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Non dimentichiamoli: un report dai campi greci

L’Associazione le Mafalde ha fatto visita ad alcuni campi greci. Ecco quello che hanno visto

13 settembre 2016

Non dimentichiamoli.
Non dimentichiamo le donne, gli uomini, i bambini e le bambine che sono bloccate nei campi in Grecia

Siamo ritornate in Grecia dopo lo sgombero di Idomeni per stare un po’ con amici e amiche che ora si trovano nei campi governativi vicino a Salonicco.
Siamo andate in questi campi: Softex, Sindos Farakapor, Sinatex Kavallari e Vasilika. Vogliamo condividere con voi cosa abbiamo visto.

La cosa che ci ha colpito è che il numero delle persone nei campi sta diminuendo, la gente è stanca ed esasperata. Le persone che stavano a Idomeni, vicino al confine con la Macedonia, si aggrappavano a un filo di speranza e speravano che da un giorno all’altro il confine sarebbe stato aperto.
Oggi molte persone stanno ritornando in Turchia, Siria, Iraq o nei loro paesi, altre pagano trafficanti per cercare di arrivare in Germania o altri paesi dove spesso li aspettano parenti e amici.

Foto: Silva Pala

Ma il filo di speranza è stato spezzato dallo sgombero di Idomeni che ha riportato la gente alla realtà, ovvero che l’Europa non ha nessuna intenzione di aprire le frontiere e anzi si sta impegnando a costruirne tante altre.
La realtà è che i tempi per presentare la domanda di protezione internazionale sono molto lunghi e che i tempi per essere ricollocati in altri paesi saranno ancor più lunghi.
Si parla anche di un anno di attesa.
Sì, un anno di attesa, in vecchi capannoni lontani dai centri abitati, lontano dalla gente comune, lontano dalla vita.

Una famiglia a noi molto cara da quando è arrivata a Softex, più di tre mesi fa, non è mai uscita dal campo.
M. non cammina bene, usa un bastone ed è arrivata dalla Siria in sedia a rotelle con figli, marito e due figli piccoli. M. soffre di pressione alta e di cuore, e da qualche mese il figlio piccolo è arrivato in Germania con i fratelli più grandi e con "l’aiuto" di alcuni trafficanti. Ora M. si ritrova da sola con il marito e la figlia piccola, che sono rimasti con lei perché non poteva affrontare un viaggio che può essere lungo più di un mese.
M. ci raccontava il viaggio che hanno affrontato i figli per andare in Germania: hanno camminato per giorni in mezzo a boschi, attraversato fiumi, mangiato erba e frutta che trovavano, dormito per strada, sofferto fame e sete. Sono stati anche fermati e picchiati dalla polizia di frontiera.

Il viaggio è costato 2.000 euro a testa e loro ora sono pieni di debiti.
Il marito era camionista e ci raccontava che la loro casa in Siria ora è distrutta, una bella casa di tre piani che è stata bombardata.
In questi giorni abbiamo portato M. e la sua famiglia fuori dal campo, siamo stati al mare, abbiamo camminato con loro, ci siamo seduti nel lungo mare, abbiamo messo i piedi in acqua e loro hanno pianto e hanno riso dalla felicità.
Si erano felici, lo ripetevano di continuo che erano felici, lo si vedeva dai loro occhi.
Così poco ci è voluto, farli stare in mezzo alla gente, farli passeggiare come fanno ogni giorno gli abitanti di Salonicco.

La grave scelta del governo greco di “segregare” le persone in campi all’interno di zone industriali, lontani dai centri abitati, rende questo periodo di attesa ancora più difficile.
Come sarebbe più facile per loro vivere in città, in un paese, poter scambiare uno sguardo o un saluto con il vicino o la vicina greca e poter scendere da casa, fare una passeggiata e magari mandare i bambini e le bambine a scuola.
Una informativa del governo greco dice che il tesserino di pre-registrazione che i richiedenti asilo hanno permette loro di mandare i bambini e le bambine a scuola.
Ma chi li/le porta a scuola se vivono lontani dai centri abitati? Ci sono bambini e bambine siriane che hanno smesso di andare a scuola da 5 anni e alcuni/e non ci sono mai andati/e a causa della guerra.

Il governo greco ha preferito isolare queste persone e ora la gente che ci incontra chiede di aiutarli ad andare in appartamenti, andare in un centro abitato fuori dal campo.

