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La Palermo dei diritti e della solidarietà

Sesto report multimediale della campagna Overthefortress

18 novembre 2016

- 5 € per 10 km: sostieni il camper di Overthefortress
- Un viaggio di due mesi dalla Sicilia a Roma dentro e oltre la rotta del Mediterraneo centrale (vedi la mappa, clicca sulle icone numerate per maggiori informazioni) - Tutti gli articoli multimediali del viaggio
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Tappa importante del nostro viaggio, il camper di Overthefortress arriva a Palermo per scoprire le diverse realtà che si occupano di migrazioni e diritti di cittadinanza.

Durante i quattro giorni trascorsi nel capoluogo siculo incontriamo gli attivisti della Clinica Legale per i Diritti Umani (CLEDU), del Teatro Montevergini e del Porco Rosso, un circolo ARCI situato alle porte del quartiere Ballarò.

Tutti gli incontri si sono rivelati occasioni importanti per presentare il nostro progetto, ma non solo. Confrontarsi con altre persone in un clima assembleare ha dato a tutti la possibilità di sentirsi coinvolti.

Sono nate domande e discussioni sul tema delle migrazioni e dell’attivismo, nodi aperti che ci mettono di fronte alle tante sfide quotidiane relative ai diritti delle persone che migrano. Abbiamo inoltre incontrato e intervistato Fulvio Vassallo Paleologo, docente dell’Università di Palermo, presidente dell’Associazione Diritti e Frontiere (ADIF) e uno dei massimi esperti del diritto d’asilo in Italia. Gli argomenti trattati con lui riguardano il tema dell’esternalizzazione delle frontiere e del ruolo di Frontex (video intervista più sotto nell’articolo).

A Palermo abbiamo avuto modo di attraversare il quartiere di Ballarò, di conoscere i venditori ambulanti e i problemi che affliggono non solo i “nuovi” immigrati, ma anche coloro che sono arrivati ormai diversi anni fa.

Assemblea al Teatro Montevergini

La prima tappa è stata l’assemblea al Teatro Montevergini, un luogo da anni fortemente sottoutilizzato dall’amministrazione comunale e che secondo alcuni giovani palermitani aveva bisogno di una maggiore valorizzazione. Così circa un mese fa è nato il Montevergini occupato, un luogo aperto a tutti che consente lo sviluppo di progetti artistici e di movimento nell’ottica di condivisione dei beni comuni. Viene gestito da un’assemblea aperta la quale ha deciso di organizzare una tavola rotonda con noi e con altri attivisti interessati nell’approfondire il tema delle migrazioni. La nostra esperienza e il nostro viaggio sono stati il motore di apertura del dibattito. Per noi è stato interessante scoprire quali sono le diverse realtà di Palermo e come lavorano, ma anche cosa succede nell’ambito della crescente violazione dei diritti dei migranti.

Nel contempo è stato importante per le realtà palermitane presenti sfruttare l’occasione di questo incontro per comunicare tra loro. Per esempio, il racconto di Alessandra Sciurba della CLEDU, riguardo lo sbarco di circa 1.000 migranti avvenuto qualche giorno prima nel porto della città, ha colpito noi tanto quanto i presenti.
Alessandra ha descritto le procedure di sbarco ed identificazione dei migranti che sono del tutto identiche a quelle che avvengono all’interno degli hotspot e degli altri porti siciliani come Augusta. L’approccio hotspot anche se non vi è un vero centro definito dal governo, è attivo pure a Palermo: le operazioni hanno richiesto più di trenta ore durante le quali i migranti sono stati lasciati sulla banchina e sulla barca sotto la pioggia, mentre a gruppetti venivano trasferiti in Questura per l’identificazione e il rilevamento delle impronte digitali. Il tutto si è concluso con 300 migranti di presunta origine magrebina lasciati per strada con i cosiddetti “seven days”, ovvero i sette giorni per uscire dall’Italia. Una testimonianza diretta che i respingimenti differiti messi in atto dalle autorità italiane non sono affatto cessati.

