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Quanto è CARA questa emergenza?

Quinto report dalla campagna Overthefortress: visita a Mineo e Caltanissetta

14 novembre 2016

Incontri ed interviste ad Alfonso Di Stefano, Rete Antirazzista Catanese, e agli attivisti dello Sportello Immigrati di Caltanissetta: l’avv. Giovanni Annaloro, Santa Lombarda, Cologero Santoro e Giuliana Geraci.

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Nel 2010 il Residence degli Aranci era una serie di alloggi per i dipendenti della marina statunitense, un anno dopo diventa un Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA). Situato a circa 10 km dal centro abitato di Mineo, in provincia di Catania, il CARA di Mineo è oggi il centro d’accoglienza che ospita in assoluto il maggior numero di migranti in Europa. Inizialmente gestito dalla Croce Rossa, la quale ancora si occupa dell’assistenza sanitaria, è poi passato sotto l’amministrazione del Consorzio Calatino - Terre d’accoglienza (ottobre 2011).

Il Cara di Mineo

Arriviamo a Mineo accompagnati da Alfonso Di Stefano della Rete antirazzista catanese. Lo scenario ci ricorda vagamente i campi governativi della Grecia, non si vedono tende e latrine, ma la presenza di filo spinato, cancelli, militari e polizia non trasmette certo un clima d’accoglienza. E’ chiaro che la nostra presenza è scomoda alle autorità e quindi ci teniamo distanti dall’ingresso. Incontriamo lungo la strada diversi migranti, i quali possono entrare e uscire dal centro liberamente, impegnandosi a non trascorrere più di tre notti fuori dalla struttura. Nonostante già questo limite sia ingiusto è importante sottolineare che la collocazione geografica del CARA di Mineo è uno dei problemi principali. Situato in piena campagna a stretto contatto con la strada provinciale Catania – Gela, il centro è fortemente isolato e mal collegato dai mezzi di trasporto. Il rischio di isolamento è alto e gli ospiti si ritrovano a vivere la propria quotidianità in una condizione di sospensione e apatia. A fronte di una capacità massima di 2000 persone, la struttura ospita oggi tra i 3200 e i 4000 migranti divisi in circa 370 villette a schiera di circa 160 metri quadri l’una. Sebbene inizialmente il tempo massimo di permanenza in un CARA fosse indicato in 35 giorni, alcuni migranti ci riferiscono di abitare qui da oltre 2 anni. Il sovraffollamento causa molte problematicità: una disfunzione dei servizi, data dallo scarso numero di operatori e dal doversi attenere a lunghe file per accedervi, e una condizione di anonimato (dal momento dell’ingresso il nome proprio viene tradotto con il numero del badge). Ogni abitazione è pensata per ospitare 10 persone circa, ma secondo quanto ci raccontano le persone incontrate all’esterno le villette sono abitate da 25 persone minimo. Secondo il rapporto di MEDU, "il modello stesso del CARA, ovvero di una mega struttura che accolga migliaia di migranti, dimostra di essere ingestibile e inumano”. MEDU fa inoltre riflettere sul rapporto tra gli abitanti del CARA e la cittadina di Mineo abitata da 5.200 persone. “Questo squilibrio crea forte tensioni e rappresenta un serio ostacolo all’interazione sociale e culturale con il territorio”.

