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Più di cento minori cercano di sopravvivere nelle strade di Melilla

Ter García, Diagonal - 8 settembre 2016

26 settembre 2016

- Link all’articolo originale (ES)

Un rapporto dell’associazione Harraga mostra la vulnerabilità e la criminalizzazione dei minori non accompagnati a Melilla.

Il 25 maggio 2015, Oussama è morto dopo essere caduto da una delle scogliere che dà accesso al porto. Era appena diventato maggiorenne e, nonostante fosse sotto la tutela dalla città autonoma di Melilla, non aveva il permesso di soggiorno. Sei mesi più tardi, Monssif, di cui non si è riuscito a capire l’età, morì anche lui, questa volta di ipotermia, nel tentativo di attraversare a nuoto il mezzo chilometro di distanza per arrivare alla barca con la quale voleva raggiungere la penisola.

L’ultima morte di un minore non accompagnato a Melilla è stata quella di Hamza, di 15 anni, nel marzo di quest’anno, anche lui per ipotermia mentre tentava di arrivare alla barca. Fino ad allora Hamza stava in un centro d’accoglienza nel centro per minori di Fuerte Purìsima. E’ morto anche un altro giovane ragazzo, ma nel tentativo di arrivare a nuoto da Nador a Melilla. “Per nessuna di queste morti, la città autonoma di Melilla si è assunta la responsabilità e incaricata del rimpatrio dei corpi alle loro città di origine”, segnalano dall’associazione Harraga.

Queste quattro morti sono l’aspetto più drammatico della marginalizzazione alla quale si vedono costretti centinaia di minorenni che arrivano sul territorio spagnolo dalla frontiera sud. L’esclusione dal sistema educativo, l’estinzione dei permessi di soggiorno alla maggiore età, la violenza e le condizioni generali del centro d’accoglienza sono solo alcuni dei problemi che affrontano i minori stranieri non accompagnati (MENA) che arrivano a Melilla, come risulta dal rapporto “De nino en peligro a ninos peligrosos”, un elaborato dell’associazione Harraga, costituita nel gennaio di quest’anno e nata dall’ONG Prodein.

Riski en Melilla from Asociación Pro.De.In. Melilla on Vimeo.


Quest’associazione, il cui nome deriva dal dariya (lingua araba del Magreb) e significa “quello che brucia frontiere alla ricerca di una vita migliore [1], lavora attualmente con 83 minori che vivono nelle strade di Melilla, la maggior parte provenienti da Fez. “I giovani ragazzi con i quali lavoriamo si denominano come harraga”, spiega Sara Olcina, membro di questa associazione.

Il rapporto spiega come la cultura migratoria nella quale questi minori vivono è latente nelle canzoni e nelle parole che utilizzano per fare riferimento a diversi tipi di migrazione, come “risky” - il tentativo di salire sulla barca senza che la polizia li veda o che ne sentano l’odore i cani -, o “Ghorba” - Europa -.

Come spiegano da Harraga, il fenomeno della migrazione infantile ha inizio nel nostro paese a metà degli anni ’90 e la sua presenza nei sistemi di protezione di minori si generalizza in tutta la Spagna intorno l’anno 2.000. “Attualmente, l’arrivo dei MENA è costante, soprattutto nelle comunità delle Canarie e Andalucìa, così come nelle città autonome di Ceuta e Melilla, con un forte incremento negli ultimi anni”, segnala il rapporto.

Secondo gli ultimi dati della Direzione Generale della Polizia raccolti da Harraga, nel 2013 si contavano 4.059 MENA, dei quali 2.841 stavano in centri di minori e gli altri 1.218 erano scappati da questi centri. Solo a Melilla, la polizia aveva censito nel 2013 un totale di 403 minori non accompagnati, dei quali 151 stavano vivendo in strada.

Lo studio realizzato da Harraga mostra che, dei 91 bambini e giovani ragazzi intervistati che vivono nelle strade di Melilla, più della metà hanno tra i 16 e i 17 anni e l’84% vive in questa città da un mese fino a 3 anni. Nonostante la minore età, nessuno di loro ha il permesso di soggiorno, come impone la legislazione. Quasi tutti sono passati per il centro minori Fuerte Purìsima e il 25% entra ed esce dal centro di continuo. La maggior parte dei bambini intervistati sono rimasti nel centro minori meno di sei mesi, un 15% meno di una settimana e solo il 7% vi è rimasta per più di un anno.

