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La fine della Jungle e di Stalingrad - e ora?

Dopo gli sgomberi dei migranti in Francia

11 novembre 2016

Testo e fotografie di Monica Cillerai e Stefano Lorusso

Foto: Monica Cillerai e Stefano Lorusso

Viaggio a Sarcelles, dove sono ospitati 850 migranti provenienti dai marciapiedi parigini

A Sarcelles, banlieu nord di Parigi, c’è una casa di riposo in disuso dal 2015, la “Cèdre Bleu”. Da venerdì scorso ospita circa 850 migranti che arrivano da Place de Stalingrad. Vengono quasi tutti dal Corno d’Africa: Somalia, Eritrea, Sudan, Etiopia. Esclusivamente uomini soli, resteranno qui per circa una settimana prima di essere inviati nei vari CAO (centri d’accoglienza) francesi.

Sparse per tutta l’Ile de France, sono numerose le strutture adibite all’ospitalità provvisoria degli ex-inquilini delle tendopoli parigine; palestre, case di riposo, sale per lo sport. “Il dipartimento della Val d’Oise di cui fa parte Sarcelles, accoglie 1.200 migranti suddivisi in tre siti: Vauréal dove si trovano 200 rifugiati afgani, Cergy che accoglie famiglie per un totale di 150 persone e Sarcelles”, dice Thierry Mosimann, il prefetto delegato alle pari opportunità per la Val-d’Oise. Le Cèdre Bleu è il più grosso di tutti. “Qui resteranno meno di una settimana. Invece nei siti di Cergy e Varéal, probabilmente almeno un mese”.

La casa di riposo è enorme, il giardino esteso; ricorda un po’ un ospedale dismesso. Qualche vetro rotto, corridoi infiniti, stanze piccole dove sono stipate brandine per 3 o 5 persone. In pochi hanno un materasso. Il riscaldamento funziona a intermittenza, dipende dai piani e dalle camere. Anche le docce vanno a fortuna: alcuni le hanno in camera, la maggior parte le deve condividere con il piano.

Il futuro dei migranti di Calais e Stalingrad: un punto interrogativo

Medi arriva dal Sudan. Ha lasciato Calais prima dello sgombero per trovare fortuna a Parigi, non voleva chiedere asilo in Francia. Ma la strada d’inverno è fredda e lo sgombero è arrivato prima del previsto. Ora si tormenta sul cosa gli succederà. “Nessuno mi dice niente”, è preoccupato. “Mi hanno preso le impronte digitali in Italia. Ho dovuto fare domanda di asilo lì, ma non voglio essere rinviato in Italia, qui ho amici e c’è più lavoro. Cosa mi succederà nel centro di accoglienza?” È la sua domanda.

Lo chiediamo al prefetto Mosimann, che intervistiamo poco dopo, nella stessa struttura di Sarcelles che gestisce. “Rispetteremo gli accordi che la Francia ha firmato. Abbiamo l’ordine di applicare Dublino, anche se non è così facile” afferma.
L’opposto di ciò che aveva annunciato il Ministro degli Interni Cazeneuve poco prima dello sgombero di Calais, quando aveva aperto le porte ad una deroga al Trattato di Dublino: chi ha lasciato le impronte in Italia, rischia di essere rispedito dall’altro lato delle Alpi. Una proposta che, sembra di capire, era più un incitamento ai migranti a lasciare le tendopoli di Calais e Parigi. Di fatto, ogni Prefettura interpreta le direttive in modo differente.

Foto: Monica Cillerai e Stefano Lorusso

Obblighi di lasciare il territorio francese, detenzione nei CRA - le conseguenze degli sgomberi

Secondo l’associazione umanitaria Cimade, circa 90 persone sono state trasferite nei CRA (centri di detenzione) perché rifiutavano di lasciare la Jungle nonostante il suo smantellamento. Diversi centri di detenzione sono stati riaperti in previsione degli sgomberi di Calais e di Stalingrad. A Place de Stalingrad, tra il 3 agosto e il 31 settembre 2016, la polizia è intervenuta 27 volte, distruggendo in continuazione una parte degli accampamenti. Secondo il collettivo la Chapelle Debout, attivi sui campi parigini da mesi, durante queste operazioni di polizia circa 130 rifugiati sono stati deportati nei centri di detenzione e più di 500 obblighi di lasciare il territorio francese sono stati distribuiti.

La dinamica dei rimpatri verso il paese d’origine ma soprattutto verso il primo paese d’accoglienza in Europa è la cosa meno chiara degli ultimi sgomberi, da quello di Calais a Stalingrad. I rifugiati saliti sui bus si ritroveranno nei centri di accoglienza dove avranno “un certo tempo” non troppo definito per fare la loro domanda di asilo. Ma poi, non si capisce cosa succederà. Dove finirà chi ha già domandato l’asilo in un altro paese dell’UE? Sarà rimpatriato nel primo paese di approdo? E coloro a cui è già stata rifiutata la domanda? I migranti non lo sanno, così come le associazioni. I controlli amministrativi verranno effettuati nei centri di accoglienza temporanei.

