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Reportage - Calais: una Giungla costruita sulla sabbia

Testi e fotografie di Mara Scampoli e Mattia Alunni Cardinali (agosto 2016)

9 settembre 2016

Al nostro arrivo Calais ci accoglie subito senza cerimonie. Per chi arriva dal Regno Unito la problematicità della situazione si delinea già all’uscita degli arrivi dei traghetti percorrendo il labirinto di asfalto che conduce all’uscita del porto. La nuovissima e candida recinzione alta quattro metri e sormontata da filo spinato non abbandona mai la cornice del finestrino dell’auto, mentre di tanto in tanto poliziotti armati e in assetto antisommossa ti sfilano veloci ai lati della strada.

Il vento che viene dal mare spazza senza tregua la larga distesa di silicio che si estende a perdita d’occhio lungo il litorale Francese. Mentre il sole tramonta dietro la Gran Bretagna, una sottile e sbiadita ombra che fa capolino lungo la linea dell’orizzonte, sulla spiaggia gli ultimi bagnanti si affrettano a raccogliere le loro cose per andare a godersi la razione quotidiana di moules in uno dei tipici ristoranti sul lungomare.
Tuttavia, nell’ultimo decennio, Calais è diventata punto di arrivo anche per un altro tipo di viaggiatori.

L’aria pungente del mattino e l’umidità salina dell’aria ci accompagnano verso la periferia della città. Raggiungere la Jungle non è difficile. Anche se non ne conosci l’esatta collocazione, basta dirigersi verso la zona industriale delle Dunes e seguire il flusso di migranti che ogni giorno percorrono il lunghissimo viale che la collega a Calais. Se chiedi a qualcuno dove si trova il campo, molto probabilmente ti ci accompagna in cambio di un’amichevole chiacchierata.
Sono i primi di agosto, e la demolizione della parte sud della Jungle da parte delle autorità Francesi è ancora un’ombra scura che fa fatica a levarsi dai volti delle persone.

La "Jungle"(Mara Scampoli Ph.)


L’autostrada sembra svolgere il compito di cinta muraria, difficile capire a favore di quale agglomerato, mentre la strada che vi passa sotto segna l’ingresso ufficiale alla tendopoli.

Vista dall’alto la Jungle è un mosaico di teli di plastica colorati di un’estensione impensabile, che cresce di giorno in giorno. Come ci raccontano al Welcome Caravan, punto di accoglienza gestito dall’Auberge Des Migrants, i volontari accolgono quotidianamente decine di persone alle quali offrono un primo aiuto fornendo tende, sacchi a pelo ed altri generi di prima necessità.

Il punto di accoglienza gestito dall’Auberge des mirgants (Mattia Cardinali Ph.)


Nonostante lo sgombero forzato avvenuto il 29 febbraio di quest’anno, che ha costretto molti dei profughi ad ammassarsi nella parte meridionale del campo, e nonostante le continue minacce di smantellamento, il numero di immigrati che ogni giorno arrivano è in costante aumento.
L’ultimo censimento effettuato ad Agosto da parte di Help Refugees, una delle principali ONG attive e con sede nel campo, presenta numeri impressionanti: 9,106 è il numero delle persone che al momento abitano nella Jungle. Questi dati testimoniano come la popolazione sia cresciuta del 29% dai primi di luglio: una media di 500 arrivi a settimana, circa 70 persone al giorno, per il il 70% provenienti dal Sudan e dall’Afghanistan. Di queste, 865 sono minorenni, di cui 675 non accompagnati. Il più giovane di loro ha appena 8 anni.
Importantissima anche la funzione sociale del censire e tenere traccia della popolazione del campo e del numero di minori, se si pensa che a seguito dello sgombero di inizio anno ben 129 di loro risultano dispersi.

Installazione fatta dai volontari e dai migranti per ricordare i 129 bambini dispersi durante lo sgombero (Mattia Cardinali ph.)