Il Cara di Mineo

Grazie alla rete di Melting Pot siamo riusciti ad incontrare un gruppo di migranti provenienti da Siria, Yemen ed Egitto, i quali hanno accettato di raccontarci quello che accade all’interno solo dopo essersi accertati l’anonimato. Sono preoccupati dalle minacce e vessazioni che potrebbero essere messe in atto dai gestori e dagli operatori del centro. Coloro che hanno il coraggio di denunciare la situazione a persone all’esterno del centro non sono chiaramente ben viste.
Prima di loro abbiamo però parlato con un ragazzo gambiano che vive a Mineo da più di un anno. Ci ha raccontato di come sia felice qui, di quanto sia grato all’Italia per avergli salvato la vita e di come gli operatori lo sostengano. Purtroppo è difficile credergli, non per diffidenza, ma perché sono molte le denunce da parte di movimenti e associazioni nei confronti del CARA di Mineo. E anche perché altre fonti ci hanno riferito che alcuni migranti ricevono dei privilegi se accettano di parlare bene del CARA con giornalisti, attivisti o delegazioni parlamentari. Noi abbiamo ascoltato Ahmed, nome fittizio, che traduceva per noi le parole dei suoi amici. Ci hanno riferito della pessima organizzazione dei servizi, della difficile situazione abitativa data dal sovraffollamento e del lavoro svolto dagli operatori. In particolar modo scopriamo che durante il primo ingresso nessuno viene informato in merito al servizio sanitario, legale, di mediazione e d’integrazione sociale. Secondo l’art. 10 del DPR 12 gennaio 2015modalità di permanenza al CARA”, il centro dovrebbe fornire al primo accesso un apposito libretto illustrativo al richiedente asilo, ma nessuno degli ospiti intervistati né da noi né da MEDU afferma di aver mai ricevuto materiale al riguardo. Sono previsti degli incontri di gruppo per informare gli ospiti, ma solo in alcuni periodi dell’anno. Questo comporta che alcuni richiedenti asilo debbano aspettare oltre un mese prima di ricevere le informazioni base sui propri diritti e sia per orientarsi sia all’interno della struttura. Ogni giorno le persone accolte ricevono 2,50 euro sul badge spendibili esclusivamente all’interno del centro in sigarette o schede telefoniche, questo vale per tutti a prescindere dall’età o dalle abitudini. L’assistenza sanitaria è garantita 24ore dalla Croce Rossa sia in contesto ambulatoriale sia d’urgenza.
All’arrivo degli ospiti viene eseguito un primo screening sanitario, ma come riporta un operatore della CRI: “il paziente non viene nemmeno fatto spogliare”. Lo screening sanitario è seguito da una valutazione psicologica e socio-assistenziale al fine di concordare il livello di vulnerabilità del richiedente. Le tempistiche dedicate a queste pratiche sono insufficienti e difficilmente permettono l’individuazione di possibili vittime di violenza e di trattamenti inumani e degradanti. Manca inoltre il rispetto di un importante diritto, quello inerente l’iscrizione del richiedente asilo al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), prevista dalla normativa vigente, che causa una situazione di extraterritorialità sanitaria del CARA di Mineo.
Gli operatori che lavorano all’interno sono circa 300, tra i quali: 7 operatori nell’area psicologica, 6 nell’area assistenza sociale e 7 nell’area legale. Considerando il numero di richiedenti asilo nel centro, il rapporto è di un operatore specializzato (in ambito psicologico, sociale e legale) ogni 450-500 persone. Ovviamente anche i servizi di consulenza ed orientamento legale ne risentono, e i tempi di attesa per svolgere tutto l’iter ed arrivare ad ottenere lo status di protezione internazionale sono biblici. Compilato il famoso modulo C3 è necessario aspettare circa 12 mesi prima delle convocazione da parte della Commissione Territoriale. La data è resa nota solo una settimana prima dell’audizione e ciò rende il colloquio preparativo con gli operatori del centro superficiale. Sempre secondo quanto sancito dal DPR del 12 gennaio 2015, allo scadere dei 35 giorni previsti come tempo massimo di soggiorno in un CARA, al richiedente asilo deve essere automaticamente rilasciato un permesso di soggiorno valido per 3 mesi e rinnovabile fino alla decisione sulla richiesta di protezione internazionale. Nel CARA di Mineo questo permesso è ottenibile solo su esplicita richiesta e pagamento di 16 euro di marca da bollo.
Come se non bastasse, nel CARA di Mineo si sono verificati diversi reati, dall’omicidio e violenza sessuale, allo spaccio di droga, rapine e prostituzione. Citiamo la denuncia di un giro di prostituzione che coinvolge le donne del centro, non ne "approfittano" solo gli ospiti ma anche gli operatori. [1] Altro fenomeno è quello dello sfruttamento lavorativo e del caporalato. Le persone che abbiamo ascoltato ci hanno riferito che ogni mattina, a poche centinaia di metri dall’ingresso, arrivano i camion dei caporali. Il tutto accade sotto gli occhi attenti e vigili dell’esercito e della polizia, che preferiscono tacere e probabilmente alzare un pochino il loro stipendio.

Come a Mineo anche a Caltanissetta sono presenti numerose anomalie nell’ambito dell’accoglienza, e per lo più non si tratta di pratiche positive. Di tutt’altro tipo, invece, è l’attività dello Sportello Immigrati, un gruppo informale nato dal basso che cerca di affrontare i limiti e le contraddizioni del sistema d’accoglienza. Il gruppo è formato da una manciata di attivisti, tra questi conosciamo l’avvocato Giovanni Annaloro dell’ASGI, Santa Lombarda, un’operatrice che lavora nello SPRAR, l’attivista Cologero Santoro e Giuliana Geraci, e un mediatore culturale. Lo spazio è abbastanza piccolo, ma contiene facilmente una decina di persone. Un tavolo, una stampante fotocopiatrice e una bandiera NO MUOS come sfondo.

