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All’altro mondo non ti chiedono il visto (per ora)

Una nuova testimonianza da Ventimiglia dei medici indipendenti Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto

26 ottobre 2016

Ventimiglia, 15 e 16 ottobre 2016.

Partiamo la mattina presto per poter arrivare in tempo per il funerale di Milet, la ragazza di 16 anni morta due settimane fa tentando di attraversare la frontiera con la Francia.
Nelle prime file ci sono soprattutto eritrei. La famiglia della ragazza e poi tante altre persone della sua età.
Ci sono sei–sette giornalisti che scattano fotografie e fanno riprese durante tutta la funzione e si parano davanti al vescovo riprendendolo per tutto il tempo della predica.
La sostanza del discorso del vescovo è stata l’interpretazione del pensiero eventuale di Milet prima della sua morte. Questo viene distinto in tre idee principali. La prima e a nostro parere più improbabile e inopportuna consiste in un ringraziamento alla città e alle sue istituzioni per l’accoglienza ricevuta. La seconda consiste nella domanda del perché della sua stessa morte (in questa fase più credibile ha citato l’ingiustizia del mondo in cui viviamo dove ci sono persone che hanno più diritti degli altri). La terza, che all’altro mondo non ti chiedono il visto.
A nostro parere un’opportunità persa per prendere una posizione e ampliare la riflessione in maniera da far prendere coscienza di cosa accade quotidianamente ai migranti in transito in tutta Europa.
Finita la predica del vescovo usciamo e aspettiamo fuori la fine della funzione. C’è una famiglia con 5 bambini piccoli (il più piccolo avrà due anni). Ognuno prende il suo bagaglio e poi si incamminano in fila verso la stazione.
Due persone, che ci segnalano essere della digos guardano insistentemente nella nostra direzione e ci scattano anche un paio di foto. Siamo con alcuni solidali anche loro già noti.
Andiamo a vedere com’è la situazione sotto la chiesa. Ci sono circa 100 persone. Come al solito le volontarie ci segnalano la completa assenza di ogni assistenza sanitaria istituzionale. Solo una pediatra volontaria passa frequentemente.
Mentre cerchiamo di trovare un posto per visitare, vediamo che le ragazze tornano tutte insieme dalla chiesa piangendo e vanno verso la stanza dove si trovano i tanti letti a castello delle donne. Tutte insieme piangono forte e si vanno a sedere sui letti tutte vicine. Hanno dei veli colorati sulla testa. Con loro ci sono due volontarie della caritas e il prete, don Rito. Molte gli tengono le mani e tutte sedute vicine in uno spazio strettissimo non smettono di piangere disperatamente. Don Rito con la testa appoggiata sul materasso di un letto a castello gli tiene le mani e piange anche lui. Anche le volontarie piangono anche se nel frattempo vorrebbero aiutarci a trovare un paio di ragazze che stanno male e qualcuno che parli inglese per aiutarci nelle visite.
Finita questa scena apocalittica che sembra interminabile, le ragazze iniziano a separarsi. La prima che dobbiamo vedere è stata anche lei ferita alla mano nello stesso incidente che ha provocato la morte di Milet.
La medichiamo e le diamo dell’antibiotico perché la ferita è aperta e le fasciature sporche. Facciamo una decina di visite. Nel frattempo arriva una famiglia con tanti bambini piccoli che vogliono che vediamo prima che gli diano dei posti per capire se i hanno i pidocchi. La cosa si basa sul fatto che viaggiavano in un gruppo di iracheni in cui i bambini li avevano. L’ultima è N, una ragazza di sedici anni completamente edematosa. Volto e arti sono molto gonfi.

