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Gisti: accordo UE-Turchia: il grande inganno

Relazione della missione negli "hotspots" greci sulle isole di Lesvos e Chios

28 luglio 2016

Luglio 2016

Dal 20 marzo 2016, data di entrata in vigore dell’accordo migratorio tra l’UE e la Turchia, migliaia di persone bisognose di protezione restano nelle prigioni a cielo aperto che sono diventate le isole greche di Lesvos, Samos, Chios, Kos e Leros.

A seguito di una missione svolta in due di esse, Lesvos e Chio, tra il 22 e il 30 maggio 2016, Gisti [1] sottolinea non solo le indegne condizioni di vita (vitto, alloggio, accesso alle cure sanitarie) alle quali sono sottoposte le persone bloccate nelle isole, ma anche il trattamento amministrativo e giudiziario contrario, per molti aspetti, ai diritti che dovrebbero essere loro riconosciuti in base alle norme che impegnano l’UE ei suoi Stati membri.

I risultati della missione dimostrano che questi diritti vengono violati in modo quasi sistematico, con una conseguente grave violazione delle garanzie procedurali che, se rispettate, renderebbe inapplicabili ed inefficaci gli obiettivi dell’accordo UE-Turchia, ossia il respingimento di persone bisognose di protezione da parte di un Paese firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. A queste violazioni del diritto di asilo si aggiungono, a Lesvos, molte altre violazioni, tra cui la detenzione arbitraria di minori.

La causa immediata delle carenze è attribuibile al governo greco, principale responsabile della gestione dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo sul suo territorio. Tuttavia, a causa della combinazione di varie circostanze - i problemi economici della Grecia, il contesto migratorio del Mediterraneo, gli effetti della politica europea in materia di immigrazione e di asilo in vigore per più di quindici anni e, infine, l’accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 - sono gli Stati membri dell’UE e la stessa Unione ad avere la maggiore responsabilità per gli abusi e le violazioni dei diritti umani subite dai migranti bloccati negli “hotspots” greci.

La presenza di agenzie europee (Frontex, Europol, l’Ufficio europeo per l’asilo) negli hotspots non fa che evidenziare ulteriormente tale responsabilità. Ciò è particolarmente evidente nel caso dell’Ufficio europeo per l’asilo (EASO), coinvolto nel processo di esame delle domande di asilo e, quindi, nelle disfunzioni descritte nella relazione.

Il nuovo contesto turco, realizzatosi dopo il colpo di stato fallito del 15 luglio, rende ancora più insostenibile la posizione degli Stati membri dell’UE. Di fronte ad un regime che aumenta il proprio autoritarismo, si dovranno decidere a scegliere tra condannare le crescenti violazioni delle libertà e dei diritti umani in Turchia e conservare i rapporti con un partner utile: un gioco pericoloso, il cui vincitore non si può prevedere, ma che fa temere che i migranti, ostaggi del dell’egoismo europeo, ne siano ancora una volta le vittime.

I fatti parlano da soli: per porre fine alle gravi violazioni dei diritti umani dei migranti bloccati negli hotspots greci, sotto la minaccia di espulsione verso la Turchia, è essenziale che l’UE ei suoi Stati membri, quantomeno:
-  non applichino la Dichiarazione del 18 marzo 2016;
-  rivedano profondamente il sistema di responsabilità degli Stati membro dell’UE (regolamento "Dublino III") rispetto all’esame delle domande di asilo, in modo che siano esaminate nel paese di scelta del richiedente.

- Scarica il rapporto in francese a questo link