Le donne, gli uomini, che vivono nei campi governativi stanno perdendo giorno per giorno ogni speranza.
Sono solo i bambini e le bambine ad avere ancora quella vitalità e quella voglia di giocare che riesce a tenere in vita la loro famiglia.
Ma non tutti… ci sono bambini che a Idomeni giocavano con altri bambini del campo e ora rimangono chiusi in tenda e non parlano, non vogliono andare a scuola, si stanno chiudendo e hanno perso la loro vitalità e il sorriso.
Ci sono bambine che vengono tenute in tenda o accompagnate dai loro genitori per paura di essere molestate o violentate come è successo già nel campo di Softex.
Questo campo viene considerato da tutti, volontari, attivisti e richiedenti asilo il peggiore di tutti i campi della zona.


Il campo di Softex è dentro un vecchio capannone, molto buio, al lato ristagna dell’acqua putrida ed è collocato in una zona industriale.
Negli ultimi mesi se n’è sentito parlare perché un mese fa è morta una ragazza che era in bagno, si è sentita male e i soccorsi sono arrivati dopo ore.
Se n’è sentito parlare perché ci sono stati casi di violenza sessuale su donne e bambini.
Sì, violenza sessuale, i campi in genere sono posti non sicuri dove può entrare chiunque, anche se all’entrata c’è la polizia, ma ci sono diverse entrate per accedervi.
Le famiglie nel campo di Softex hanno paura per le donne, le bambine e i bambini, loro sanno bene cosa è successo e hanno paura per i loro figli/e.
I genitori accompagnano le bambine e i bambini a scuola e li vanno a riprendere per paura che possa succedere loro qualcosa.

Questa è una delle tante problematiche dei campi. Ci sono poi continui scontri tra gli ospiti del campo, anche per futili motivi perché questa condizione è stressante e la tensione è tanta. Ci sono poi anche tanti furti, gli “Alibaba”, come chiamano i ladri, entrano nelle tende quando la gente dorme e rubano di tutto, telefoni, fornellini e altro.

Foto: Silva Pala

Immaginiamo di vivere per mesi in una tenda con affianco centinaia di altre tende, provare a dormire con continui rumori, il caldo, le zanzare, i ragni, e il pessimo cibo confezionato.
Questo per mesi e mesi.

Dopo aver vissuto per anni la guerra hanno preso con sé poche cose e i propri risparmi e hanno deciso di lasciare la propria terra, i propri amici e la propria famiglia.
Dopo aver visto mariti, mogli, fratelli, sorelle e amici morire.
Dopo essere arrivati in Turchia ed essere stati li alcuni mesi, aver lavorato in laboratori dove bambini, donne e uomini vengono sfruttati per giornate intere per poi venire sottopagati.
Dopo aver aspettato che ci fosse posto in una piccola imbarcazione che si dirigeva verso la tanto desiderata Europa.. una barca piena di gente e piena di aspettative.
Dopo essere stati più di tre ore su una piccola barca troppo piccola per un mare così grande e agitato.
Dopo che sono arrivati a terra erano felici di essere approdati nella “nostra Europa”.
Dopo che hanno camminato giorni e giorni, con zaini, valigie e carrozzine si sono ritrovati in un grande campo circondato di filo spinato, carri armati, jeep e militari.
Un grande campo pieno di tende, vestiti sporchi, e sguardi atterriti.
Un grande campo che si è riempito di attese ma anche di tanti attivisti che venivano da tutto il mondo, ognuno con la voglia di fare qualcosa per rendere meno difficile l’attesa, la permanenza in quel posto.
Dopo 6 mesi gli uomini, le donne, gli/le anziani, i bambini e le bambine di Idomeni sono ancora bloccati vicinissimo a noi in una parte di Europa.
Dopo 6 mesi gli uomini, le donne, gli/le anziani, i bambini e le bambine di Idomeni non hanno ancora potuto presentare la domanda di protezione internazionale.
Dopo 6 mesi gli uomini, le donne, gli/le anziani, i bambini e le bambine di Idomeni sono ancora gli uomini, le donne, gli/le anziani, i bambini e le bambine che vivono nei campi "profughi".

Non dimentichiamoli!
Non dimentichiamo i motivi che li hanno spinti ad arrivare fino a qui.
Non dimentichiamo che loro stanno cercando di “resistere” con tutte le forze a questa “inadeguata e inumana” accoglienza.
Non dimentichiamo che loro hanno ancora dei sogni e la voglia di vivere anche dopo tutto quello che hanno passato e stanno vivendo ancora.

Con lo sgombero di Idomeni si è voluto renderli invisibili e forse la Grecia è riuscita a far abbassare i riflettori su di loro.

Ma vi preghiamo di non dimenticare che ci sono migliaia di persone che vivono in condizioni inumane e degradanti e che sono bloccate in un paese così vicino a noi.

Maya dell’Associazione le Mafalde

9 settembre 2016

Foto: Silva Pala