2,7 milioni secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite. Deve rispondere, però, a numerose accuse di violazione dei diritti dei profughi; nonostante i recenti emendamenti alla legislazione, i siriani in Turchia non godono ancora del diritto fondamentale al lavoro e molti bambini della medesima nazionalità non vanno a scuola.

I profughi siriani hanno inoltre raccontato di essere stati vittime di sparatorie sul confine turco; altri hanno dichiarato di essere stati riportati in Siria. La Turchia ha respinto tutte le accuse, continuando a sostenere di avere una politica di porte aperte nei confronti dei profughi siriani.

La Turchia è il paese che ospita più profughi nel mondo” ha dichiarato recentemente il Ministro degli Esteri turco. “La possibilità che i siriani siano incoraggiati o obbligati a tornare nel loro paese è da escludere. La Turchia è vincolata da obblighi derivanti dal diritto internazionale e ha tutta l’intenzione di continuare a dare protezione ai siriani che scappano dalla violenza e dall’instabilità del loro paese.”

Un portavoce dell’Unione Europea ha dichiarato che il patto tra l’Unione e la Turchia assicura “alti standard di protezione internazionale nel paese di primo arrivo, vale a dire la Turchia.”

John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa, ha dichiarato: “l’automatica detenzione dei dodici siriani che sono tornati volontariamente in Turchia non lascia ben sperare per quanti hanno presentato un ricorso in Grecia. Non è quello che è stato venduto alla popolazione dell’Unione e ai profughi siriani, quando i rappresentati di Unione e Turchia promettevano che il patto avrebbe rispettato scrupolosamente i diritti dei profughi.

La Turchia deve garantire che non ci sarà alcuna detenzione arbitraria” ha aggiunto Dalhuisen, “e che se anche profughi e richiedenti asilo dovessero venire trattenuti, vivranno in condizioni dignitose. Se il gruppo di siriani che è tornato volontariamente è rinchiuso senza accesso a cure mediche o consulenza legale, cosa ne sarà di coloro che vengono trasferiti lì contro la loro volontà?