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I rifugiati dai campi governativi: "Ad Idomeni si stava meglio”

Considerazioni dopo due mesi di monitoraggio dei campi situati nel nord della Grecia. Di Stefano Danieli

19 luglio 2016

Stefano Danieli, un infermiere meranese attivo nella campagna #overthefortress, ci invia queste considerazioni dopo due mesi di monitoraggio dei campi situati nel nord della Grecia.
Intanto a Salonicco è iniziato il 15 luglio il No Border Camp, un appuntamento internazionale, al quale partecipano anche attivisti di #overthefortress, con un intenso programma nel quale sono previsti workshop, assemblee e tavoli di lavoro sui diversi metodi di repressione e di solidarietà attiva che caratterizzano l’Europa delle migrazioni, nonché mobilitazioni in città e al confine.

Sono trascorse ormai diverse settimane dallo sgombero di Idomeni, dopo mesi di permanenza vicino a quel confine che ogni giorno si allontanava. Dopo lo sgombero di Hara, BpStation e Ekocamp, adesso i profughi nel nord della Grecia vivono nei campi governativi intorno alla città di Salonicco.
Sono passati ormai quasi 2 mesi dal mio ritorno in Grecia, tempo impiegato a trovare quei profughi che io posso chiamare per nome, che posso chiamare amici.

Ad Idomeni bastava uscire dalla tenda, salutare Imad e in pochi minuti andare da Victor per un taglio di capelli. Nel piccolo spazio della BpStation era come vivere tutti nella stessa casa: in cucina c’era Ahmad e in salotto Hamin che giocava con Zeinab. Adesso vivono lontani, vivono divisi. Andare in un campo, se non hai un´auto, spesso significa un’ora di autobus e un´altra a piedi o 20 euro per il taxi. Lo stesso quindi significa per loro raggiungere Salonicco, un posto dove respirare aria diversa, comprare da mangiare, qualcosa di fresco da bere, ricaricare il telefono per chiamare i parenti rimasti a casa. Salonicco offre quello che a noi sembra scontato, i vantaggi di una città, difficile da raggiungere per Neizar che vive a Sindos Karamanli.

Sono trascorsi ormai quasi 2 mesi dalla prima volta che ho messo piede in un campo governativo, e ho continuato a farlo fino ad oggi. E’ difficile dare un quadro generale della situazione nei campi, vige la regola: tutti uguali e tutti diversi. Le condizioni di vita cambiano costantemente, a volte in meglio a volte in peggio. Come quando a distanza di due giorni a Softex qualcuno ha iniziato un progetto educativo: insegnano arabo e inglese ai bambini. Ma la gente dorme ancora sdraiata su piccoli sassi: una coperta di lana è l´unica cosa che c´è.

A Salonicco vivono circa 15.000 persone, chi nelle tende dei campi governativi, chi per le strade della città. Le promesse dell’esecutivo greco scritte sui volantini ad Idomeni offrivano una nuova casa, migliore di quella pozza di fango, assicuravano quelle condizioni di vita che lì non si potevano avere. Queste promesse ancora non si vedono, ancora si sente dire: “ad Idomeni si stava meglio”.
Si sentiva parlare di pre-registrazione e la speranza di vedere l´Europa tornava a scaldare i cuori di tutti. In realtà serve a prolungare ulteriormente i tempi per accedere alla richiesta di asilo, è l´ennesima farsa inventata da qualcuno seduto in un grande ufficio senza finestre. Qui siamo già in Europa!

La pre-registrazione è terminata, tutte le persone all’interno dei campi governativi che lo desideravano hanno ottenuto un nuovo documento, che gli permetterà di accedere alla seconda fase della richiesta d´asilo. Ma quanto dovrà aspettare Mohamed per lasciare la Grecia? Quando dovrà aspettare Narin per rivedere suo figlio di 14 anni in Germania? Tutti si pongono le stesse domande, nessuno conosce la risposta.