L’altra cosa che salta subito all’occhio camminando per le vie di questa città, a parte l’enormità dello spazio occupato e del numero di persone che vi abita, è la vita che vi scorre dentro e la capacità organizzativa di coloro i quali, migranti ed associazioni, hanno trasformato questo posto in un agglomerato di strutture minimamente vivibile.

Vi è un grande fermento ed i vari luoghi gestiti dalle associazioni sono stati deputati alle più diverse attività: dalla distribuzione del cibo e dei vestiti alle attività scolastiche, quest’ultime molto richieste dagli abitanti del campo.
Ci sono poi ristoranti e negozi, fulcro della vita sociale della Jungle. Strutture che sono una via di mezzo tra una grande tenda ed una baracca, decorate ed arredate secondo le usanze dei paesi di provenienza dei loro proprietari così da diventare luoghi unici e caratteristici.

Queste rappresentano un luogo di aggregazione e socializzazione fondamentale per tutti i rifugiati, consentendo loro anche di ricevere le ultime notizie dal proprio paese attraverso la TV satellitare, di ricaricare il cellulare, indispensabile per contattare le proprie famiglie a migliaia di chilometri di distanza, o di avere un pasto caldo e un luogo dove dormire in attesa di una tenda.

Inoltre molte di queste strutture hanno anche finalità di sostegno alla popolazione più giovane della Jungle, come ad esempio Kids Cafè, un’iniziativa educativa gestita dall’insegnante britannica Mary Jones e finanziata esclusivamente tramite donazioni.
Il Cafè, uno spazio facente parte della Jungle Books Library, è un luogo d’incontro dove i minori non accompagnati possono passare il loro tempo in compagnia di coetanei. Inoltre qui, sotto la supervisione dei volontari, possono anche avere pasti caldi, frequentare lezioni di inglese o francese, giocare, guardare la TV e ascoltare musica.

Per molti di loro questo significa tanto ed è una vera e propria ancora di salvezza, dato che viaggiando da soli non hanno nessuno su cui poter fare affidamento. La maggior parte di questi ragazzi sono stati infatti mandati in Europa dalle proprie famiglie, che vendendo tutto pur di garantire loro un futuro, hanno evitato che venissero reclutati tra le file dell’Isis o che rimanessero vittime della guerra civile.

La Jungle Book Library (Mara Scampoli Ph.)


Queste piccole attività auto gestite, che offrono anche ai volontari un posto dove potersi rilassare un po’ bevendo del thè o gustando cibi etnici, sono state al centro di un’importante battaglia civile. L’amministrazione di Calais-Pas Du Nord infatti, contemporaneamente allo sgombero di inizio anno, aveva decretato anche la chiusura di tutte le attività commerciali, asserendo come giustificazione la mancanza dei requisiti igienico-sanitari e delle altre autorizzazioni necessarie.

A questo è seguita una mobilitazione delle ONG operanti in loco a sostegno dell’importante funzione sociale che questi luoghi svolgono. E’ stato quindi presentato ricorso presso il tribunale di Lille, il quale in data 11 agosto ha accolto l’appello decretando l’illegittimità della loro chiusura. La Corte ha inoltre riconosciuto la valenza sociale di quest’ultimi, argomentando come sia impossibile richiedere l’adeguamento dei criteri di idoneità, quando in tutto il campo i rifugiati vivono in condizioni di totale precarietà e senza i requisiti igienico-sanitari fondamentali.

La polizia effettua controlli sulle attività commerciali nella Jungle (Mara Scampoli Ph.)


Durante la nostra permanenza abbiamo avuto modo di incontrare volontari e responsabili delle diverse associazioni per conoscere più a fondo il loro lavoro ed i principali bisogni ai quali rispondono quotidianamente, particolarmente in relazione alle donne ed ai bambini.

