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Effetto Austria. Chiusura, controllo ed esternalizzazione delle frontiere

9 settembre 2016

Il governo austriaco è pronto a chiudere le frontiere, mandare 2200 soldati sui confini e respingere arbitrariamente nei paesi limitrofi tutti i migranti che tenteranno di mettere piede nel paese. A leggere le notizie riportate dalla stampa sembra di essere tornati esattamente allo scorso anno, quando gli stessi socialdemocratici e popolari minacciavano la blindatura dei confini e criticavano apertamente la scelta di Merkel di sospendere il Regolamento Dublino per i cittadini siriani, ma più in generale si lamentavano dell’aumento delle domande d’asilo nel loro paese [1]. Anche allora fioccarono critiche trasversali, poi quello che accadde nel primo semestre del 2016 confermò che la “grande” coalizione austriaca andava diritta per la sua strada: a febbraio, poco prima dello scellerato accordo Ue-Turchia, la scelta di contingentare il numero degli ingressi diede il via alla chiusura della rotta dei Balcani; il mese successivo fu dichiarata l’emergenza al Brennero e minacciata la costruzione di una barriera e a fine aprile la maggioranza votò una nuova legge “emergenziale” più restrittiva in materia di diritto alla protezione internazionale.

Per scongiurare la costruzione del muro, il ministro dell’Interno Alfano promise che dal Brennero non sarebbero mai più transitati migranti e spostò il controllo della frontiera fino a Verona, con il risultato di rendere la linea ferroviaria del Brennero una grande area di discriminazione e sospensione del diritto. Tuttora, i controlli razziali sui treni diretti al confine e nelle stazioni militarizzate di Verona e Bolzano non sono cessati e violano (quanto quelli che avvengono a Chiasso in Svizzera [2]) le norme che vietano i controlli sistematici alle frontiere interne dell’Area Schengen [3]. L’Austria d’altro canto negli scorsi anni ha respinto mensilmente verso l’Italia centinaia di persone. [4] Ma quello che ad Alfano interessa non è certamente il rispetto del diritto ma, come ha espresso durante il Forum di Cernobbio, la priorità è “affermare il principio che più (i migranti ndr) vengono al nord cercando di raggiungere altri paesi Europei, più noi li rimandiamo al Sud”. Addirittura il ministro si autoelogia ricordandoci che, grazie alla sua azione, ha dato un “contributo alla tenuta dell’Europa”. Quindi limitare la mobilità dei migranti, punirli fino a riportarli al sud – a Como abbiamo conosciuto ragazzi deportati ben 6 volte - usare la forza e la violenza per fare questo [5] e per identificarli negli hotspot [6], violare i diritti fondamentali con controlli sistematici, caldeggiare ed effettuare i rimpatri forzati nei paesi d’origine dittatoriali [7] e al tempo stesso non mettere minimamente in discussione l’attuale sistema europeo d’asilo, le morti in mare e l’impossibilità di accedere in modo sicuro nel continente, è un contributo del quale, invece, dovremmo vergognarci.

All’interno della nuova legge emergenziale austriaca, oltre a limitare a tre anni il permesso di soggiorno per asilo, furono inserite delle "misure speciali per il mantenimento dell’ordine pubblico e la salvaguardia della sicurezza interna": in pratica il governo si dotò di strumenti normativi atti a considerare l’arrivo di richiedenti asilo una minaccia alla sicurezza nazionale e dichiarare lo stato d’emergenza. Il tetto massimo di ingressi per il 2016 fu fissato a 37.500 e anche se la legge viola le direttive europee in materia d’asilo, l’Austria anche questa volta non sembra mostrare particolari dubbi sulla legittimità delle proprie azioni. Anzi, il cancelliere Kern, ex direttore generale delle Öbb, le ferrovie federali austriache che a settembre del 2015 sospesero i treni in arrivo dall’Ungheria "a causa del flusso massiccio di profughi" [8], fa sapere che il provvedimento urgente sarà in vigore per sei mesi e prolungabile per tre volte. Seppur in Austria il clima generale è da campagna elettorale, il provvedimento non va assolutamente sottovalutato perché se da una parte è vero che la caccia al consenso in Austria, in vista del voto del 2 ottobre, si misura nuovamente sui rifugiati, dall’altra rendere operativo il tetto massimo alle richieste asilo significa riprodurre un discorso pericoloso facilmente applicabile negli altri paesi europei.

In uno spazio europeo che propone la costruzione di nuovi muri e barriere normative per rispondere ad un’opinione pubblica aizzata contro i migranti, ritenuti il perfetto capro espiatorio per nascondere quanto ci viene negato in termini di redistribuzione della ricchezza, welfare e diritti, sono altrettanto pericolose le (finte) soluzioni che verranno messe in campo per arginare scelte unilaterali degli altri Stati membri. Perché a questa nuova accelerazione austriaca va data una lettura, ovviamente, non legata solo a fattori interni.
La vera posta in palio, come ha spiegato Merkel nell’intervento dell’altro giorno al Bundestag, è riproporre l’accordo Ue-Turchia. Un modello (sic!), ha detto la cancelliera tedesca, da replicare con paesi della sponda sud del Mediterraneo come Egitto e Tunisia. Parte di questo modello, in verità, è già attivo attraverso i Memorandum di Intesa (MoU) [9] visto che l’Italia rimpatria forzatamente i cittadini egiziani e tunisini appena sbarcati [10], senza dar loro la possibilità di richiedere l’asilo ed ha utilizzato il paese del dittatore Al-Sisi come sosta intermedia nella deportazione dei profughi sudanesi.
Ma il vero nodo critico per Merkel (ma non sono per lei) rimangono le partenze dalla Libia, impossibili da fermare fino a quando non ci sarà un governo stabile disposto, in cambio di denaro, a diventare il nuovo gendarme della rotta mediterranea. Per aggirare il caos libico non resta perciò che esternalizzare e militarizzare le frontiere della fortezza fino al cuore del Sahel nell’Africa subsahariana. Merkel ha definito come “un passo molto sensato” il fatto che "la Germania, assieme alla Francia e all’Italia, si sia dichiarata pronta sotto l’egida della Commissione europea ad assumere una partnership per Niger e Mali” sulla questione dei migranti.
Di fronte alla piena partecipazione dell’Italia in questo patto comune per bloccare le partenze a monte delle rotte, le parole del Ministro degli Esteri Gentiloni “in questo modo non si va da nessun parte”, rispetto alla costruzione del muro a Calais, seppure apprezzabili, suonano alquanto vuote e creano confusione.
La direzione dell’agenda europea sulle migrazioni appare invece estremamente chiara: un altro atto della guerra contro i migranti è appena iniziato.