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Grecia, dove la solidarietà è rivolta. Dove si rivolta la solidarietà

Compagn* in viaggio contro le frontiere

15 giugno 2016

Tornati da Idomeni ci siamo presi un periodo di riflessione prima di metterci a scrivere alcune considerazioni. Avremmo voluto scrivere prima queste righe ma siamo stati scavalcati dal tempo dell’emergenza, che per l’ennesima volta si è imposto sbattendoci in faccia la violenza del regime dei confini: lo sgombero di Idomeni e i trasferimenti forzati in campi dalle condizioni vergognose, i rastrellamenti e la caccia al negro di Ventimiglia, nuovi sbarchi e nuovi naufragi sulle coste della Sicilia.
Questo testo non è esattamente un report del nostro viaggio, poiché crediamo che molti siano i racconti e le narrazioni che in varie forme già sono circolate in rete, sviluppate da parte dei/lle tant* volontar*, curios*, attivist* ecc.
Vogliamo però sottolineare che molte delle narrazioni emerse [1] si sviluppano secondo un punto di vista per noi fondamentale: si tratta di mostrare il campo per come davvero è, e non per come il nostro immaginario umanitario-europeo ci imporrebbe di vederlo: contrariamente a molti dei racconti più mainstrean, quindi, quelli di chi ha visto Idomeni con i nostri stessi occhi, sono racconti di un campo quasi interamente autorganizzato dove la dignità è molta più che la disperazione e dove l’unica cosa chiara a tutt* è la farsa messa in atto dall’Unione Europea. Un primo punto, dunque, fondamentale: nessuna tragedia ad Idomeni, dove pure, certo, si viveva nelle tende e alle volte si faceva la fila per il cibo, ma dove più della disperazione i sentimenti predominanti erano l’indignazione, la speranza e la rabbia. Anche dopo lo sgombero, in molti hanno trovato un modo di resistere alle deportazioni forzate e sono rimasti nella zona.

Al campo qualche amara certezza evidente agli occhi di tutt*: le frontiere sono state chiuse in faccia a quelle persone sulla cui accoglienza si è basata tanta retorica dell’Europa della pace. Il sistema del diritto d’asilo è sospeso per tutti i migranti bloccati in Grecia: l’unico modo per presentare la domanda è, ormai da tempo, una chiamata skype alla quale sistematicamente ed in modo chiaramente programmatico non risponde nessuno. Sembra “quasi” che qualcuno tema che il diritto d’asilo funzioni davvero. È evidente infatti che se tutti i siriani, iracheni, curdi, afghani, palestinesi, presenti ad Atene, ad Idomeni, nelle isole, presentassero domanda d’asilo, questa non potrebbe che essere accolta. E invece le politiche europee si sono volutamente poste al di fuori dal diritto internazionale: su tutte, l’accordo UE-Turchia del 20 marzo scorso che riconosce la Turchia come “paese terzo sicuro” chiudendo gli occhi sulla violenza del regime di Erdogan.

I lenti passaggi previsti per la domanda d’asilo, volutamente complicati, si legano ad un altro aspetto evidente della vita del campo. Qui si vive un tempo sospeso: fra la barriera che si frappone al futuro e la drammatica prospettiva del ritorno. A Idomeni, come a Ventimiglia o Calais, muri e polizia impongono un’ipoteca sul presente.
Già ad Idomeni, però, ci siamo accorti che i migranti non sono soggetti passivi di questa sospensione. Se da una parte molti scelgono il rischio del passaggio illegale, chi attende riprende immediatamente in mano l’organizzazione e la produzione della sua vita. C’è chi costruisce una dimensione di quotidianità attraverso le attività che gli erano familiari a casa, qualcun altro nella rabbia trova il modo di investire le sue energie in una petizione per cambiare la procedura assurda della domanda d’asilo [2], documentare quanto accade [3] o organizzare la rete di chi vuole arrivare in Europa [4].
Nessuna rassegnazione, ma una dimensione auto-organizzata attorno ad un problema comune: rompere la selezione che un’Europa autoritaria cerca di imporre. In questo senso la narrazione “mainstream” è totalmente aliena alla realtà dei campi: la rappresentazione dei migranti come pazienti vittime in attesa d’aiuto è accuratamente creata per normalizzare una situazione di difficile gestione. Anche le versioni “di sinistra” di questo racconto, che arrivano a paragonare i campi sui confini ai campi di sterminio nazisti, ci sembrano del tutto funzionali al potere. Questi atteggiamenti, troppo diffusi, contribuiscono al mantenimento delle gerarchie di privilegio e potere nella solidarietà, che negano ancora una volta ai migranti la possibilità di decidere in modo libero e attivo sulle proprie vite, e schiacciando, in fin dei conti, i tentativi di portare quella solidarietà oltre l’umanitarismo e renderla comune azione politica.

