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Un medico nel paese di Ventimiglialand

di Ilaria Navarra, dottoressa specializzanda del San Martino di Genova

15 luglio 2016

Genova 14 luglio 2016 - Sono passati quattro giorni da quando sono tornata. La notizia che martedì mattina è morto un ragazzo di trent’anni mi ha sconvolta. Sconvolta ma non meravigliata.
Ogni volta che si va a Ventimiglia si trova una situazione diversa. Questa volta ho trovato il disastro nel caos più totale.

Sono partita sabato mattina con il mio zaino con i ferri del mestiere, il materassino per dormire in ogni dove, un certo carico di angoscia per la situazione che avrei trovato e soprattutto il desiderio che mi accompagna fin dall’inizio di questa storia: che tutto finisca, che non ci sia bisogno di me a Ventimiglia mai più.

I miei accompagnatori sono quattro, tutti sudanesi del Darfur. Arrivati in Italia sono stati trasferiti. Disperati, si sono ritrovati in Sardegna; lì, dopo esser stati derubati di 170 euro a testa con la promessa di documenti, sono riusciti a prendere la nave per Genova.

Arriviamo a Ventimiglia senza problemi, nessun controllo che li prende e li fa scendere per poi portarli chissà dove. Anche la città è deserta. Evidentemente è fine settimana per tutti... tutti meno chi è qui al campo della chiesa.

Loro questa volta sono un mare umano. È impressionante. "1080 pasti ieri sera a cena", mi dicono. Faccio fatica a raggiungere la stanza dove, tra mille cose ci sono anche i farmaci.

Mi prendo del tempo per abituarmi al caldo insopportabile, per curiosare nella stanza delle donne e dei bambini che hanno già imparato a saltarti al collo. 
Poi faccio un giro fuori dalla chiesa. Ci sono persone ovunque: nel piazzale di fronte la chiesa, nel parcheggio, sotto il ponte, arrivano fino al vecchio campo. Una distesa di giacigli di fortuna e barbieri indaffarati, ne fotografo almeno tre all’opera.

Alle quattro inizio con le visite. Si forma subito il ’capannello’.

Foto: Ilaria Navarra


La maggior parte ha la ’solita" bronchite’, alcuni hanno cose gravi, a tanti è stato detto "di tornare dopo". Uno mi mostra una carta di ospedale dove solo qualche giorno prima gli dicevano di tornare qualche giorno dopo a controllo. Peccato che lui l’italiano non lo sa e nessuno è riuscito a fargli capire che c’è scritto su quel pezzo di carta. Me lo avevano segnalato già in treno. Lo vedo e interrompo le visite immediatamente. Lo porto in una stanza al chiuso e dopo di che ringrazio il frigorista scout di Torino che si è improvvisato infermiere. Lui mi ha detto che era abituato a sentire l’odore di carne andata a male.

Alle otto e mezza ho sospeso le visite. Ero stanca e poi c’era troppa confusione, la mensa sembrava una catena di montaggio frenetica. Esausta, faccio quello che più mi aveva portato a Ventimiglia questa volta: raccogliere storie. Storie ce ne sono, storie orribili, che mi hanno tenuta sveglia fino a vedere l’alba nella bellissima vallata del Roya.

Al mattino dopo sveglia presto, doccia e doppio caffè, si ritorna al campo. Prima ancora di arrivare arriva la prima telefonata: c’è chi sta male.Per fortuna oggi arrivano i rinforzi. Domenica infatti non ho quasi fatto visite. Parlo con i ragazzi, mi chiamano la dottoressa della Basilicata. Loro, che la mia terra la conoscono sicuramente meglio dei liguri, per i racconti di qualcuno o perché loro stessi hanno raccolto le arance e i pomodori nelle campagne a nord della mia città.

Ho cercato questo ragazzo conosciuto il giorno prima. Ha il diabete, mi dicono che due giorni prima era un po’ stordito e poi hanno capito che la glicemia era alta, il giorno prima invece era troppo bassa. Sono anni che lui convive con la malattia, sa bene cosa fare ma ha bisogno dell’insulina. Ho paura per lui, tra un sbalzo di glicemia e l’altro, se dovesse essere fermato, qui nessuno capisce la sua lingua. Vorrei poter fare qualcosa ma anche lui vuole andare in Francia. Sono passati i giorni... chissà.

Poi arriva la telefonata: mi chiedono se possono portarmi al campo una neonata con la febbre che sembra "dormire un po’ troppo". Gli dico no, che va chiamata l’ambulanza e deve andare a Sanremo in ospedale. E allora via a cercare qualcuno che parli arabo che accompagni lei e la madre. Ma non si trova. La sensazione di perdere tempo prezioso, è difficile far capire agli altri che potrebbe essere grave. Allora decido. La si manda lo stesso, un’ambulanza, subito! Poi si vedrà per telefono come fare.

Nel frattempo gli altri visitano, medicano, ascoltano. Loro sono tantissimi, noi per fortuna più di ieri. Più di duecento persone ascoltate, medicate, a volte curate con dei farmaci, spesso solo rassicurate.

Foto: Ilaria Navarra


Mentre convinco un ragazzo che il suo ginocchio ha solo una sbucciatura, che lui l’ha già scampata bella visto che mi mostra i segni del proiettile che gli ha trapassato la spalla mentre era in Libia, mi passano il telefono: l’ospedale. Scopro che la bambina non ha due mesi ma 15 giorni. La madre ha viaggiato fino a lì da Reggio Calabria e nel viaggio in autobus la piccola è caduta. Giri di telefonate per convincerla a rimanere in ospedale: i dottori la vogliono tenere ancora in osservazione. Non ci sarà verso; ha altri figli a casa dove è ospitata. Ci accordiamo con i colleghi di Sanremo sulle istruzioni e la terapia da dare, poi qualcuno andrà a rivederla.

Poi uno dei momenti più emozionanti che io ricordi: ho ritrovato un ragazzo conosciuto qualche settimana prima a Genova, è infermiere. Anche lui ce l’ha fatta ad arrivare a Ventimiglia, dopo però il suo viaggio si è fermato. Finalmente abbiamo tempo per parlare. Gli racconto del Sudan, del Salam center e del mio sogno di andare a fare il dottore in un ospedale libero, proprio lì, a Soba, nel suo paese. Lui conosce il centro. Ci lasciamo tra abbracci commossi e il desiderio di lavorare un giorno lì assieme, quando un giorno anche lui sarà libero.

Arriva una volontaria Caritas che mi racconta un’altra storia disperata: due bambine e un padre, la madre e fratelli morti nel viaggio. Le appunto sotto il ragazzo diabetico. A fine giornata dei ragazzi mi chiedono se so quanto si paga il viaggio in Olanda. Altri mi chiedono se è meglio che imparino l’italiano, l’inglese o il francese.

Mi sento lo Stregatto: dipende in buona parte da dove vuoi andare, Alice.
Alla fine si torna a Genova. Chissà che ne sarà di tutti quelli che non entreranno nel nuovo “campo” terrificante in costruzione al Pala Roya. A giorni dicono che sgombereranno il campo della chiesa.

Questa mattina la notizia bellissima: il mio amico infermiere é a Parigi! Hurriya!