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Non chiamiamo fatalità le morti dei migranti in transito

25 novembre 2016

In pochi giorni tre giovani vite sono state spezzate dagli effetti dell’inasprimento dei controlli alle frontiere interne dell’Unione Europea. Le tragedie erano nell’aria già da tempo e purtroppo non sono nemmeno le prime, da quando per attraversare la frontiera i migranti devono diventare invisibili, nascondersi e utilizzare vie impervie e modalità pericolose come salire sui treni merci. Il rischio di perdere la vita è elevatissimo, ma l’alternativa che spesso trovano sulla loro strada è quella di essere respinti al confine o subire, come è ampiamente documentato, delle deportazioni interne verso il sud Italia o espulsioni illegali verso il Paese d’origine.

Determinati a ridurre il movimento di migranti e rifugiati verso altri Stati membri”, come ci spiega il rigoroso rapporto di Amnesty International “Hotspot Italia”, “i leader europei hanno spinto le autorità italiane ai limiti, e talvolta oltre i limiti, della legalità. Il risultato è che persone traumatizzate, arrivate in Italia dopo esperienze di viaggio strazianti, vengono sottoposte a procedure viziate e in alcuni casi a gravi violenze da parte della polizia, così come a espulsioni illegali”.
Le testimonianze raccolte da Amnesty e quelle degli attivisti che operano nel monitoraggio e nel supporto ai migranti in transito nelle zone di confine, rivelano molte analogie tra i luoghi di “entrata e uscita” di tutto il versante nord della penisola.
La drammatica vicenda di Ventimiglia dove un migrante è stato travolto dalla piena del fiume Roia ricorda altre vergogne simili che si dimenticano in fretta. Proprio un anno fa a Gorizia, l’esondazione dell’Isonzo rischiò di provocare la morte di 160 esseri umani, tutti con il diritto alla protezione ed all’accoglienza, abbandonati in un luogo disumano lungo le rive del fiume.

A Bolzano, un ragazzo eritreo di soli 17 anni è stato investito da un treno mentre cercava di nascondersi su un vagone merci per superare i controlli sistematici delle forze di polizia italiane ed austriache. Abel, questo il nome, voleva raggiungere il fratello a Francoforte. La tragedia ricorda quanto avviene ormai da anni a Calais, dove i migranti cercano di salire sui camion per oltrepassare il tunnel della Manica.
A Borghetto, centro chilometri più a sud, un’altra giovane profuga è stata dilaniata dal treno mentre di notte camminava spaesata a fianco dei binari. Probabilmente la ragazza era stata fatta scendere dal treno perché priva di titolo di viaggio. Di lei nessuno conoscerà mai il nome e l’età.

In tanti temevamo che prima o poi su quel confine mobile che separa l’Italia dall’Austria sarebbe avvenuto un dramma evitabile. Perché conosciamo la situazione e siamo consapevoli che di fronte alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” l’Europa ha deciso di salvare la libera circolazione di Schengen, sacrificando i diritti dei migranti. D’altronde per ripristinare il normale funzionamento della zona di libera circolazione, Il Parlamento Europeo, dopo aver avallatato lo scellerato accordo con la Turchia di Erdogan, nel maggio scorso decise di muoversi in due direzioni: proteggere le frontiere esterne dell’UE (attraverso la trasformazione di Frontex nell’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera e il sostegno agli accordi bilaterali dei Paesi membri con i Paesi di transito e d’origine dei migranti) e quelle interne ritenute troppo permeabili. L’Italia dopo il 2014 e il 2015 (in questi due anni lasciò transitare circa 175.000 persone verso altri paesi europei) decise di fare la sua parte contrastando con tutti i mezzi leciti e non leciti i movimenti dei migranti in transito.
Non è proprio grazie al Piano Alfano, con il quale sono stati introdotti controlli sistematici lungo l’asse del Brennero, che l’Austria ha deciso di rimettere in discussione la costruzione delle barriere “anti profughi”?
Lo disse lui stesso lo scorso 13 maggio, al Viminale, nella conferenza stampa al termine dell’incontro con il suo omologo austriaco Sobotka. In quell’occasione il Ministro dell’Interno disse che si trattò di un incontro “molto schietto, molto franco, molto concreto” e che la preoccupazione austriaca sull’arrivo di tanti profughi dalla Libia fu abilmente arginata dall’Italia, evitando così “l’esplosione di una crisi e la chiusura del passo del Brennero”. Alfano aggiunse che sarà merito dell’efficienza dei controlli italiani - “l’itinerario stradale e dei treni al Brennero vedrà rafforzata la presenza delle Forze dell’ordine” - evitare la chiusura perché “un blocco farebbe un enorme danno al turismo italiano e austriaco, al nostro import-export e al transito delle persone per ragioni di lavoro”. Con toni trionfanti infine dichiarò che l’Italia vuole “salvaguardare il diritto di circolazione in Europa che deve essere libera”, aggiungendo che deve essere “anche sicura” (sic!).