Idomeni, foto di Gaia De Luca

Ma quello che accade sulla frontiera greco-macedone non è un fatto isolato né riguarda solamente i paesi confinanti. Quello dei flussi migratori è un problema immediatamente europeo e, pur tra differenze contingenti, è un piano europeo quello che le élite dei paesi dell’unione vogliono mettere in atto. Dopo la “tragedia greca” dello scorso luglio, è ancora in questo paese che si segna uno snodo centrale del processo politico continentale. Se l’imposizione dell’ennesimo piano d’austerità contro un referendum popolare segnava la separazione tra la democrazia ed il progetto iperliberista di Europa a trazione tedesca, l’accordo tra UE e Turchia e la gestione dei confini greci danno corpo ad un’ipotesi di gestione dei territori europei fondata sui confini.
Con questo non intendiamo che l’Europa stia assumendo una postura totalmente escludente verso le centinaia di migliaia di persone in arrivo. Per quanto ancora ad ogni confine corrisponda una quota di “inclusi” arbitrariamente separata da altri esclusi, lo scopo di questa separazione è la creazione artificiale di una stratificazione. Il campo è solo il primo di una serie di barriere, i cui passaggi successivi si trovano nell’accesso alla cittadinanza, al welfare, ai diritti ed al salario. La “crisi migratoria” degli ultimi anni non è altro che l’inceppamento di questa successione di confini dovuta all’enorme aumento del flusso di persone in arrivo. Solo per fare alcuni esempi dei numerosi filtri citiamo il sistema delle quote, la differenziazione sulla base del paese d’origine, la categoria di “migrante economico” che delegittima il diritto allo spostamento anche per i migranti interni all’UE. L’implementazione di questi e altri dispositivi in cui inclusione ed esclusione si confondono, ha un segno comune dato dall’uso sempre più apertamente violento ed ostile della forza pubblica. Che si tratti della violenza degli scontri al confine contro i migranti che reclamano la riapertura della frontiera, degli arresti e della criminalizzazione di volontari e attivisti, della repressione di piazza e giuridica dei movimenti europei contro austerity e precarietà, la tendenza è quella di gestire i conflitti eliminando la dialettica politica in favore di un controllo poliziesco - se non militare - sempre più stringente e oppressivo.
Paradossalmente, dopo anni di stallo, c’è un avanzamento reale del progetto di unificazione, nella direzione di un’ipotesi di Europa fatta di sequenze di confini senza stati (nel senso di welfare). Non ci ha quindi stupito apprendere al campo di Idomeni che in Macedonia stazionano al momento le polizie di molti stati dell’unione.

