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Piazzale Spadolini: il non luogo della solidarietà

di Mariangela Liberto*

28 ottobre 2016

Foto: Matteo Nardone (27 ottobre 2016)


Roma 27 Ottobre 2016

Dopo lo sgombero forzato di via Cupa e l’assenza di soluzioni proposte dall’amministrazione capitolina, Piazzale Spadolini è diventato il luogo dove i volontari del Baobab continuano ad accogliere e a prestare assistenza ai migranti in transito a Roma, quelli che sperano di attraversare le frontiere e chiedere asilo in un paese del Nord Europa o quelli che sognano di ricongiungersi con le loro famiglie già arrivate nel Regno Unito.

Il piazzale est della Stazione Tiburtina ha apparentemente tutte le caratteriste di quelli che l’antropologo Marc Augè ha definito non luoghi: spazi pensati per la circolazione rapida delle persone, con nessuna ambizione di divenire identitari, relazionali o storici. Questi sono le stazioni, i centri commerciali, gli aeroporti. Qui la gente si incontra senza guardarsi, si sfiora e neanche se ne accorge. Il non luogo è la dimora della non relazione, all’interno del quale l’uomo smette di essere una persona e diventa un cliente, un semplice fruitore del servizio, in ogni caso un’entità anonima. Nessuna conoscenza, nessuna traccia di contatto umano. E’ proprio qui, in questo posto asettico dal punto di vista relazionale, che la solidarietà dei volontari del Baobab colma il vuoto lasciato dalle istituzioni.

Dal 30 settembre scorso uomini e donne di tutte l’età organizzano turni diurni e serali per garantire ai migranti stanziati in Piazzale Spadolini, pranzo e cena.

Numerosi gli appelli alla cittadinanza che il presidio invia ogni giorno attraverso la propria pagina “Chiediamo con urgenza sacchi neri per l’immondizia, guanti monouso, latte a lunga conservazione” e altrettanto numerose le risposte ricevute “Cerco di mettere due cose insieme e arrivo… abbigliamento donna può essere utile?... avete bisogno anche di piatti?”. Gli attivisti si sono dotati di linee guida da seguire per gestire la situazione nel migliore dei modi: è stato designato un referente per ogni area, dalla gestione dei pasti fino all’assistenza legale, disponibile a chiarire i dubbi di tutti coloro che siano pronti a dare una mano. Sono state stilate poche e semplici regole di convivenza, tra cui quella di tenere sempre pulito e ordinato, accettare solamente i capi d’abbigliamento che veramente possano essere utili agli ospiti, adottare una modalità di comunicazione paziente e non violenta sia tra i volontari che con i migranti, non diffondere fotografie degli ospiti sul web per non esporli a rischi inutili.

Foto: Matteo Nardone (Via Cupa, luglio 2016)


Mi sono recata in questo non luogo perché volevo offrire il mio contributo donando degli abiti invernali che non indosso più. Parcheggio l’auto nel piazzale pieno di macchine ma apparentemente deserto, riesco a capire dove si trova il presidio scorgendo delle lenzuola colorate stese al sole e quindi mi avvicino. E’ l’ora di pranzo, la maggior parte dei ragazzi è seduta su un muretto al sole, con un piatto di pasta in mano, altri si sono seduti per terra a mangiare sotto una specie di tenda creata con dei foulard. Oggi il turno pasti è coperto da due signori di mezza età, ed è proprio a uno di questi che mi rivolgo per chiedere come possa distribuire i vestiti che ho nelle buste, mi viene indicata una ragazza che da lontano mi fa cenno con la mano di raggiungerla, nascosta da una decina di ospiti che le stanno intorno.

Mi avvicino e inizio a distribuire quello che ho portato a questi ragazzi, uno di loro mi prende in giro dicendomi che ho solo capi femminili e per lui non c’è niente, un altro non si lascia scoraggiare, prende un mio scalda collo e se lo mette in testa. Tutto sommato anche come cappello non sta male. Uno degli ospiti nota che il cerchio si è chiuso troppo, lasciandomi quasi fuori e invita i suoi compagni a farmi spazio “open…” continua a dire, spostando gli altri. Terminato il momento della distribuzione l’attivista del Baobab mi ringrazia velocemente e si allontana.

L’aria di solidarietà che si respira nel piazzale est della Stazione Tiburtina di Roma fa sembrare così lontane, così assurde quelle barricate che sono state innalzate dagli abitanti di Gorino la scorsa notte, per impedire il passaggio a donne e bambini in fuga da guerre e persecuzioni. Questa sembra un’altra Italia, distante anni luce da quell’ondata di xenofobia che sta attraversando il paese, dagli hastag #stopinvasione, da chi non ha esitato un attimo a definire gli abitanti di Gorino i nuovi eroi della resistenza.

Nell’editoriale apparso su Repubblica il 26 ottobre, Ezio Mauro commenta un’emblematica dichiarazione rilasciata da una cittadina del piccolo paese in provincia di Ferrara, e riflette su come questa potrebbe un giorno apparire nei manuali di storia dei nostri figli, nel capitolo dedicato a questi anni complicati che stiamo vivendo. Sarebbe bello se in quelle ipotetiche pagine, venisse un giorno raccontata anche la storia di chi in quegli anni non si è arreso e ha continuato a lottare dal piazzale est di una stazione.

Links utili:
- Baobab Experience
- I Transitanti di Via Cupa di Matteo Nardone (estate 2016)