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Il piano UE, rigido e intransigente, continua a provocare il respingimento di migliaia di profughi

Henriette Johansen, Middle East Monitor - 20 giugno 2016

27 luglio 2016

- Link all’articolo originale

La Grecia vuole intensificare pesantemente i respingimenti dei profughi in Turchia nelle prossime settimane, in base al trattato fra Unione Europea e Ankara, secondo quanto ha dichiarato il Ministro greco della migrazione, Panos Kammenos. La mossa arriva proprio in mezzo a tutte le critiche e le accuse di “eccessiva lentezza” nel gestire il flusso dei migranti.

Fonti ufficiali dichiarano che in questo periodo ci sono circa 4.800 migranti sulle isole greche e che quasi tutti hanno detto di essere interessati a presentare domanda di asilo, mandando così in tilt il sistema di accoglienza. A Chios ho intervistato l’unico assistente sociale disponibile per trattare le richieste: ha migliaia di domande da gestire, eppure in aprile stava già aspettando l’indispensabile aiuto da parte dell’EASO (European Asylum Support Office - Agenzia dell’UE per il Supporto alle procedure di Asilo).

Il blocco della rotta balcanica ha preceduto quella che doveva essere la soluzione alla “crisi dei rifugiati”, con il trattato UE - Turchia del 18 marzo, che prevede l’aumento delle unità di monitoraggio e valutazione, oltre a più facili respingimenti e “ri-collocazioni” di tutte le persone arrivate dopo il 20 di marzo. Questa non è una soluzione e, comunque, non sta funzionando.
Come più volte confermato da diverse Ong e anche da fonti ufficiali europee, la tratta e il traffico di esseri umani sono aumentati.

In realtà, la rotta balcanica non è proprio chiusa; i migranti adesso sono costretti ad allungare il loro viaggio clandestino, pagando somme esorbitanti per attraversare l’Europa e mettendo a rischio le persone più deboli e vulnerabili, in particolare ragazze e bambini. E’ stato riportato che sono vittime di sfruttamento sessuale, “in cambio” del passaggio in Europa dalla Grecia. La stessa cosa vale per Calais, per entrare in Gran Bretagna dalla Francia, secondo quanto sostenuto recentemente dall’Huffington Post.

Negli ultimi mesi, ci sono state proteste all’interno dei centri di detenzione sulle isole greche. La situazione è diventata molto tesa, perché i diritti dei profughi alla protezione internazionale, a un trattamento dignitoso e all’assistenza legale, sono stati disattesi. A questo si aggiunge la limitazione alla libertà di movimento, poiché i migranti sono bloccati da marzo. Il cibo è terribile e sono stati riferiti diversi casi d’intossicazione alimentare sulle isole e al porto del Pireo.
Nel campo di Moria alcune tende sono state incendiate per protesta, gli uffici dei funzionari che si occupano delle richieste di asilo sono stati occupati dai bambini, il personale ONG e ONU è stato fatto uscire dal campo. La struttura ospita almeno 3.000 persone, ben oltre la sua capienza effettiva, compresi molti bambini, messi a rischio da queste motivate proteste.

Le organizzazioni umanitarie internazionali, così come le agenzie ONU per i rifugiati, hanno sollevato la questione, chiedendo un approccio più umano, in contrapposizione ai termini del trattato UE - Turchia, soprattutto per quanto riguarda le espulsioni illegali (molti non erano informati o non erano capaci di presentare la domanda di asilo, eppure alcuni l’hanno fatto), e anche sulla questione dei centri di detenzione. Maggiori dettagli sono stati già riportati da MEMO. Su questi aspetti, che sono allo stesso tempo politici e morali, Medici Senza Frontiere (MSF) ha dichiarato che rifiuta di accettare, per le sue fondamentali attività umanitarie, qualsiasi aiuto che venga dall’UE o degli Stati membri, come forma di protesta per le loro vergognose politiche di dissuasione e per l’intensificarsi dei loro sforzi per respingere i migranti dalle coste europee. L’anno scorso, l’organizzazione ha ricevuto circa 63 milioni di dollari dall’UE e dai suoi stati membri.