Caltanissetta - Sportello Immigrati

Ogni mercoledì pomeriggio aprono lo sportello e cercano di aiutare chiunque si rivolga a loro, per qualsiasi problema. Abbiamo avuto l’occasione di vedere come operano e ci è parsa chiara la difficoltà, ma al tempo stesso l’importanza, del lavoro meticoloso che svolgono. Un esempio è quanto successo durante la nostra visita. A metà pomeriggio è entrato un Signore che era stato portato lì da un amico dichiarando di avere male ad un piede. Il Signore si è seduto e si è tolto una scarpa senza che nessuno gli dicesse niente. Solo che ad essere estratto dalla scarpa c’era solo un moncherino, il piede era stato amputato. Il Signore si è rivestito e ha cominciato a parlare, tradotto dal mediatore. Ha 62 anni, arriva dal Pakistan e dorme per strada. Sta cercando disperatamente di entrare in un centro di accoglienza, specificatamente il CARA di Pian del Lago, che al momento ha posti liberi per casi vulnerabili. Soffre di diabete e di epatite. Ma gli operatori del CARA, chiamati al telefono dagli operatori dello Sportello, richiedono un attestato di “compatibilità alla vita di comunità”. Un problema ulteriore, che a quanto ci è parso di capire non ha smosso gli operatori del Centro, è che l’anziano è indigente e non ha denaro sufficiente per pagare il taxi fino all’ospedale. Così come se non dovesse ricevere l’attestato continuerà a vivere per strada, senza nessuna assistenza. Quando l’abbiamo lasciato si stava muovendo con l’aiuto degli attivisti dello Sportello per procurarsi questo attestato, tuttavia avrebbe comunque passato la notte per strada. Ci auguriamo il meglio per lui.

Gli attivisti dello sportello ci spiegano che il CARA di Pian del Lago è un centro anomalo. Intanto va precisato che si tratta di un edificio diviso in due sezioni, una adibita a CIE (Centro d’identificazione ed espulsione), l’altra a Centro Accoglienza Richiedenti Asilo). Difficile da immaginare, ma le due strutture sono effettivamente un recinto dentro l’altro. Il primo contiene circa 90 persone, mentre il secondo circa 480. Il tutto deriva da un’ex caserma militare al quale hanno aggiunto un prefabbricato e diversi container. Le condizioni sono tutt’altro che dignitose, eppure c’è una vera e propria fila per entrare. Questo perché, fino a poco fa, le procedure per la richiesta d’asilo erano molto più veloci che nel resto d’Italia. Se altrove il tempo di attesa oscilla da un anno e mezzo a due anni, a Caltanissetta la procedura si poteva concludere anche in sei mesi o meno. Questa strana "efficienza" ha prodotto un effetto calamità e tantissimi migranti sono arrivati nella zona per chiedere asilo, anche se non erano sbarcati sulle coste siciliane. Chi di loro non riesce a trovare ospitalità da qualche amico o parente giunto prima di lui, si rifugia in un campo informale sotto un enorme cavalcavia dove risiedono diverse decine di persone, in tende o baracche, senza alcun aiuto. Nella bidonville manca tutto: acqua corrente, elettricità, cibo e assistenza medica.
Per evitare questo flusso interno, le istituzioni hanno deciso di rallentare volutamente l’iter burocratico riportandolo sulla media nazionale. Una soluzione alquanto assurda e che non ha ridotto le richieste di ingresso nel CARA. Abbiamo ricevuto notizie di fascicoli che vengono aperti, ma per effetto di questa nuova regola interna le procedure non vengono avviate prima di tre mesi.
Anche qui c’è chi specula su queste condizioni di fragilità. Vi è infatti un diffuso circuito di sfruttamento lavorativo che coinvolge sia gli ospiti del CARA sia chi ne resta fuori. Siamo venuti a conoscenza di avvocati che lavorano per preparare i richiedenti asilo all’audizione e alcuni di questi svolgono in un anno anche 600 ricorsi ai dinieghi della commissione, un numero talmente alto sul quale è lecito dubitare dell’attenzione posta e che chiaramente ignora il carattere strettamente unico e personale del ricorso. Infine, vi è un mercato nero di residenze false, necessarie per ottenere il passaporto, con prezzi che vanno dai 150 ai 600 euro e tuttavia c’è chi continua a vivere in situazioni indegne, per avere il “privilegio” di un posto nel CARA dentro un container.

Le criticità che abbiamo citato e gli effetti che producono nel territorio rendono a nostro avviso il CARA di Mineo e quello di Caltanissetta un modello fallimentare di accoglienza, essendo basato su un’idea che vede le migrazioni come un’emergenza. Una visione più volte smentita dai fatti e dai numeri, ma di cui rimangono impregnate le scelte politiche che, evidentemente, hanno un chiaro interesse economico e politico a mantenere modelli emergenziali. Le persone accolte nei centri vivono in un clima costante di apatia e passività: “ogni giorno mi sveglio, faccio colazione, mangio e dormo”. Coloro che vivono in strada in attesa di entrarvi sono consci del fatto che al momento non possono scegliere dove vivere. Per fortuna, pur con mille difficoltà, c’è anche chi ogni giorno si spende per sostenere e aiutare queste persone, facendolo dal basso e con estrema perseveranza.