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“Vogliamo solo vivere” - in viaggio con i profughi dal Sud Sudan

Patrick Kingsley, al confine tra Uganda e Sud Sudan - The Guardian del 25 agosto 2015

30 agosto 2016

- Link all’articolo originale

Tra le 80.000 persone fuggite in Uganda, da quando a Luglio è ricominciata la guerra civile in Sud Sudan, vi sono centinaia di minori non accompagnati.

Evitiamo il colera lavandoci le mani”, recita un cartello in un campo profughi in Uganda, appena a sud del confine con il Sud Sudan. È un cartello nuovo, scritto a mano frettolosamente - e l’agitazione a qualche metro dall’entrata del campo spiega perché sia necessario.

Centinaia di profughi Sud Sudanesi stanno arrivando dal confine, aumentando il sovraffollamento di un campo che sta già ospitando un numero di persone quattro volte superiore alla sua capacità, cosa che aumenta il rischio di malattie. Stipati in tre corriere, sono solo gli ultimi di più di 88.000 profughi Sud Sudanesi che cercano rifugio qui dai primi di Luglio, quando nel paese più giovane del mondo è ricominciata la guerra civile. I primi ad arrivare hanno raggiunto l’Uganda in canoa. Ora arrivano in corriera.

Questa imponente migrazione ha messo in crisi il nord dell’Uganda, in cui nelle ultime sei settimane l’afflusso di profughi è raddoppiato rispetto alla prima metà dell’anno. Nei giorni più caotici sono arrivate fino a 8.000 persone.

Arrivano con storie di profonda brutalità, di soldati che saccheggiano villaggi e violentano gli occupanti. “Passavano da casa a casa”, ha raccontato Lilian, 16 anni, parlando dell’attacco al suo villaggio, avvenuto verso fine Luglio. “Se nella casa c’era un ragazzo, lo picchiavano. Se c’era una donna, e non voleva andare a letto con loro, la picchiavano e poi la violentavano. Stuprerebbero qualsiasi donna. Vogliono che abbiamo paura a restare qui".

Così, il giorno seguente Lilian è scappata nella foresta con le sue due sorelle. Prima, ha raccontato, hanno scavato una buca e vi ci sono nascoste. Poi hanno cercato riparo in un camion, al cui guidatore avevano sparato. Hanno finalmente raggiunto l’Uganda nei primi giorni di Agosto.

I funzionari e i volontari non erano preparati. Da quando nel 2013 è iniziata la guerra civile, circa 750.000 Sud Sudanesi sono scappati verso gli altri stati dell’Africa orientale, ma quando l’anno scorso è stato firmato un fragile trattato tra le due fazioni si credeva che il peggio fosse passato. Il trattato è stato violato a Luglio, quando sostenitori del presidente Salva Kiir si sono nuovamente scontrati con quelli del leader dell’opposizione, l’ex vicepresidente Riek Machar, lasciando il peso del disastro umanitario sulle spalle dell’Uganda e del Sudan.

La risposta della Comunità Internazionale? Non sappiamo se sia perché la loro attenzione sia rivolta altrove, ma non sta operando come in passato”, ha dichiarato il David Kazungu, del Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Dall’inizio dell’insurrezione le razioni sono state ridotte, dimezzando l’apporto di calorie per tutti tranne che per i più vulnerabili. I fondi forniti dall’UNHCR sono stati ridotti al 20%. Alcuni centri di accoglienza stanno ospitando un numero di profughi quattro volte superiore al normale, il che ha portato a scarsità di acqua e ad un’epidemia di colera in uno dei campi più sovraffollati.

Sono stanco, fisicamente e mentalmente” ha raccontato Pascal Aklusi, uno dei funzionari che supervisionano gli aiuti nel Nord dell’Uganda. “Abbiamo davvero bisogno di aiuto, sotto forma di fondi”.

Alcuni Sud Sudanesi sono diretti in Europa, ma il numero di profughi nell’Africa orientale è paragonabile a quello dei recenti flussi migratori dal Medio Oriente verso l’Europa. E le loro esperienze sono spesso altrettanto infernali.