Ma questa colpa non può ricadere solo sulle spalle della Grecia, già piegata da anni di crisi. Chi può fare qualcosa con più di 11 miliardi di euro ricevuti dall’Unione Europea, sta lavorando male. Chi vorrebbe fare qualcosa di buono con pochi spicci viene frenato da infinite pratiche burocratiche. I servizi pubblici di Salonicco sono lo specchio della crisi: se ne accorgono gli abitanti della città e se ne accorgono i profughi. Inoltre l’assistenza medica nei campi non è sufficiente, non lo era nei primi giorni dopo lo sgombero di Idomeni e non lo è adesso. Il cambiamento da un medico militare, presente nel campo poche ore al giorno, a un team medico di volontari non ha migliorato l´opinione dei profughi. Le cure mediche più complesse, anche solo un elettrocardiogramma, o un’ecografia per una donna incinta, devono essere svolte negli ospedali di Salonicco, che non sempre sono in grado di garantire l´arrivo tempestivo di un’ambulanza, né per i cittadini greci, né per i rifugiati.

Un altro problema nei campi governativi è l’alimentazione. La dieta proposta a Derveni ce la spiega Lina: “la colazione la riceviamo la sera prima: un cornetto al cioccolato confezionato e un succo di frutta. Il pranzo e la cena variano tra riso e pasta con qualche verdura, o in bianco (insipidi e scotti lo aggiungo io). Raramente ci danno del pollo”. Questo è lo stesso menù che potrebbe elencare Imad a Frakapori, o Slava a Kalohori. In tutti i campi si trovano molte persone che gettano il pasto nell’immondizia. I paesi arabi dai quali provengono i profughi hanno, come la Grecia, una tradizione culinaria. Perché non rispettarla? Sicuramente sarebbe più economico dare loro qualche pomodoro, 2 patate e un po’ di pane, invece di un succo di frutta e un cornetto. Dare loro la possibilità di cucinare è un altro aspetto sociale fondamentale della loro cultura che viene proibito nei campi governativi. Chi tra loro può ancora permetterselo va a fare la spesa in autobus o in taxi. C´è anche chi è costretto a camminare due ore prima di raggiungere un negozio. Al rientro è ormai sera. C´è chi si nasconde in tenda con un fornello a gas, chi accende un fuoco all’esterno del campo. Quando ti vedono passare sorridono e ti invitano alla loro tavola.

In Grecia si incontrano persone provenienti da tutto il mondo: volontari, attivisti, tutti con un nome diverso, tutti nella stessa squadra.
Per lavorare nei campi governativi è necessaria un´autorizzazione e dopo infinite scartoffie, settimane di attesa, la risposta potrebbe essere negativa. Le organizzazioni che ricevono l´approvazione del governo sono costrette a seguire le regole del contratto: fare solo quello per cui sono autorizzate. Questo sistema ha causato una diminuzione dei volontari presenti; sono pochi quelli col permesso, ancora meno quelli che entrano scavalcando un muro sul retro. I campi sono talmente tanti e così diversamente dislocati che è difficile sapere dove si trovino.

I litigi per ragioni etniche e le risse che troppo spesso c´erano a Idomeni hanno convinto diverse famiglie a lasciare il confine. Lo spostamento nei campi di Salonicco aveva anche l´obiettivo di separare i curdi dagli arabi, gli iracheni dai siriani, come se bastasse questo a cancellare odio e paura. Così non è stato. Purtroppo o per fortuna questa separazione non ha avuto grande successo. A Derveni vivono 700 curdi e 3 famiglie arabe, ad Oreokastro ci sono 1500 arabi e poche famiglie curde, il campo di Softex è un minestrone etnico. Purtroppo ancora si litiga, ci sono ancora odio e paura, rabbia e sconforto. Si litiga per la poca acqua fredda, per un ventilatore, si viene alle mani con un amico perché vince al gioco delle carte. Si chiudono gli occhi e si aspetta che passino le urla.

Ad Idomeni si stava meglio”. Questo è l´eco che nonostante il tempo passato, ancora si fa sentire ad Oreokastro, a Sinatex e in tante altre tende. E’ difficile trovare il fango nei campi governativi, non c´è il vento che piega la tenda, le condizioni igieniche sono migliorate, spesso i rifugiati stessi si organizzano e si occupano della pulizia dei servizi. In fondo il caldo che si sente nelle tende a Langadikia é lo stesso che ci sarebbe a Idomeni, come le zanzare di Diavata, e giustamente Massimo si chiede quali siano i problemi di questi campi: “Perché Idomeni era meglio?”
Sarà la possibilità di cucinare, sarà il cibo che veniva distribuito da centinaia di volontari, sarà semplicemente la compagnia, gli amici, la possibilità di svegliarsi la mattina con un obiettivo, con qualcosa da fare. Sarà che l’autonomia di Idomeni ti permetteva ancora di sognare, guardare il confine e vedere un ponte sopra di esso.