Altro aspetto emerso durante l’assemblea al Montevergini è la situazione critica dei numerosi CAS presenti nel comune di Palermo. I membri del circolo ARCI, denominato Porco Rosso, ci hanno presentato una lettera scritta dai migranti ospitati nei centri d’accoglienza straordinaria, i quali denunciano le precarie condizioni e l’invisibilità che vivono all’interno delle strutture.

All’assemblea era presente anche Richard, un attivista inglese che vive a Palermo da 2 anni, il quale ci racconta di Jamal e del movimento dei venditori ambulanti. La maggior parte di loro provengono dal Bangladesh, ma Jamal è marocchino e vive qui da 11 anni. Lo incontriamo il giorno dopo mentre lavora lungo via della Libertà. Si presenta come presidente dell’Associazione dei venditori ambulanti di Palermo e ci racconta della lotta che stanno portando avanti da diversi anni per difendere i loro diritti e contro l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Le loro lotte sono arrivate all’apice dopo che un ragazzo marocchino è morto dandosi fuoco in seguito alle ripetute multe e vessazioni subite da parte della polizia municipale.

Jamal ci racconta di quanto sia difficile per loro ottenere e rinnovare il permesso di soggiorno. L’aumento dei divieti e di conseguenza delle multe rende ancor più complicato mettere da parte i soldi necessari per sopravvivere e per pagare una residenza, necessaria per ottenere i permessi. Ma non è tutto: diversi attivisti ci hanno riferito che la polizia di Palermo ricorre spesso alla violenza nei confronti dei venditori ambulanti, arresti forzati, minacce e pestaggi sono frequenti. Lo stesso Jamal, ironizzando, ci dice che un giorno chiederà asilo in un paese africano per ciò che ha subito in Italia.

Foto manifestazione degli ambulanti, tratta dal FB dell’associazione

Tra le diverse realtà palermitane abbiamo poi visitato e conosciuto la CLEDU, la Clinica Legale per i Diritti Umani che nasce dalla convenzione tra il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e la Onlus Altro Diritto. Si tratta di un gruppo formato da giuristi, avvocati e studenti che ogni mercoledì pomeriggio aprono le porte dell’università per dare vita ad uno sportello legale per i migranti. Lavorano da più di un anno in due direzioni: verso l’esterno, dando informazioni accurate per i migranti, e verso l’interno formando e coinvolgendo gli studenti di giurisprudenza. Tra le persone di riferimento della CLEDU c’è appunto Alessandra Sciurba, la quale ci riferisce di essere particolarmente soddisfatta per il coinvolgimento degli studenti universitari. Questi possono mettere in pratica ciò che studiano e allo stesso tempo sviluppare un pensiero critico, arrivando anche a mettere in discussione le procedure e le leggi, qualora queste violino i diritti fondamentali.

La CLEDU riceve una media di circa 150 utenti, ci racconta Maria Romano e il lavoro dei legali si concentra sul singolo caso, cercando di capire la radice del problema e se è possibile risolverlo. Non è però solo un luogo in cui ascoltare e supportare il singolo caso, ma qui si analizzano anche le problematiche su vasta scala. Essendo uno sportello aperto a tutti, gli interventi variano molto.
Oltre alla preparazione dei richiedenti asilo per l’audizione in Commissione, Maria ci racconta del lavoro di monitoraggio svolto a Lampedusa, durante il quale sono venuti a conoscenza del fatto che le autorità incaricate di identificare i migranti facevano firmare a loro un documento nel quale si autodichiaravano “migranti economici”. Il documento in questione prevedeva di dover sbarrare con una crocetta i motivi di arrivo in Italia: i migranti ancora scossi dal viaggio e dallo sbarco venivano consigliati di indicare jobs seeker, mentre asylum seeker è scritto molto piccolo.

Una volta trasferiti in Sicilia questi migranti vengono semplicemente abbandonati per strada con l’ormai famoso foglio “seven days”, un documento che impone al migrante di lasciare autonomamente l’Italia entro 7 giorni.
La CLEDU ha preparato tempo fa un volantino informativo che veniva distribuito a Lampedusa sul quale si potevano trovare le principali informazioni per contattare i legali o gli attivisti disponibili. Altro aspetto da ricordare è la richiesta da parte della Questura del passaporto.