Questo è un problema molto urgente”, ha dichiarato Charlie Yaxley, portavoce dell’UNHCR in Uganda. “Quasi tutti i profughi di cui stiamo parlando hanno raccontato storie incredibilmente traumatiche su quello che si sono lasciati alle spalle, su gruppi armati che bruciano case, violentano giovani donne e ragazzine e reclutano ragazzi con la forza".

Nella capitale Juba, dove Human Rights Watch e Associated press hanno raccontato rispettivamente di donne violentate fuori dalle sedi delle Nazioni Unite e di volontari violentati dall’esercito governativo, i combattimenti si sono fermati. Gli scontri però continuano nella regione rurale del sud, causando l’esodo di quest’estate.

Photograph: Patrick Kingsley for the Guardian

Jen Gune, che qui vediamo assieme a sua figlia e suo marito, ha assistito all’esecuzione sommaria di un motociclista adolescente prima di fuggire dal Sud Sudan.
Ci sono persone in fuga da un conflitto in corso [fuori Juba]”, ha raccontato Casie Copeland, Senior Analyst del Sud Sudan per l’International Crysis Group, una fucina di cervelli, “mentre chi fugge da Juba fugge da un conflitto già terminato perché ha paura di un altro”.

Ottoviana, una ex maestra di 70 anni, ha raccontato di un attacco ad una sua parente cinquantenne vicino alla città di Loa. “È stata violentata nella sua casa”, ha raccontato Ottaviana. “Gli altri sono scappati, ma lei non poteva fuggire perché stava prendendosi cura di suo figlio, che è storpio”.

Le vittime hanno raccontato di attacchi crudeli e completamente casuali, da parte di soldati governativi e di ribelli, che sono avvenuti nel sud-est del paese. Jen Gune, un agente di polizia di 30 anni, era in servizio il giorno 21 Luglio quando ha raccontato di aver visto dei soldati fermare un motociclista di 18 anni per poi giustiziarlo. Ad un funerale lì vicino, Gune ha dichiarato: “Qualcuno si è alzato per vedere cosa fosse successo, e hanno sparato anche a lui”.

Come agente di polizia, Gune ha raccontato di quattro casi documentati di violenza sessuale da parte di soldati nell’area di Pageri negli ultimi mesi. Però, dal momento che i combattimenti sono ricominciati a Luglio, aveva solo assistito a omicidi e saccheggi. “Quando arrivano alla tua casa, se la tua porta è aperta entrano e rubano tutto, e se è chiusa la sfondano, entrano, e rubano tutto comunque”, ha raccontato Gune. “Che tu sia sulla strada o che tu sia a casa, ti uccidono”.

Da un’altra parte del paese, Grace Mandera, 16 anni, ha raccontato che i suoi vicini sono stati vittime di abusi da parte dei ribelli e delle truppe governative. Prima i ribelli hanno preso il comando della città e hanno costretto i giovani ad unirsi alle loro fila. Poi, quando l’esercito ha riconquistato la città, i soldati hanno violentato almeno tre ragazze, stando a quanto una delle vittime ha raccontato a Mandera dopo essere scappata con suo fratello. “Ho pensato che se fossi rimasta bloccata nel villaggio sarei stata violentata”, ha raccontato Mandera.

I superstiti hanno raccontato come lo stupro venga usato come arma. “È un modo per costringere le persone che vivono in quell’area ad andersene”, ha dichiarato Sam Siyaga, 34 anni, funzionario pubblico che è scappato da un’area limitrofa. “È molto comune”.

Photograph: Patrick Kingsley for the Guardian

Il profugo Sud Sudanese Sam Siyaga racconta che lo stupro viene usato come arma per costringere la gente a lasciare la zona.

Gruppi armati hanno derubato chi cercava di scappare, e spesso hanno impedito a uomini e ragazzi di scappare costringendoli ad unirsi al combattimento. Per non essere trovati, alcuni profughi hanno raccontato di essersi nascosti nella foresta per giorni, sopravvivendo con foglie e manioca selvatica. Altri hanno aspettato vicino ad una strada principale fino all’arrivo di un convoglio militare ugandiano, di ritorno da Juba dopo il salvataggio di alcuni ugandiani esiliati.