I richiedenti asilo sono stati espulsi

Secondo il governo greco, 468 persone sono state espulse in Turchia e nessuna di loro aveva fatto richiesta di asilo. Comunque, degli errori sono stati fatti e, a posteriori, è stato confermato che molti degli espulsi erano, in realtà, dei richiedenti-asilo, cosa che rende queste espulsioni del tutto illegali. Inoltre, gli opuscoli informativi che riportano le possibilità disponibili per chi arriva sulle coste europee a Chios e a Lesbo, non sono tradotti in urdu o in altre lingue necessarie. La mossa non è casuale, dato che, per lo più, i migranti provenienti dal Pakistan, dal Belucistan, dal Bangladesh o dall’India sono considerati “illegali”, “irregolari” o “migranti economici”, nonostante la maggior parte di loro sia in fuga dalla guerra, dalla persecuzione e, per quanto riguarda i beluci, dal genocidio. Dovrebbero poter accedere alla richiesta di asilo come chiunque altro arrivi sulle coste greche, invece a loro non è concesso per presupposti di carattere razzista sul contesto e sulla situazione di provenienza. Questo spiega anche il modo arbitrario e brutale usato dalla polizia nel trattare i migranti che “sembrano pakistani”. Solo due profughi siriani sono stati respinti in Turchia e hanno presentato ricorso contro la decisione presso i tribunali greci.

L’organizzazione umanitaria Better Days for Moria organizza e fornisce il supporto legale per i profughi di Lesbo, insieme a Zainabiyya, Project Human, Mercy Corps e Medici Senza Frontiere. A oggi, sono stati schedati 149 casi, 20 dei quali hanno avuto successo, 80 sono in attesa del responso e nessuno è stato respinto, secondo gli aggiornamenti pubblicati sulla pagina Facebook dell’organizzazione. Ci sono stati casi che hanno avuto esito positivo anche a Idomeni, dove sono stati presentati parecchi ricorsi contro le deportazioni, fra gli altri, anche di profughi siriani. Lo riportano l’Ong legale indipendente Advocates Abroad e The Guardian.

Al momento dell’arrivo e della registrazione, i profughi ricevono della documentazione che presenta gravi limiti in termini di traduzione, con l’obiettivo di escludere specifici gruppi nazionali/etnici, come i pakistani. Questa è una pesante carenza, in piena violazione della responsabilità che impegna l’Europa a trattare i migranti secondo la Convenzione sui rifugiati del 1951 e ad assicurare loro le informazioni utili per prendere delle decisioni rispetto alle scelte (seppure limitate) che hanno davanti.

Ewa Moncure, dell’EASO - European Asylum Support Office, ha dichiarato che, “secondo le informazioni arrivate, i deportati non erano richiedenti asilo” ma che l’EASO non può garantirlo con certezza, rimandando la responsabilità alle autorità locali greche. L’intervista di MEMO a Ewa Moncure si trova qui. Ritengo che questo illustri bene il ruolo di “zona tampone” che la Turchia e la Grecia stanno gestendo per l’Europa, in modo da consentirle di non accettare la sua responsabilità di regione ricca, con un passato coloniale dalle cui eredità oggi le persone scappano chiedendo un minimo di assistenza umanitaria e di protezione.
Nonostante l’obiettivo di trasferire 160.000 persone, solo 937 sono state spostate; nell’ambito delle iniziative UNHCR che avevano l’obiettivo di aiutare 20.000 persone, solo 4.555 sono state ri-collocate. [1]

La “ricollocazione” dei rifugiati è molto controversa, soprattutto considerando il fatto che perfino l’UNHCR ammette di aver testimonianze dirette circa la presenza di richiedenti asilo tra le persone espulse. Inoltre, l’Ong Advocates Abroad riferisce che l’EASO - European Asylum Support Office, ha impedito agli avvocati di vedere i loro assistiti all’interno dei campi o dei centri di pre-espulsione.

Il Ministro per la Migrazione, Yannis Mouzalas, ha confermato l’intenzione greca di rimandare migliaia di migranti in Turchia entro poche settimane, se non dimostrano di avere i titoli per chiedere l’asilo. “Sarebbe un fallimento se, tra un mese e mezzo, le persone che devono lasciare le isole fossero ancora lì”, ha dichiarato alla TV greca. Alla domanda circa il numero delle persone coinvolte, Mouzalas ha risposto: “Più della metà di quelle che sono qui adesso”.

Perché la Turchia non è “un paese terzo sicuro”.

In base all’art. 35 della Procedura prevista dalla Direttiva Europea sull’Asilo (ADP), può essere considerato “Paese di primo asilo” quello in cui il richiedente “…è stato riconosciuto rifugiato e possa avvalersi di tale protezione, oppure in cui goda altrimenti di protezione sufficiente, incluso il principio di non respingimento”.

La Turchia non è tenuta ad applicare ai suoi confini la Convenzione sui Rifugiati del 1951 e non ne ha ratificato il protocollo del 1967. Pertanto, non è vincolata all’obbligo di riconoscere lo status di rifugiato ai non-europei. E i richiedenti-asilo sono tutti non- europei.
- Siriani in Turchia: il 90% dei 3.1 milioni di profughi siriani presenti in Turchia vive fuori dai campi, senza protezione ufficiale né servizi di aiuto. In base alle stime dell’ONU, metà di loro sono bambini e il 74% non va a scuola [2].

