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Óscar Martínez: "I migranti sono le vittime perfette"

Rodrigo Cruz, El Comercio (Perù) - 21 agosto 2016

26 agosto 2016

- Link all’articolo originale

Un’intervista al giornalista salvadoregno, ha percorso la tratta de "La Bestia", dei treni sui quali salgono migliaia di migranti per arrivare negli USA.

Ruido Photo. Proyecto “En el camino”


A 25 anni, Óscar Martínez è salito su "La Bestia", il circuito di treni che attraversano il Messico da sud verso il confine settentrionale. E che, da più di 13 anni, è diventata la scelta disperata di migliaia di migranti che cercano di raggiungere gli Stati Uniti.

Martinez, un giornalista salvadoregno, inizialmente, voleva raccontare questo: la difficoltà di viaggiare come passeggeri clandestini sul tetto del treno. Però poi ha potuto vedere molto di più: un cammino pieno di stupratori, spacciatori e poliziotti corrotti. Alla fine, divennero otto viaggi e il risultato sta in un libro: "La Bestia" (titolo originale: Los migrantes que no importan) (Icara Editorial - 2010).

Cosa hai visto quando sei salito per la prima volta su "La Bestia"?

Questa inchiesta è iniziata nel 2007 ed è finita a metà del 2010. Quando noi - dico noi perché mi accompagnarono un gruppo di fotografi (Ruido Photo) e due documentaristi - andammo sul posto, ci aspettavamo di trovare terribili tragedie durante il viaggio: sia a causa del tempo che della fame. Ci aspettavamo di trovare le difficoltà di viaggiare sul tetto di un treno che lacera molti di quelli che cadono. Ma in quegli anni c’è stato un cambiamento nell’ecosistema del crimine organizzato messicano, che ha cambiato tutto.

Cosa è successo?

Los Zetas, il braccio armato del cartello del Golfo, ha finito per dividersi dall’organizzazione che gli ha dato i natali. Sono diventati indipendenti. E, rendendosi conto che non avevano contatti politici, né con i narcotrafficanti, inglobarono i migranti nella loro ragnatela criminale. Cominciarono a rapirli massicciamente, a chiedere riscatti di 1.000 o 1.500 dollari ai loro parenti negli Stati Uniti. Cominciarono a creare un sistema di sfruttamento sessuale delle donne in bordelli orribili. E’ diventata una crisi umanitaria quando sono entrati questi criminali.

Diventò un enorme business.

Ti faccio un esempio: nel 2009, la Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Messico ha pubblicato un rapporto "Sequestro di immigrati in Messico". I sondaggisti hanno intervistato per sei mesi i migranti sequestrati che poi erano tornati in libertà. Intervistandone solo 10.000, scoprirono che Los Zetas aveva raggiunto 25 milioni di dollari.

Ruido Photo. Proyecto “En el camino”

C’è solamente Los Zeta o ci sono altre mafie che hanno preso possesso di altre tratte?

Ci sono diverse mafie coinvolte. Normalmente il territorio dove passano gli immigrati centroamericani e sudamericani è il luogo ideale per la criminalità organizzata. Non è il Messico delle grandi città. E’ il Messico dei piccoli borghi, dei villaggi. È il Messico dove lo Stato ha rinunciato al suo ruolo di Stato e ha lasciato il controllo del territorio alle mafie criminali che commettono rapimenti in pieno giorno sui binari del treno, essendo la parte principale della città.

Ad esempio, il cartello di Sinaloa ha una forte presenza in Sonora, mentre il cartello del Golfo circola più vicino al Texas. Noi siamo partiti dalla metà del confine. Di una frontiera lunga 3.100 chilometri viaggiando in auto per due mesi da Tijuana a Ciudad Juárez, quasi la metà. E durante questo viaggio, ho visitato 16 luoghi di transito, attraverso i quali i migranti entrano negli Stati Uniti. Di questi 16 punti non ne ho identificato uno in cui le mafie non si facevano pagare tra i 50 e i 70 dollari dal migrante per fargli raggiungere il proprio obiettivo di arrivare al confine, nel tentativo di entrare senza il permesso di nessuno. Tutto questo per dire che, sì, ci sono più mafie che sfruttano i migranti. E ci sono mafie come il cartello di Sinaloa che hanno fatto sparire 300 migranti in una città chiamata Altar. Chi però lo ha trasformato in un crimine massificato sono stati Los Zetas.

Come è il viaggio di un migrante su "La Bestia"?