La condizione dei minori è sotto i riflettori dei media internazionali da diverso tempo. Nel Regno Unito è diventata ormai oggetto di battaglia politica spesso andando in contrasto con gli accordi di Dublino stipulati proprio in favore delle persone richiedenti asilo tramite il ricongiungimento familiare. Da poco è stato approvato l’emendamento alla legge sull’immigrazione, proposto dal laburista Lord Alfred Dubs, che prevede l’accoglienza dei minori profughi provenienti dai campi europei, sebbene i numeri riguardanti questi accordi restino ancora un’incognita.
Nel frattempo, le ONG hanno organizzato diversi centri e percorsi per la registrazione, la tutela, l’educazione e lo svago dei giovani richiedenti asilo.

Una struttura fra le più attive è “L’école laique du chemin des dunes”. In attesa che gli stati europei garantiscano i diritti sanciti dalle convenzioni internazionali, Zimako Jones, egli stesso rifugiato nigeriano, ha costruito questa scuola in collaborazione con l’ONG Solidarité laïque.
La scuola si compone di due classi, un’infermeria, una sala riunioni, uno spazio giochi, una cucina e diversi spazi dove alloggiano gli insegnanti volontari. Alcuni di loro sono stabilmente a fianco di Zimako, mentre un numero variabile di quest’ultimi si avvicenda tra corsi di alfabetizzazione di vario livello e attività ricreative sia per adulti che per bambini.

Insegnanti volontari durante una lezione presso l’école laique (Mara Scampoli Ph.)


Come ci racconta Marco, di origine curda ma con passaporto inglese e braccio destro di Zimako, la scuola è aperta a tutti e molto ben vista dalla popolazione del campo. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, bambini e ragazzi di tutte le età frequentano le lezioni e le attività ricreative lì organizzate: “Le famiglie sono felici di portare qui i loro figli, alcuni di loro anche molto piccoli, cosicché possano giocare e svagarsi con i loro coetanei. Ogni tanto organizziamo anche gite alla spiaggia, ed i bambini ci mostrano sempre quanto siano contenti di partecipare a queste uscite”.
Poi aggiunge: “I ragazzi sono contentissimi di passare il loro tempo qui alla scuola. Spesso ci dicono quanto sia importante per loro imparare l’inglese o il francese, per poi poterne fare uso nei paesi dove sono diretti”.

Marco, collaboratore presso l’école laique du Chemin des dunes (Mara Scampoli ph.)


Tuttavia lo stress che comporta vivere nella Jungle si fa sentire e Marco ci confessa che c’è un po’ di preoccupazione per il futuro della scuola e dei suoi alunni. Da tempo infatti gira voce che le autorità francesi vogliano sgomberare anche la parte nord del campo. Inoltre la polizia è sempre nei paraggi, controllando anche che i negozi e i ristoranti siano chiusi, e questo ovviamente non aiuta a tranquillizzare la situazione.

Nella parte più a nord del campo invece, Refugee Youth Service gestisce diverse attività per ragazzi nella fascia di età tra i 12 e i 18 anni, che rappresenta una larga parte della popolazione della Jungle. Questo è l’unico centro nel quale, con il supporto di Medici Senza Frontiere, vengono effettuate anche attività di supporto legale e psico-sociale per chi ne ha bisogno. Gli operatori del centro confermano l’altissimo numero di minori rifugiati, con o senza accompagnamento, e riferiscono dell’impotenza dell’amministrazione Francese che non riesce a far fronte alle esigenze di tutela dei minori.

Per quanto riguarda la popolazione femminile bisogna partire dalla valutazione delle cifre. Le donne infatti rappresentano solo il 10% della popolazione del campo, e, insieme ai bambini, ne costituiscono la fascia più vulnerabile. A parte coloro che vivono in famiglia, molte sono arrivate da sole ed al momento vengono ospitate in una struttura protetta chiamata Jules Ferry Centre.

L’”Unofficial women and children’s centre” è invece un’associazione autonoma che gestisce attività per le madri e i loro bambini all’interno di un bus a due piani il cui ingresso è strettamente riservato alle donne. Nel piano inferiore è stato allestito uno spazio di incontro, di dialogo e di svolgimento di attività quotidiane come il cucito e la cura personale.
Qui ad esempio si tiene ogni settimana una giornata dedicata alla donna, quindi con attività come parruccheria o tatuatura hennè, momenti estremamente significativi per il mantenimento del morale, della dignità personale e della propria identità.