Ci aiuta nella visita T, una ragazza di 18 anni in viaggio con il fratello di 12 anni. N ci racconta che è stata in viaggio per 7 mesi da sola. Dall’Eritrea è passata in Sudan, poi è stata in carcere in Libia per 5 mesi. Da quando poi ha iniziato il viaggio in mare verso l’Italia ha anche nausea, vomito e dolori addominali. È in Italia da 1 mese. Una settimana fa era a Milano, è stata vista solo due giorni fa un medico che le ha fatto due iniezioni non meglio definite pensando si trattasse di una reazione allergica. Dice che urina poco. È evidentemente molto provata. Le scriviamo un certificato e la inviamo al pronto soccorso con un’ambulanza. Questo spreco assurdo è l’unico modo di avere una qualche assistenza sanitaria presso la parrocchia di S Antonio. La accompagnano T per la traduzione dalla lingua tigrina all’inglese e una solidale assidua di Ventimiglia per il supporto con l’italiano. Noi intanto facciamo una pausa e ci dirigiamo verso il fiume poiché ci avevano detto che lì ci sono diversi uomini e gruppi di afghani.
Per fortuna sappiamo che il pronto soccorso dell’ospedale è quasi vuoto e vengono ricevute presto. Ci dirigiamo quindi verso l’ospedale. La solidale italiana ci racconta che N era stata terrorizzata dal prelievo di sangue e aveva pianto disperatamente dopo aver fatto mille volte il segno della croce. Poi gli ha fornito un po’ di connessione a internet con il suo cellulare e questo ha fatto si che lei potesse parlare con qualche parente e calmarsi. Hanno fatto l’STP e la dichiarazione di indigenza (quest’ultima fornitale in Spagnolo - foto 1 e 2).
Entriamo dalla dottoressa con lei, ci comunica che N ha una ipoalbuminemia importante. Probabilmente un problema di malnutrizione. Indaghiamo sempre grazie alla traduzione della disponibilissima T che in carcere in Libia si mangia solo un po’ di pasta bianca bollita senza niente altro, neanche il sale, due volte al giorno. Ovviamente il mese passato in viaggio in Italia tra gli stenti non ha migliorato la situazione.
Tuttavia N deve essere sottoposta a un’ecografia dell’addome per sicurezza, cosa non possibile nel piccolo posto di primo soccorso, quindi deve essere trasferita.
Seguiamo dunque l’ambulanza fino ad un altro ospedale. Stiamo circa due ore in attesa. Passiamo questo tempo a parlare di cosa può essere successo e di quali sono le ipotesi per il futuro. Poi l’ecografia mostra che la ragazza ha anche versamento pleurico bilaterale e ascite. Deve essere ricoverata e nel primo ospedale hanno tenuto un posto in medicina per lei. Glie lo spieghiamo e lei ci ringrazia quasi commossa. Seguiamo dunque di nuovo l’ambulanza, dove dopo averla salutata e averle promesso che ci saremmo visti il giorno dopo, la lasciamo (dopo aver organizzato un complesso piano per cui se ha problemi chiamerà T e T chiamerà noi).
La notte la passiamo in una casa nell’entroterra messa a disposizione da solidali del Progetto 20K. La mattina dopo raggiungiamo la chiesa di San Antonio da dove accompagnati da T ritorniamo all’ospedale.
Troviamo la ragazza nella stanza che sta terminando il primo flacone di albumina. Purtroppo la colazione l’aveva vomitata ed appare sempre sofferente. Le infermiere sono gentili come gli operatori sanitari che si informano della religione della paziente per adeguare eventualmente la dieta. Incontriamo il medico di reparto che dopo aver chiesto la storia della giovane paziente, ed aver impostato un controllo parassitologico e una iniziale integrazione alimentare, ci informa della richiesta di una consulenza nutrizionale. E’ stato della croce rossa militare e valuta in modo assai negativo le scelte attuate dalle istituzioni sanitarie per controllare gli aspetti di salute dei migranti in transito.
Salutiamo N e torniamo alla chiesa. Lì visitiamo ancora tanta gente. Soprattutto donne e bambini. Molti hanno raffreddori, infezioni cutanee anche abbastanza complicate, traumi dovuti al viaggio. Per tutto il tempo siamo attorniati da ragazzini di tutte le età che cerchiamo di tenere lontani dal luogo delle visite.
Tutto il giorno lo passiamo a fare visite. Non c’è molto tempo per parlare d’altro. Inviamo ancora una ragazza all’ospedale perché ha avuto un trauma su una caviglia e non riesce a camminare.
Alla fine stremati ci avviamo verso il campo della croce rossa. Vorremmo chiedere di entrare per cercare di capire come stanno lì le persone. Molti migranti ci dicono che anche lì ci sono molti che necessitano di cure.
Purtroppo però si ripete la stessa storia già raccontata, ci lasciano in attesa all’ingresso fino a che ci dicono che dobbiamo essere accreditati presso la prefettura, altrimenti non potremo entrare, quindi ripartiamo.
Abbiamo visto molte persone e pochissimi solidali per la prima volta. Non ci sono persone a cui affidare la continuazione di ciò che si fa durante il fine settimana.
N dopo tre giorni è ancora ricoverata. Solo grazie alla disponibilità dei singoli operatori sanitari si riesce ad avere qualche sua notizia telefonando in ospedale. Una singola solidale deve costantemente cercare qualcuno per la traduzione perché la ragazza possa comunicare con tutti.

Amelia Chiara Trombetta
Antonio Curotto