Nel periodo in cui eravamo lì, un migrante si serviva in media di otto treni per percorrere circa i 5.000 chilometri che dividono il Messico dal suo confine meridionale al nord. Quel viaggio durava circa un mese. Un immigrato entra camminando sui marciapiedi, fino ai binari del treno. Aspetta che arrivi uno di quelli che porta solitamente grani. Si arrampicano e viaggiano attaccati fino a raggiungere la stazione successiva, sperando che arrivi il prossimo, e così via fino a raggiungere il confine con gli Stati Uniti.

Ruido Photo. Proyecto “En el camino”

Ce ne sono tanti che cadono durante il viaggio?

Salire su un treno in movimento è complicato perché possono esserci fino a un centinaio di vagoni, e ciascuno pesa una tonnellata. Inoltre, il treno ondeggia in tutte le direzioni. Non è l’esperienza di una macchina in movimento, è l’esperienza di un centinaio di elefanti che corrono e si muovono di qua e di là. In Messico ci sono centri specializzati nella cura dei mutilati da caduta dal treno. Il morso de "La Bestia", lo chiamano.

Sono migranti che spesso non viaggiano da soli.

Il migrante tipo, è un uomo tra i 15 e i 40 anni. Ma sempre più spesso si incontrano donne e minori. Ed io, ho visto intere famiglie in viaggio. Ho viaggiato in treno con una bambina di sei mesi che era con la madre. Ho visto bambini di 10, 13 anni andare soli sul treno. Voglio dire, c’è molta varierà, si incontrano tutti i tipi di persone.

Cosa deve fare un migrante per salire su quel treno?

Salire sul tetto del treno, sperare di non addormentarsi e di non cadere. E sperare che lungo la strada non ci siano aggressioni, perché ci sono diversi assalitori che salgono a metà strada, d’accordo con i macchinisti per rapire i migranti sui tetti. Sperare che non ci sia nessun agente che si occupa di immigrazione.

E durante tutto il tragitto, c’è stato un momento che ti ha impressionato di più? Ti ho sentito parlare della "arrocera".

La "arrocera" è una parte incredibile. Si tratta di una piccola frazione nel comune del Chiapas, nel sud del Messico, il suo nome è Huixtla. Viene detta "arrocera", perché prima c’era un deposito di riso ormai in disuso. L’uragano Stan nel 2005, distrusse diversi ponti ferrosi, circa 280 chilometri tra il confine del Messico e l’America Centrale. In questa zona non ci sono treni. Così i migranti entrano nella boscaglia e continuano il loro viaggio su questi tragitti sperduti (circa sei chilometri n.d.r).

Ruido Photo. Proyecto “En el camino”

E cosa succede in questi luoghi?

In questi luoghi, i migranti vengono assaliti dai poveri messicani che vivono lì, in piccoli insediamenti rurali. Accorgendosi che non venivano denunciati, iniziarono a violentare le donne. Non stiamo parlando de Los Zetas, parliamo di piccoli gruppi di uomini che si organizzano per le aggressioni, con i machete. Col tempo hanno cominciato ad aggiungersi altre persone a queste piccole bande. Il Governo messicano ha cercato di catturarli per più di 12 anni, nonostante fossero bande di piccole dimensioni.

Che cosa ha fatto il Messico a riguardo?

Il Governo Messicano ha preso la decisione di mettere in sicurezza le stazioni ferroviarie. Ora, se un migrante vuole prendere il treno, dovrà farlo quando è in corsa. Ci sono molti che ancora lo fanno. Il governo messicano l’ha fatta passare come una misura umanitaria, ma è la misura umanitaria più strana che ho sentito: costringerli a prendere un treno in corsa e chiedere ai macchinisti che vadano più veloce in modo che possano salire meno persone.

A cosa è dovuto questo livello d’indolenza?

I migranti, non solo coloro che attraversano il Messico, durante la loro vita normale, - cioè quando i media non prestano loro attenzione - sono le vittime perfette.

Perché dici questo?

Prima di tutto, perché non denunciano. Cercano di passare inosservati, non vogliono avere guai con la polizia. Gran parte della loro vita la passano nascondendosi dalle autorità. In secondo luogo, lo sono perché, dove passano i migranti spesso le autorità sono corrotte. Ma c’è anche una terza motivazione: loro non votano, non sono una risorsa politica. Nessuno si preoccupa di difenderli perchè non aumentano i voti nelle elezioni.

María en tierra de nadie / María in nobody´s land from Marcela Zamora Chamorro on Vimeo.

Ho letto una tua dichiarazione in cui dicevi che se un altro paese fosse al posto del Messico, farebbe lo stesso.