Contemporaneamente, al piano superiore le volontarie accolgono i bambini, con i quali svolgono attività scolastiche, ricreative e di socializzazione, garantendo così un ambiente sicuro ed accogliente dove potersi distrarre dalla difficile condizione nella quale si ritrovano.

Volontarie durante una riunione presso il "Women Bus" (Mara Scampoli Ph)


Flora, giovane ragazza di Londra ormai membro stabile del team, racconta come tutto è iniziato circa un anno fa quando tramite delle donazioni sono riusciti a comprare il pullman. Inizialmente questo era un centro di distribuzione di beni ed uno spazio per bambini, gestito da due differenti organizzazioni. Con lo sgombero della parte sud della Jungle avvenuto a fine febbraio gli sforzi delle due associazioni si sono uniti ed ora il centro è aperto tutti i giorni ed offre servizi fondamentali per le persone che lo frequentano.
Le nostra priorità è di fornire prima di tutto un posto sicuro ed accogliente, dove le donne del campo possano sentirsi a loro agio ed i bambini divertirsi. Il range di età dei minori di cui ci prendiamo cura va dai 3 ai 9 anni, anche se poi ogni tanto i bambini portano i loro fratelli o sorelle ed alcuni hanno anche 1 o 2 anni d’età”.
Noi offriamo attività ludico-educative in Inglese riguardanti matematica, scienze, lettura ed arte a diversi livelli. Ognuno di loro deve essere comunque seguito da vicino per via della tenera età e delle vicende vissute, perciò è fondamentale che i bambini si trovino in un ambiente positivo. Quello che facciamo è solo cercare di farli sentire bambini”.
Inoltre la responsabile Liz Clegg sta curando anche l’accoglienza dei rifugiati che nel frattempo riescono ad arrivare in Inghilterra. Molti di loro una volta entrati in Gran Bretagna vengono mandati a Birmingham, ed è qui che vengono accolti da Liz, che insieme al suo gruppo fornisce servizi a supporto del loro inserimento nella comunità locale.

Nei giorni seguenti la nostra partenza il Ministro degli Interni Francese Bernard Cazeneuve si fa avanti ancora una volta dichiarando di voler smantellare il resto della Jungle “al più presto”, aggiungendo che la chiusura della parte Nord del campo avverrà “con grande determinazione” ma “gradualmente, creando altri alloggi e centri d’accoglienza” dove verranno trasferiti i rifugiati.

L’ingresso del campo di Calais; in alto la recinzione che lo separa dall’autostrada


La sua visita alla città arriva dopo tre giorni dal blocco dell’autostrada che conduce al porto di Calais, causato da commercianti locali, personale del porto, camionisti ed agricoltori che hanno manifestato a favore della chiusura del campo.

Le dichiarazioni del Ministro Cazeneuve seguono quelle del candidato alla presidenza e già capo di stato Francese Nicolas Sarkozy, il quale, oltre ad essere vivace sostenitore della campagna politica contro l’uso del burkini nelle spiagge del paese, ha proposto all’appena insediata primo ministro inglese Theresa May di trasferire la Jungle oltre Manica. La proposta, forse non più che una mera provocazione, ha ricevuto in risposta solo un sonoro "no" accompagnato dalla precisazione che era stato proprio lo stesso Sarkozy nel 2003, allora Ministro degli affari interni sotto il governo Chirac, a firmare il trattato Le Touquet riguardo i controlli di frontiera Inglesi in terra Francese e viceversa.

Ad oggi, chiedere lo smantellamento del campo vorrebbe dire peggiorare la situazione invece che risolvere problemi” commenta François Guennoc di Auberge des Migrants, una delle tante ONG che in una lettera aperta al governo Francese ha recentemente fatto notare come la chiusura della Jungle disperderebbe i migranti su un’area più vasta e aggraverebbe la già tanto drammatica situazione.

La Jungle al tramonto (Mattia Cardinali Ph)