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Laboratorio Grecia tra condizioni inumane, rivolte e lentezza delle procedure

26 settembre 2016

La Grecia continua ad essere immersa in un profonda crisi umanitaria provocata dall’inefficienza nella gestione dei migranti costretti a rimanere ancora a lungo nel paese. Il governo ha avviato un interminabile programma di registrazione e ricollocamento. Allo stesso tempo nelle isole greche, dove sono bloccati i migranti arrivati negli ultimi mesi dalla Turchia, continuano ad esserci gravissime carenze nelle strutture e nei servizi che generano frustrazione e grossi problemi.

Continua ad essere magmatica la situazione dei quasi 60.000 migranti bloccati in Grecia e purtroppo per il momento priva di buone notizie.

I migranti che avevano effettuato la pre-registrazione negli scorsi mesi hanno avuto un responso. La procedura è iniziata, poco dopo lo sgombero dei campi informali come Idomeni, nei nuovi campi governativi per dare a tutti i siriani un primo appuntamento in modo da entrare nel recolocation program, cioè per avere un ricollocamento in Europa.

Di fatto questo processo "funzionava" già da quando Idomeni era nel suo apice, portando, seppur lentamente, alcuni migranti in Europa tramite vie legali.

Ovviamente non mancano i lati negativi: alla fine dell’iter alle persone viene proposto un solo Paese dove è possibile trasferirsi. Se si rifiuta si perde il diritto al ricollocamento e non rimane che chiedere asilo in Grecia. Non è certo l’intenzione di molti siriani quella di finire in Repubblica Ceca o in Lituania, quindi vengono messi di fronte ad una scelta difficilissima.

Ma non è finita qui: come abbiamo scritto la massificazione di questo processo è avvenuta con la pre-registrazione. Poco tempo fa è stata finalmente comunicata ai migranti la data del loro primo colloquio, che dovrà stabilire, fra le varie cose, la loro provenienza, ma non è stata certamente accolta come una buona notizia.

Infatti i colloqui hanno date principalmente nel 2017, fino ad arrivare al giugno 2017.
Questo significa che sicuramente quasi tutti i migranti dovranno passare l’inverno nei campi, che già ora ad inizio autunno, si rivelano inadatti per passarvi anche l’inverno, costringendo così migliaia di persone a sopportare condizioni inumane per un tempo ancora lungo.

Non si sa quanto questo procedimento possa funzionare, i dati che si hanno finora non sono per nulla incoraggianti. (Member States’ Support to Emergency Relocation Mechanism (.pdf)) Senza contare che si parla ancora del primo appuntamento. Secondo Amnesty International di questo passo ci vorranno 18 anni (!) per completare i ricollocamenti.

E anche dal fronte turco non giungono per nulla buone notizie. Come riportato nell’ultimo articolo continuano gli sbarchi e i centri sulle isole soffrono a causa del sovrappopolazione nei campi. Il 20 settembre a Lesvos il campo di Moria, tra i più sovrappopolati, è andato a fuoco. Un incendio che ha distrutto più del 60% delle strutture. Più di 4.000 persone non hanno più un posto dove stare dopo l’incendio e in migliaia hanno perso tutti i loro pochi averi.

Più fonti riferiscono che il fuoco sarebbe stato appiccato dai migranti stessi in uno dei tanti diverbi tra etnie. Questo non ci stupisce: in tutti i campi, informali e governativi, si è notato che con il peggiorare delle condizioni di vita degli abitanti aumentavano i diverbi e le risse fra gruppi diversi.

Ma non è l’unico problema delle isole: sembra infatti che fra gli autoctoni stiano prendendo spazio dei gruppuscoli fascisti, legati al partito di matrice xenofoba Alba Dorata. A Chios un corteo si è mosso verso il centro di detenzione intonando slogan razzisti ed è stato bloccato dalla polizia poco prima di arrivare a destinazione. Ci sono stati degli scontri e le forze dell’ordine hanno fatto uso di gas lacrimogeni per far desistere i manifestanti.

Infine sembra che l’Europa continui a sostenere il piano di deportazione dei migranti in Turchia, previsto dall’accordo del 18 marzo, nonostante fin da subito vi siano stati grossi problemi. [1]
Pochi sono stati i rimpatri forzati in Turchia finora, tra cui nessun siriano, ma le cose potrebbero cambiare. Uno dei problemi che ha ostacolato le deportazioni sono stati i ricorsi presentati da alcuni avvocati dei migranti alla Corte greca che si occupa delle richieste d’asilo. Come più volte sottolineato infatti, la Turchia non è considerabile un “paese terzo sicuro”. Ad una risposta così chiara da parte della Corte cosa ha deciso di fare la Grecia su consiglio dell’Europa? Semplice: cambiare i giudici della Corte.
Da due togati indipendenti e uno scelto dal governo, si è passati così a due giudici scelti dal governo ed uno indipendente, assicurandosi con maggiore probabilità di vincere ogni ricorso.
Ed ecco perché probabilmente ricominceranno le deportazioni, con il beneplacito da parte di tutti i leader europei, sempre più intenzionati a usare nuovi fondi per replicare il "modello turco", e il suo corollario di violazioni dei diritti fondamentali, con gli Stati africani. Nel mentre le nuove tragedie del mare [2] non emozionano più nessuno, ma rimangono fredde statistiche con i quali aggiornare i siti istituzionali.