- Secondo l’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), la definizione di “terzo paese sicuro” si applica solo agli stati che non producono profughi o nei quali i rifugiati possono avere diritto di asilo senza pericolo.

- Al di fuori del programma di respingimento 1-a-1, il 51% [3] dei migranti che arrivano in Grecia e non sono siriani restano senza protezione contro l’espulsione.

- Il Ministero degli Esteri turco sostiene di mantenere una “politica delle porte aperte” fra la Siria e la Turchia. Tuttavia, la frontiera turca è stata chiusa ele guardie hanno sparato, ferendoli, contro i profughi al confine con la Siria [4]. I campi della zona, come quello di Kamouna, vicino a Sarmada, nella provincia di Idlib [5], sono pieni di persone che aspettano di passare il confine, sottoposte a terribili attacchi aerei.
L’ONU ha lanciato l’allarme perché la situazione potrebbe presto diventare “catastrofica” e costringere altri 400.000 profughi a premere sul confine in cerca di rifugio.

- Secondo quanto riferito, i profughi e i richiedenti-asilo subiscono maltrattamenti, violenza della polizia, assistenza e protezione del tutto insufficienti da parte delle autorità turche.

- Anche se la Turchia fosse un “paese terzo sicuro”, è illegale respingere i richiedenti-asilo contro la loro volontà verso un altro paese, senza un opportuno esame dei casi individuali; incidenti di questo genere sono stati già denunciati e i ricorsi presentati non hanno avuto successo [6].

La crisi richiede un’attenta e approfondita riorganizzazione

Le istituzioni finanziarie, come l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico Economica (OCSE), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno tutte evidenziato la necessitò di riformulare diversamente la crisi e l’allarme legati ai movimenti migratori, poiché ritengono che, se in Europa si investirà correttamente e tempestivamente per “la rapida integrazione nel mercato del lavoro”, nell’ambito di corrette politiche improntate a principi umanitari e alla solidarietà, il PIL crescerà dello 0.25% stimato al 2020, e non risentirà del “peso” che l’Europa dichiara di dover sopportare.
Michael MØller, dell’ONU, afferma: “Abbiamo bisogno dei migranti, proprio per sostenere le nostre economie”. [7]
Tanto l’OCSE quanto l’UNHCR hanno sottolineato l’obbligo morale e insieme l’evidente vantaggio economico che spingono ad aiutare i milioni di profughi presenti nei paesi membri dell’OCSE perché possano “sviluppare le competenze necessarie per operare con produttività e sicurezza nelle professioni di domani”. [8]

Secondo l’Unione Europea, invece, i respingimenti “sono la cosa giusta” per la sicurezza e la stabilità a livello di nazione e di regione. Tuttavia, i termini usati e i piani predisposti per tenere i movimenti migratori “sotto controllo” sono chiari esempi di quanto profondamente abbiano assorbito l’idea di intrinseca minaccia rappresentata dalle diversità (normalmente associate alla xenofobia) e l’artificiosa previsione di essere invasi e sopraffatti da popolazioni troppo incompatibili.

Questa visione prescinde dal punto centrale: che siamo tutti esseri umani. Inoltre, respinge completamente qualsiasi legame storico con i paesi d’origine dei migranti, come il colonialismo e le guerre imperiali in Iraq e in Afghanistan. La divisione dell’India nel 1947, con tutti i sanguinosi eventi che l’hanno accompagnata, è ancora un ricordo vivo nella mente di molti pakistani che stanno nei campi di accoglienza greci. La Gran Bretagna ha creato la più grande migrazione di massa nella storia dell’umanità, deportando più di 14 milioni di persone. [9]

Le divisioni e le discriminazioni nei confronti di minoranze presenti storicamente sul territorio destinato al Pakistan, come i beluci, e il genocidio in atto contro di loro, sono le ragioni che li spingono oggi sulle coste della Grecia.

Pertanto, invece di definire l’attuale situazione una crisi umanitaria, dobbiamo definirla una crisi del sistema che ha portato a tutto ciò nell’Europa del 2016.

Occorre riesaminare i legami con i paesi d’origine dei flussi migratori, e i leader politici devono assumersi le loro responsabilità. I media e i gruppi di pressione devono collaborare di più.

Inoltre, la società civile sembra portare tutto il peso di questa situazione non gestita e del fatto che l’Europa non vuole accettare la necessità di un approccio molto più ampio rispetto a un impossibile tentativo di arrestare la marea, anche solo come primo passo di tutto il processo.

La crisi richiede un sistema sofisticato di migrazione controllata, che però consenta la migrazione, invece di creare paura, barriere, xenofobia e solo controllo dell’ordine pubblico, cioè tutte le cose che abbiamo vissuto fin qui.

@HBHolm