Serena Romano ci racconta che nel momento in cui la Commissione riconosce la protezione umanitaria, il migrante che si reca in questura per ritirare il proprio documento si trova davanti l’ennesimo ostacolo: la richiesta del passaporto per il rilascio del permesso di soggiorno umanitario. Ovviamente è molto difficile per chi ha smarrito o non ha mai avuto il passaporto riuscire ad averlo in Italia.

Dal momento stesso in cui si richiede l’asilo è chiaro che difficilmente è possibile recarsi alla propria ambasciata e richiedere un nuovo passaporto. Purtroppo è un problema che non coinvolge solo i migranti "recenti", ma anche coloro che richiedono un rinnovo del permesso di soggiorno o ad esempio gli appartenenti all’etnia rom. A questi interventi e allo sportello del mercoledì si unisce un lavoro quotidiano di supporto ai migranti. La CLEDU, nonostante sia nata non molto tempo fa, vanta già un gruppo molto numeroso e in crescita.

Incontriamo successivamente Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti in materia di diritto d’asilo, coinvolto inizialmente anche nella creazione della CLEDU e ora presidente dell’Associazione Diritti e Frontiere. Ci racconta di come il processo di esternalizzazione delle frontiere europee sta evolvendo e di come avvenga sostanzialmente con l’aumento di forze e di controlli di polizia sulle frontiere.

Parliamo di Frontex ma anche di Eunavfor Med (European Navy For(ce) Mediterranean), detta operazione Sophia (dal nome di una bambina nata durante una delle missioni di soccorso), che ha compiti prevalentemente di contrasto alla migrazione irregolare. Già dal nome con la quale è stata battezzata però è evidente la retorica di fondo e il richiamo al salvataggio di vite umane, ma la realtà è assai diversa: non solo i morti nel Mediterraneo nel 2016 sono aumentati, ma Eunavfor Med contribuisce a rendere le rotte più pericolose, difficili, costose e mortali.

Il processo di esternalizzazione avviene anche tramite accordi bilaterali con i paesi di transito e di origine dei migranti, Stati che il più delle volte sono dittatoriali o poco sicuri. Il caso della Libia è emblematico: non potendo interagire con un governo unico, nel mese di agosto, Eunavfor Med ha stipulato un Memoriale di intesa (MOU) con i vertici della Guardia Costiera libica.

Pur essendo chiaro che nella guardia costiera libica la corruzione sia un fenomeno diffusissimo che porta a fenomeni di violenza, tortura e ricatto nei confronti dei migranti, la collaborazione sta proseguendo e l’Italia fornisce l’addestramento ai libici, proprio nel mentre succedono episodi gravissimi di eliminazione dei migranti in mare. [1]

Ma questo genere di accordi non si limitano alle coste libiche. Proprio in questi giorni il Ministro Gentiloni ha visitato il Niger, il Mali e il Senegal con i quali sta cercando di concludere dei Compact. Un Compact è un accordo bilaterale tra un Paese europeo e un Paese terzo con il quale in cambio di denaro si convince lo Stato a trattenere i migranti e a riaccertarli qualora fossero respinti in mare o rimpatriati dallo Stato europeo.

E’ difficile rendere l’idea con un unico report di una città così complessa e variegata, e quattro giorni chiaramente non sono stati sufficienti per vivere appieno l’atmosfera del posto, ma abbastanza per farci emozionare. Abbiamo visitato il quartiere di Ballarò che offre un mix unico di colori, profumi e musiche. La cena servita da una donna senegalese in casa sua, la musica del locale ivoriano e le decine di murales che ci trasportano in un luogo lontano.

Abbiamo raccolto tante informazioni e conosciuto nuove realtà, ci piace pensare di aver stretto legami. E soprattutto ci piace pensare che il nostro passaggio abbia suscitato un po’ di entusiasmo nelle realtà che abbiamo incontrato e che abbiamo ringraziato molto, e dalle quali siamo stati ringraziati. Non solo per il lavoro che svolgiamo durante il nostro viaggio, ma anche per l’occasione di incontro fra le varie realtà palermitane che la nostra visita ha provocato.

Tutte loro, quanto noi, sentono il bisogno di non abbandonarsi alla durezza del presente, ma di ricercare incessantemente la forza di denunciare, di cooperare e lottare per cambiare la situazione vigente.