Ma la crisi migratoria non sta accelerando processi transnazionali solo sul piano del governo: anche nella costituzione materiale, nelle relazioni, nel tessuto sociale e nelle lotte si sta lentamente producendo uno scarto. Ci sembra che il processo in atto dal basso sia prima di tutto una sostanziale messa in crisi del concetto stesso di confine, della sua capacità di normare e filtrare i popoli: quando milioni di persone decidono di rispondere alla barbarie della guerra capitalista spostandosi in massa, è un presupposto fondamentale dell’ordine costituito moderno ad essere messo in dubbio.
Questa “contestazione” radicale non si osserva solo all’esterno dello spazio europeo. Un movimento di solidarietà diffuso e attivo prende corpo soprattutto tra gli europei più giovani. C’è una generazione-Schengen composta da tutte quelle persone cresciute nell’area europea dentro ad una retorica di sostanziale smantellamento dei confini, che oggi si riconoscono nella rivendicazione della libertà di movimento e installazione. Una composizione sociale per cui migrare è diventata pratica abituale, cresciuta pensandosi libera di spostarsi seguendo non solo i ricatti del precariato ma anche desideri e aspirazioni, per cui il lavoro precario è necessariamente un lavoro mobile, e per cui la migrazione è anche un’opzione di accesso al welfare. Se possiamo sintetizzare lo sfruttamento moderno come una continua normazione e cattura dei tempi di vita, ecco che una relativa libertà di spostamento dentro l’Europa ha costituito negli ultimi vent’anni la doppia funzione di linea di fuga e valvola di sfogo. Questa doppia funzione non può reggere all’afflusso di persone odierno, non può estendersi a quelle milioni di persone sulla cui subordinazione e marginalizzazione le élite europee fanno fortuna.
In questa contraddizione “di vita”, nel vasto consenso che lo slogan No Border si trova ad avere ovunque, nel movimento spontaneo nato a Calais, a Lesbos, a Lampedusa, a Ventimiglia, a Idomeni, ma anche a Parigi, Madrid, Barcellona, Atene, Roma, Bologna, in tutto questo individuiamo un’ipotesi di lavoro militante per il futuro dello spazio europeo.
I confini divengono allo stesso tempo cardine della torsione autoritaria dell’Unione Europea e catalizzatore del rifiuto, generalizzato e transnazionale, dello sfruttamento basato sul divide et impera.

Atene, City Plaza Hotel - foto di Gaia De Luca

Vogliamo concludere parlando di un’esperienza che contiene molte delle riflessioni che abbiamo fatto e allo stesso tempo determina un salto di qualità nelle lotte attorno ai flussi migratori. Si tratta dell’occupazione dell’Hotel City Plaza [5], un enorme ex-hotel abbandonato nel pieno centro di Atene. Questa occupazione è nata dall’incontro e dalla coordinazione tra migranti e differenti strutture politiche, ha catalizzato un movimento di solidarietà vastissimo nella capitale ed è arrivata ormai ad ospitare oltre 300 persone. Punto di partenza dell’occupazione, la constatazione che migliaia di individui si trovano bloccati sul suolo greco dalle ultime misure di chiusura dei confini: la lotta per condizioni di vita degne e l’accesso ai diritti non può quindi essere slegata da quella per la libertà di movimento. Anche l’organizzazione risponde a un preciso intento politico: la solidarietà non è umanitarismo, la gestione dello spazio e l’iniziativa politica partono da chi vive all’ex-hotel.
Il City Plaza si propone non come “stampella” in attesa di una soluzione “istituzionale” del “problema rifugiati”, bensì come riappropriazione diretta del diritto all’abitare ma anche del diritto alla salute, dei saperi necessari a muoversi sullo spazio europeo, del diritto all’istruzione, per tutti coloro che si trovano bloccati sul suolo greco e non solo. Un’occupazione che rivendica non i “diritti dei migranti” ma quelli di tutte e tutti. La guerra razzista tra poveri prospettata dai fascisti e alimentata dai governi europei viene ribaltata nell’alleanza reale di tutti e tutte coloro che non hanno condizioni di vita e movimento degne, e che sono consapevoli che il ricatto della miseria si rompe solo con una lotta comune, fianco a fianco, per nuove ed estese libertà.
È ad Atene che ci è sembrato evidente lo scarto fra le possibilità di azione nei campi, dove possiamo organizzare una solidarietà che è lotta contro i confini, e la città-metropoli, dove la solidarietà si configura come lotta che è già oltre i confini, come creazione comune di condizioni di vita stabili e sicure, di comunità accoglienti che si sostituiscono alla gestione umanitaria-amministrativa dei corpi delegata allo stato.