Ma cosa spinge i giovani ragazzi ad abbandonare il sistema di protezione di minori spagnolo?”. Questa è la principale domanda che cerca di rispondere il rapporto presentato da Harraga.

“Questo non è un hotel”

E’ una delle frasi che si sentono dire più spesso i minori che arrivano a Fuerte Purìsima, centro di minori di Melilla gestito per vari anni dal Clece (Gruppo ACS) e attualmente dall’Arquisocial. Nel marzo 2016, il centro accoglieva 360 minorenni, più del doppio della sua capacità. Il 92% degli intervistati affermano che la ragione che li ha portati a scappare dal centro è la “violenza sistematica”, e il 75% precisa che è la violenza che esercitano su di loro gli educatori il principale motivo per non rimanere.
Quando gli è stato chiesto a quale tipo di violenza si riferiscono, tutti i minorenni intervistati denunciarono “golpes” (botte) e “palizas” (legnate).

Le orribili condizioni igieniche del centro sono il secondo motivo che causa la fuga (il 36% dei minori), soprattutto per le cimici nelle camere. Altre ragioni per cui fuggono dal centro sono le docce senza acqua calda, la cattiva qualità dei pasti, il sovraffollamento, i vestiti in pessime condizioni - solo un cambio d’estate e un altro d’inverno - e, in alcuni casi - il 2,2% - i farmaci che gli somministrano per addormentarli.

Il soggiorno nel centro non garantisce ai minorenni nemmeno una possibile regolarizzazione della loro situazione amministrativa. “Secondo i dati raccolti e le diverse esperienze vissute in prima persona, possiamo affermare che i minori vengono raggirati tra cavilli burocratici i e vuoti legali”, spiega il report. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi si vedono obbligati ad abbandonare il centro lo stesso giorno che compiono la maggiore età "senza essere informati assolutamente di nulla".

Nonostante la legislazione obblighi alla certificazione del soggiorno in Spagna dei minori con la rilevazione delle impronte digitali da parte della Guardia Civile entro nove mesi, lo studio segnala che molti di loro non hanno mai lasciato le impronte, anche dopo essere arrivati a Melilla da molto più di nove mesi.

Foto: Associazione Harraga

Tutti contro i MENA

Il report di Harraga include anche uno studio di diversi punti di vista dei residenti di Melilla sul fenomeno dei MENA. Secondo questo studio, il 30% degli intervistati affermano che i minori della strada suscitavano loro pena e fino al 70% che “non dovrebbero stare nelle strade perché rubano, molestano, danno paura e brutta immagine alla città”. In particolare, il 60% degli intervistati hanno affermato di aver paura quando li vedono e li collegano a rapine, aggressioni e violenze, nonostante il 90% degli intervistati ammettano di non aver mai subito furti o aggressioni da parte dei giovani ragazzi stranieri.

In tutti questi mesi di accompagnamento, siamo stati testimoni di come i pedofili si avvicinano ai minori, passando in macchina nelle zone dove sono soliti stare, proponendo riparo e droghe nelle loro case, nei parchi cittadini approfittando del via vai dei minori alla ricerca di sostentamento e cibo. Crediamo che ci sia una totale mancanza da parte della Procura nell’approcciare questo tema, dato che è, per sfortuna, una realtà molto comune”, spiega l’associazione Harraga nel report “De ninos en peligro a ninos peligrosos”.

Ogni giorno, sulla stampa locale, compaiono due, tre o quattro notizie sui MENA”, lamenta Olcina, che segnala che la criminalizzazione dei minori davanti all’opinione pubblica non corrisponde con le cifre della criminalità. Dal Tribunale dei minori di Melilla, il magistrato Alvaro Salvador segnala che il numero di delitti commessi da minori stranieri non accompagnati non arriva al 10%. Tuttavia, sottolinea il rapporto di Harraga, nell’ultimo anno sono stati 12 i minori che sono stati spostati nel riformatorio Baluarte di Melilla. Sette di loro sono entrati in regime cautelare e successivamente rimessi in libertà senza accuse dopo il termine massimo di sei mesi stabilito per legge.