Diversi superstiti, dopo aver raggiunto un luogo sicuro, hanno raccontato che nè il governo Sud Sudanese nè i ribelli ispiravano fiducia. “Noi diamo la colpa a tutti loro”, ha dichiarato Peter Paul Odong, preside da Magwi, mentre si aggrappava al retro di un camion appena entro i confini dell’Uganda. “Dopo aver raggiunto l’accordo di pace, i combattimenti sono continuati. Ed è colpa di entrambe le parti”.

I funzionari raccontano che in mezzo a tutto questo caos è stata coinvolta nei combattimenti una varietà di popoli più ampia del solito. Kiir e Machar hanno combattuto per fazioni diverse nel movimento per la liberazione del paese, e rappresentano i due gruppi etnici più grandi, rispettivamente i Dinka e i Nuer. Ma molti dei nuovi sfollati vengono da tribù più piccole, tra cui quelle dei Madi. “Abbiamo visto profughi da tribù e aree che non avevamo visto prima, il che significa che i combattimenti si sono estesi fino ai villaggi”, ha raccontato Kazungu.

Si è inoltre verificato un preoccupante picco di minori non accompagnati tra i profughi, secondo quanto raccontato da Save the Children, che sta chiedendo donazioni per prendersi cura dei nuovi arrivati.

Save the Children ha fatto sapere che dai primi giorni di Luglio sono arrivati in Uganda quasi 1.500 minori non accompagnati o bambini separati dai loro genitori, un numero sette volte superiore a quello registrato nella prima metà dell’anno. Il più giovane aveva 5 anni. Alcuni sono arrivati da soli perché i loro genitori sono stati costretti a rimanere a combattere. Altri sono stati separati dal caos, tanto che Save the Children ha dato il via ad un programma per riunire le famiglie separate, e trovare un affido familiare ai bambini orfani.

Molti dei bambini separati dai genitori arrivano con grembiuli scolastici perché non hanno avuto la possibilità di tornare a casa”, ha raccontato Tonny Kasiita, Team Leader della ONG in una delle zone di confine. “Sono arrivati con i loro insegnanti e i loro compagni di classe”.

Nella foga del trovare una sistemazione a così tanti bambini, molti adolescenti devono ancora ricevere un’istruzione secondaria. Ma rispetto ad altre nazioni, l’Uganda è generosa nei confronti dei profughi. Al contrario dell’Inghilterra, l’Uganda permette ai profughi di lavorare non appena arrivano nel paese. Alle famiglie viene anche assegnato un pezzo di terra, e gli strumenti per costruire una nuova casa.

Photograph: Patrick Kingsley for the Guardian

Nel campo profughi Maaji, nel nord dell’Uganda, ai nuovi arrivati viene dato un pezzo di terra, gli strumenti per costruire una casa e il diritto di lavorare.
Questa decisione è in parte altruistica; molti leader ugandesi sono stati a loro volta dei profughi. Ma nasce anche da una lungimirante attenzione per i propri interessi, racconta Kazungu. “Non vediamo i profughi come un peso, ma come parte dello sviluppo economico della nazione”, ha raccontato. “Dove sono loro c’è sviluppo, si costruiscono scuole, servizi sanitari e anche i cittadini possono fare affari. Loro comprano cibo dai cittadini, e viceversa".

Una ricerca dell’Oxford University’s Refugee Studies Centre evidenzia i benefici economici delle politiche di accoglienza dell’Uganda. Più di uno su cinque profughi a Kampala, la capitale Ugandese, hanno un’attività che ha almeno un impiegato, e il 40% di quegli impiegati è ugandese.

La nostra ricerca sul paese evidenza i benefici dell’andare oltre i campi profughi e dare ai profughi le libertà socioeconomiche di base”, ha dichiarato il professor Alexander Betts, il direttore del centro. “I profughi diventano produttori, consumatori, imprenditori, impiegati e datori di lavoro. Aiutano loro stessi e le loro comunità. Queste politiche non sono perfette, ma offrendo una autonomia economica di base ai profughi ci danno un modello da cui gli altri paesi dovrebbero imparare”.

Tuttavia, sul breve periodo molti dei nuovi profughi in Uganda erano semplicemente felici di trovare un qualsiasi rifugio. “Non sono affatto contenta di aver lasciato la mia casa”, ha dichiarato Ottoviana. “Ma quello che voglio più di ogni cosa, e quello che i miei figlio vogliono più di ogni cosa, è vivere”.

I nomi di alcuni profughi sono stati cambiati.