Le nuove politiche europee: blocco delle partenze e rimpatri forzati

A Roma il 22 ottobre i ministri degli interni di Italia, Germania e Francia (Alfano, De Maiziere e Cazeneuve) durante gli incontri del G6 si sono accordati per accrescere il numero dei rimpatri di “immigrati irregolari”, nei paesi africani. Un modo per mettere fine agli accordi bilaterali tra stati europei e africani, che permettevano ai migranti considerati economici “da espellere” di evitare il rimpatrio semplicemente dirigendosi verso il paese europeo senza accordi con il proprio. Come scrive sulla sua pagina il ministro dell’Interno Alfano: “Noi, insieme a Francia e Germania, intendiamo divenire il motore che attiva i rimpatri dei migranti irregolari, finora punto molto debole delle dinamiche europee”.

Foto: Monica Cillerai e Stefano Lorusso

Parole che si erano già sentite durante il vertice di Ventotene di agosto, dove si erano incontrati il Presidente francese Hollande, la cancelliera Merkel e il premier Matteo Renzi. Anche in quell’occasione si era ribadita la necessità di creare delle politiche comunitarie di rimpatri, soprattutto verso i paesi africani. Secondo le parole della Cancelliere: “La collaborazione con la Turchia è una cosa giusta, altrimenti non possiamo vincere la lotta con gli scafisti. Ma serve anche la collaborazione dei Paesi di provenienza dei migranti per aiutarli a casa loro” (da Repubblica, ndr). Renzi: “Dobbiamo fare qualcosa come Ue per bloccare le partenze".

In pratica, la politica europea agirà nei due sensi: blocco delle partenze, grazie ad accordi come quello instaurato con la Turchia, e favorendo i rimpatri dei migranti “irregolari” grazie alla creazione di accordi non più bilaterali ma europei con i paesi di partenza.

Nel 2015 si parla di oltre mezzo milione di rimpatri. Il record lo fa appunto la Francia, con 86mila allontanamenti; poi la Grecia che tiene i 73mila, e il Regno Unito che ne conta 65mila. Ma “espulsione” non significa rimpatrio effettivo: con la prima si ordina di lasciare il paese, con la seconda lo si fa effettivamente. Ma per poter deportare indietro gli immigrati, è necessario un accordo con il paese d’origine. Ora, si sta rimediando. Anche se i paesi di cui parliamo sono dittature e paesi dilaniati dalla guerra.

Inoltre, l’Europa ha appena firmato un accordo di cooperazione con l’Afghanistan, sempre sui rimpatri. Deportazioni a Kaboul, in cambio di finanziamenti per lo sviluppo del paese. Non si sa se questi accordi entreranno già in atto per le migliaia di afgani e africani che erano tra la Jungle e Stalingrad.

Foto: Monica Cillerai e Stefano Lorusso

La disorganizzazione delle strutture di prima accoglienza

Il Prefetto si lascia un po’ andare e ci parla anche del poco preavviso che hanno avuto nel mettere in piedi il centro di Sarcelles. Nonostante fosse circa una settimana che si sapesse dello sgombero di venerdì, e anche se le forze dell’ordine e i trasporti erano già stati organizzati, evidentemente non si era ancora capito dove mettere tutte le persone. Solo giovedì mattina è stato dato l’ordine di preparare l’ex casa di riposo per i rifugiati. Più di 600 poliziotti erano già stati convocati per l’operazione di “mise à l’abri”, ossia l’evacuazione di Place de Stalingrad. Ma il dove metterli, si è scoperto solo il giorno prima. “Abbiamo lavorato tutta la notte di giovedì per preparare il luogo” ci conferma uno dei militari della sicurezza civile. Sembra infatti che la necessità politica di rispondere alle attenzioni mediatiche puntate sugli accampamenti di Stalingrad abbia preferito l’immediatezza piuttosto che un’organizzazione più ragionata.

Tutti si lamentano del cibo. È la “sécurité civile” che si occupa della sicurezza del campo di emergenza. A ogni rifugiato è stato dato un braccialetto con un numero: è con quello che possono entrare ed uscire dalla struttura, ed è con quello che possono ritirare il sacchetto di plastica che contiene il pranzo o la cena. Ce lo fanno vedere: due scatolette indefinite, un pacchetto di patatine, due pezzi di pane e una bottiglietta d’acqua. “Non ci trattano da uomini, ma da animali”. È la frase che più si sente dire. Dalla giungla di Calais, ai marciapiedi di Stalingrad. E ora pure qui, tra i corridoi di questa ex casa di riposo.

Alla fine sono tutti sollevati di non dormire per strada almeno per qualche giorno. Il braccialetto serve a evitare che arrivino altri rifugiati nella speranza di entrare nel dispositivo di ridistribuzione nei CAO. Ma l’insicurezza costante e l’assenza di informazioni, non aiutano l’atmosfera. Tutti sanno che il loro viaggio non è giunto al termine, e temono per il loro futuro.

Monica Cillerai
Stefano Lorusso