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Lampedusa, tra logistica, spazio e relazioni

di Paola Proietti e Marie Bassi

17 giugno 2016

Riceviamo e pubblichiamo ringraziando le autrici.

Li vediamo da lontano, per la prima volta, ci appaiono come cerchi o croci: sono le navi dei migranti.
Siamo ospiti dalla Guardia Costiera di Lampedusa che ci mostra i suoi radar. Le navi che vediamo partono dalle coste libiche, tunisine o egiziane.
Sono croci, se chiamano in Italia chiedendo aiuto; croci accompagnate dalla sigla THU (Thuraya),se la posizione della nave è poi verificata con il gestore del telefono satellitare; infine sono cerchi, se non vi è una richiesta d’aiuto, ma un avvistamento da navi o aerei predisposti per il pattugliamento delle acque.
Quasi tutte le navi dei migranti assumono almeno una volta la forma di cerchio o croce. Quasi nessuna, ormai, riesce a raggiungere le coste italiane senza richiedere aiuto o senza essere avvistata.
L’arrivo non è casuale, è scientifico.

La richiesta di soccorso obbliga il paese chiamato a intervenire. Il paese chiamato deve verificare se il paese nelle cui acque territoriali o nella cui zona di soccorso e salvataggio si trova la nave è disponibile ad intervenire e, in caso contrario, è tenuto intervenire.

In Italia l’autorità responsabile dei soccorsi in mare è la Guardia Costiera.
Se però vi sono navi prossime all’imbarcazione da soccorrere, quest’ultima può richiedere loro di effettuare l’intervento di soccorso. Può trattarsi di navi della Guardia di Finanza, di Frontex o di ONG.

Se, invece, non vi sono navi vicino alle imbarcazioni da soccorrere, interviene la Guardia Costiera.
In particolare, se le condizioni meteo sono proibitive, quest’ultima utilizza le “Ognitempo”, imbarcazioni in grado di navigare in qualunque condizione meteo, in quanto dotate di un meccanismo di auto-raddrizzamento, e di un parabordo perimetrale, altamente resistente agli urti e all’abrasione, che fornisce anche un buon galleggiamento quando il mare è molto mosso.
Ci raccontano che di solito le operazioni di salvataggio con le “Ognitempo” sono gestite da cinque persone: due capitani, un medico, un infermiere del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta e un operatore di salvataggio in mare.

Foto 1. Imbarcazioni “Ognitempo”


Il Molo Favarolo è la porta da attraversare per l’ingresso sull’isola; è scoperto, senza servizi igienici ed è abbastanza stretto.
Nei giorni di pioggia i migranti, zuppi, aspettano in coda un rapido triage in banchina. Quelli in condizioni non gravi salgono poi sui pullman che li porteranno al Centro di accoglienza. Il molo è predisposto in modo tale che il passante non si accorga pressoché di nulla. Il voyerismo almeno è evitato.

All’arrivo al Centro: altra polizia, Guardia di Finanza, agenti di Frontex.
Altra coda, questa volta sotto un pontile.
La perquisizione, l’identificazione, la doccia.
STOP.
Il migrante si risveglia. Intorno a lui un insieme di moduli grigiastri, altre persone arrivate da poco, poca comprensione di cosa accadrà. Pochi spazi per parlare, capire e una recinzione intorno al campo. Serve per proteggere gli ospiti o per trattenerli?
In mancanza di una disciplina chiara sugli Hotspot i gestori non prendono posizione sulla possibilità di movimento dei loro ospiti. Tengono chiuse le porte e tengono alte le recinzioni intorno al centro.
Tuttavia ai migranti è permesso scavalcare, è prassi comune, avviene anche sotto i nostri occhi. Uscire e rientrare nel centro è possibile, ma solo informalmente. Vi è una vera e propria delega di responsabilità.

Immagine 1. Ricostruzione dell’hotspot di Lampedusa

P = macchine della polizia e della Guardia di Finanza
1 = Save the Children, IOM, UNHCR
2= Perquisizioni e Pre-identificazione
3 = Centro sanitario
4 = Bagni, spogliatoi
5 = Perquisizioni e Pre-identificazione
6 = Identificazione
7 = Mensa
8 = Dormitorio Maschile
9 = Dormitorio famiglie, donne sole, minori non accompagnati
__= panchine
Zona grigia = quella non accessibile durante la nostra visita, dunque la ricostruzione potrebbe essere parziale
La presenza dei migranti è visibile in città, ma discreta.
Sembra rispondere più che alla curiosità sull’isola al desiderio di movimento e quello di normalità e socialità. Non li vediamo infatti nelle parti più remote dell’isola, ma in centro, dediti alle cose più semplici: un caffè al bar, una passeggiata, un pomeriggio sulla spiaggia, una partita di calcio nel campo accanto al cimitero delle barche o una chiacchierata seduti nella piazza della parrocchia di San Gerlando.

Foto 2. Migranti in via Roma

La loro presenza tuttavia, se osservata attentamente, svela anche il loro disagio.
Presso Cala Guitgia c’è un gruppetto di 7-8 ragazzi, stanno insieme, separati dal resto dei rumori e dei movimenti. Separati nell’ultimo angolo in fondo quando poi cominciano le rocce.
Andiamo da loro, ci mettiamo li e chiacchieriamo. Tra ragazzi.
Quando domandiamo perché stanno al margine della spiaggia ci rispondono: “non sappiamo, magari diamo fastidio, poi non riusciamo a comunicare.. qui nessuno parla inglese”.

Conflitto. Sull’isola, oltre a punti di presenza e linee di passaggio, ci sono anche occasioni di rottura.
La rottura a volte è discreta, come la presenza: gruppi di migranti davanti alla parrocchia di San Geraldo semplicemente in gruppo, semplicemente in piedi con cartelloni scritti in un po’ tutte le lingue.

Foto 3. La protesta


Altre volte, come in seguito alla nostra visita, la rottura è violenta e prende fuoco.
Siamo nel maggio 2016, oggi la rottura nella relazione tra migrante e accoglienza avviene per l’identificazione, il sistema di ricollocamento europeo non sta funzionando. I migranti vogliono poter scegliere se restare in Italia o proseguire.

Comunque da Lampedusa tutti dovranno andar via. Lampedusa è solo un punto di primo approdo, un Hotspot; non ci sono centri di seconda accoglienza sull’isola.
Anche il personale addetto al salvataggio in mare e all’accoglienza cambia spesso e viene da fuori.
Questo flusso continuo, sempre diverso, non permette una vera relazione tra gli abitanti e i migranti. Non c’è abbastanza tempo.
Così in un ecosistema fragile, soglia tra due mondi, ciò che resta è solo empatia o diffidenza e solo raramente comune conoscenza e crescita.

Paola Proietti e Marie Bassi

L’articolo è stato prodotto nell’ambito del workshop del ciclo di Urbanismo della scuola urbana di Sciences Po, tenutosi a Lampedusa dal 2 al 6 maggio 2016.
Le foto sono state realizzate rispettivamente da Myriam Ruffa (1) e Maud Chevet (2-3).
La ricostruzione della planimetria dell’Hotspot è stata realizzata da Grazia di Giovanni.