Secondo la mia esperienza è così. In Costa Rica, ad esempio, la vita dei nicaraguensi è spesso molto triste: percepiscono salari miseri, c’è molto abuso da parte della polizia. In Argentina, i diritti dei migranti boliviani vengono violati. In El Salvador, un paese altamente violento, viene resa impossibile la vita ai pochi migranti che vanno là a lavorare. Penso che ci sia una sorta di vocazione a respingere lo straniero, il migrante, soprattutto se arriva in maniera sottomessa. Se in El Salvador arriva uno svedese, sicuramente verrà trattato benissimo. Credo, che sia una vocazione naturale latinoamericana, trattare il migrante povero come una merda.

Perché pensi che ci siano più testi che affrontano il cosiddetto, o mal detto, sogno americano di quelli che parlano delle tragedie che accadono i migranti?

Ci sono diverse ragioni. Prima di tutto, credo che dai paesi che hanno un sacco di immigrati ci facciamo una costruzione ideologica del migrante come un eroe, come colui che salverà l’economia della famiglia. Il migrante non ce lo fanno vedere mai come una donna violentata o un uomo che si ammazza di lavoro negli Stati Uniti, per poi essere pagato meno della paga oraria minima. L’idea del migrante è meglio tradotta con un bella banda musicale o una camicia dei Los Angeles Lakers; che con una donna trascinata in una fattoria di montagna in Messico, sanguinante e con le gambe aperte. Questa esaltazione del migrante come il salvatore economico, fa sì che il pensiero si concentri su questo.

Cosa pensi quando senti i politici come Donald Trump che parlano dei migranti?

Quello che penso, come disse il giornalista Jon Lee Anderson, è che ci dovrebbe essere una legge per punire alcune cose che ha detto; no so, tipo crimini di odio. Trump non è l’unico. E’ un uomo che rappresenta molto quello che vogliono gli americani. Ci sono molte persone negli Stati Uniti che hanno quel livello di idiozia per acquisire quei messaggi in modo così semplicistico. Ci sono un sacco di persone che avrebbero voluto dire in pubblico che i messicani sono delle merde, ma non hanno mai osato farlo. Per questo furono così felici quando lo sentirono dire.

Come si ritorna, dopo aver visto tutto quello che hai vissuto?

Con questo viaggio, diventa molto chiara la società che abbiamo costruito, dove ci sono persone che non valgono assolutamente nulla e dove altri prendono un aereo ed atterrano a New York in quattro ore. E’ uno dei migliori esempi di disuguaglianza. Si può provare simpatia o meno per il migrante. Ti può sembrare orribile la sua pelle o i suoi capelli, ma ciò che non può essere negato è che si sono guadagnati il ​​rispetto nel fare cose per le loro famiglie che nessuno di noi farebbe. Lo dico con una vecchia metafora: hanno attraversato l’inferno per le loro fammiglie. Non so se la gente che li odia farebbe lo stesso.

Perché hai deciso di scrivere su questi temi?

Per una ragione molto semplice: penso che il giornalismo debba far luce sugli angoli bui. Illuminare è il primo passo per far sì che ci sia la speranza di risolvere. Quando ho visto quegli angoli bui, non potevo andar via senza fare un po’ di luce.

Il tuo libro (La Bestia) è una denuncia al sistema di immigrazione in generale?

Esso contiene molta denuncia. Il libro è formato da quattordici articoli che mostrano le diverse grandi problematiche. Il viaggio in treno, la tratta delle donne per lo sfruttamento sessuale nel confine meridionale, i contingenti dei Narcos nel confine settentrionale, i rapimenti di massa del Los Zetas a Veracruz, il sistema di appropriazioni indebite. Si tratta di un libro che si propone di mostrare all’interno di un vasto mosaico, il mondo nascosto delle migrazioni in un paese con una crisi di sicurezza come quello messicano.

Che impatto ha avuto il libro in Messico?

Ha avuto molte vendite in Messico. Della prima edizione, che è uscita in Spagna, sono state inviate in Messico circa 1.500 copie e così si esaurirono. Poi uscirono tre edizioni di 3.000 copie. Ciò che mi rende felice, è che il libro è diventato un’arma. Ci sono persone che lo hanno vissuto, che hanno avuto bisogno di molto tempo per dire che quello che stava accadendo a loro era vero. Poi il libro ha avuto una nuova ondata di successo, quando fu pubblicato di nuovo come "The Beast". E ora il libro è stato tradotto in inglese, italiano, spagnolo, e quest’anno uscirà in tedesco.