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Calais - Respinta carovana di aiuto e solidarietà

20 giugno 2016

Bloccato a Dover, frontiera sud-orientale della Gran Bretagna, su richiesta francese un convoglio composto da un tir e 250 automobili organizzato per portare l’aiuto necessario ai 7000 abitanti della "jungle", la più grande bidonville della Francia.

A Calais, lo Stato di polizia imperversava dal 2015 ben prima dello Stato d’emergenza.
Nella situazione di mobilitazione generale che investe il paese in questi mesi, il prefetto di Calais, che non ha mai esitato ad infierire sull’accampamento dei migranti con gli stessi metodi polizieschi e repressivi utilizzati nelle piazze contro l’opposizione alla Loi Travail, ha deciso ieri di impedire "per motivi di sicurezza" la consegna diretta ai migranti dei materiali raccolti da organizzazioni e reti nazionali, attraverso una campagna di solidarietà per un’accoglienza dei rifugiati che dura da mesi in Inghilterra. Un messaggio forte per incitare il governo inglese e quello francese a collaborare non per respingere i migranti ma per accoglierli (http://www.convoytocalais.org/)

Invece, in Francia, la solidarietà e l’aiuto ai migranti sono vietati perché considerati una minaccia per la sicurezza dello Stato, quanto i divieti di ogni espressione di dissenso quando si concretizza in azione o manifestazione pubblica. L’ostilità apertamente dimostrata anche in passato dalle autorità nei confronti di ogni forma di sostegno ai migranti, sia a Calais che a Parigi, si è trasformata in criminalizzazione dichiarata per ogni intervento ed azione che sia auto-organizzato da collettivi di migranti e cittadini o gestito da associazioni, oppure da organizzazioni militanti per difendere il diritto all’accoglienza.

La bidonville nord di Calais continua a vivere sotto la minaccia di una distruzione annunciata, sospesa dopo la reazione mediatica avvenuta al momento del disumano e violento sgombero della parte nord per installare il campo di containers. La vita dei suoi abitanti continua nell’opacità di una ordinaria violenza fatta di controlli, di aggressioni, di impunità e di morti.

Il governo francese continua a precarizzare le vite dei migranti, manda la polizia a sedare con un diluvio di lacrimogeni le tensioni dovute al sovraffollamento provocando incendi per poi impedire l’accesso alla bidonville dei materiali utili alla costruzione di protezioni e di ripari. Ma contemporaneamente incarica due insegnanti per scolarizzare centinaia di bambini.
La politica della dispersione verso i centri di accoglienza temporanei cominciata a Calais, ora intacca anche la Grande-Synthe dove esiste un campo di accoglienza gestito dallo Stato che si è sostituito a Medecins Sans Frontières. Ong che il 17 giugno ha comunicato in una conferenza stampa a Bruxelles di "rifiutare ogni finanziamento da istituzioni che hanno sottoscritto l’accordo con la Turchia e sono responsabili delle politiche migratorie attuali in Europa".

All’inizio di giugno un censimento effettuato dall’Auberge de Migrants con Help Refugees ha registrato un forte aumento della popolazione nella bidonville e nei due campi messi a disposizione dallo Stato francese, quello dei container nella parte sgomberata della jungle e nel Centro Jules Ferry destinato a donne e bambini. Il numero di posti è limitato quindi automaticamente si ripopola la bidonville che in un mese è passata da 5000 ad oltre 6000 abitanti, cioè il doppio delle persone che si trovavano nella parte sud dell’accampamento prima della sua distruzione alla fine di febbraio. La composizione della jungle è identica al passato con un forte aumento di presenze etiopi a causa della repressione del regime in Etiopia nel 2015 e ci sono circa 700 minori tra i quali oltre 500 non accompagnati.

Oggi l’accesso alla bidonville è controllato dalla polizia in modo arbitrario oppure mirato rispetto ai volontari e le associazioni che sono obbligati a negoziare il loro intervento. Esiste un consiglio di "rappresentanti" delle "comunità" presenti decisi dalle organizzazioni umanitarie ma di fatto il campo è amministrato da soggetti esterni ed estranei ai sui abitanti.
Questa situazione non ha impedito allo Stato di procedere a quattro successive distruzioni parziali della jungle ed ai rastrellamenti nelle zone circostanti per smistare le persone nei CRA (Centri di detenzione amministrativa) di tutta la Francia come fossero merci. Dall’autunno del 2015 i richiedenti asilo vengono allontanati nei CAO (centri aperti di accoglienza temporanea e di orientamento) sparsi per il paese. Dai CAO le persone possono essere mandate nei CADA (centri di accoglienza per i richiedenti asilo), essere assegnati a residenza, cioè domiciliati negli hotel oppure respinti ed espulsi dal territorio francese, o deportati nei CRA in attesa di espulsione.

A Parigi, la politica è la stessa: demolire gli accampamenti appena raggiungono un numero di presenze ’ingombranti’. La sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ha annunciato in questi giorni la creazione di un campo ONU per i rifugiati, dopo aver sgomberato per la 24esima volta in un anno gli accampamenti dei rifugiati.
Due demolizioni nelle prime due settimane di giugno: la prima ai Jardins d’Eole nel 18° e nel 19°arrondissement di 1900 persone principalmente originarie del Sudan, della Somalia, dell’Etiopia e dell’Eritrea, tutte sono passate per la Libia e poi hanno attraversato l’Italia fino a Ventimiglia. Ci sono anche Afgani che arrivano dalla Germania e dalla Svezia. La seconda sotto il ponte sopraelevato della metropolitana La Chapelle dove si riparavano altri 400 rifugiati.
A maggio 1600 rifugiati erano stati sgomberati dall’accampamento sotto la metropolitana Stalingrad. Queste evacuazioni avvengono sotto il controllo del Comune, della prefettura regionale, della polizia e delle associazioni Emmaüs e France Terre d’asile.
Per l’ennesima volta il Comune ha promesso una soluzione abitativa collettiva che di solito anticipa la dispersione nei centri della regione parigina, Île-de-France, o altrove, molto più lontano.

La Francia e l’Inghilterra sono il motore delle attuali politiche migratorie europee che violano i diritti dei migranti e vanno al di là di un semplice rafforzamento del controllo delle frontiere.