Da allora, i controlli sono stati intensificati e spostati fino alla stazione di Verona, rendendo sempre più difficile e rischioso raggiungere il confine.
In violazione delle norme che vietano i controlli sistematici alle frontiere interne dell’Area Schengen [1], l’asse ferroviario del Brennero, e in particolare le stazioni di Verona e Bolzano, sono diventati una grande area di discriminazione e sospensione del diritto con controlli razziali agli accessi dei binari e sui treni diretti al confine. Al tempo stesso sono continuati i respingimenti dei migranti alla frontiera del Brennero.
E’ proprio questo pervasivo controllo e nel contempo la totale assenza di informazioni fornite ai migranti in transito che generano tragedie che potrebbero essere evitate.
La morte del giovane eritreo è emblematica del fallimento dei valori europei: l’accoglienza, la solidarietà ed il rispetto dei diritti umani non trovano alcun posto nella storia di Abel, come in quelle altre storie di vita dei migranti dispersi dal fallimento del sistema di accoglienza italiano.

Abel è arrivato a Messina come minore e quindi più degli altri aveva diritto ad essere accolto ed informato rispetto ai suoi diritti. E Abel in quanto minore non doveva assolutamente morire nel tentativo di raggiungere il fratello in un altro paese, vittima di Schengen e di Dublino che, almeno fino ad oggi, non si devono intendere applicabili ai minori.
Un minore straniero non accompagnato ha diritto ad essere ricongiunto con i suoi familiari o comunque con un adulto responsabile, inoltre essendo eritreo Abel avrebbe potuto usufruire del programma di relocation tanto pubblicizzato dall’Unione Europea. Un programma sul quale si misura oggi il fallimento politico e morale della stessa Unione Europea. Insomma, non c’era motivo per cui Abel dovesse sottrarsi al sistema di asilo, lui in teoria doveva essere garantito proprio da quel sistema.

Peccato che i principi sanciti nelle Convenzioni internazionali e le leggi non trovano riscontro nella realtà del Sistema Comune d’Asilo Europeo.
I minori non ricevono un’accoglienza migliore degli adulti, anzi molte volte non vengono neanche identificati come tali, ma, con una data di nascita arbitrariamente imposta loro allo sbarco, vengono fotosegnalati come maggiorenni. Ad oggi il sistema dell’accoglienza dopo gli sbarchi non garantisce effettivamente che si forniscano informazioni legali ai minori, e nella maggior parte dei casi i minori, così come gli adulti, non ricevono informazione alcuna. Inoltre, anche in quei rari casi in cui i migranti vengono informati e decidono di utilizzare le vie legali per muoversi, utilizzare le leggi europee che tanto bene bloccano i confini per riuscire ad oltrepassarli è cosa quasi impossibile.

Il meccanismo della relocation è stato pubblicamente definito un fallimento dallo stesso Stato italiano e fino ad oggi procede in modo disordinato, episodico. Delle 40.000 persone previste dalle Decisioni del Consiglio Europeo a favore dell’Italia, gli Stati europei hanno messo a disposizione poco meno di 5.000 posti, ad oggi i richiedenti asilo che hanno potuto effettivamente beneficiare della relocation sono circa 1.500. Inoltre, i tempi lunghissimi di gestazione richiedono una buona dose di fiducia e pazienza da parte degli stessi richiedenti, che rimangono per mesi senza informazioni certe sul loro futuro.
Pensare poi di usare Dublino, non per rinviare i richiedenti asilo nello Stato Europeo definito competente, ma per consentire loro di raggiungere un familiare in un altro Stato Europeo rimane un sogno, nonostante il Regolamento stesso dall’articolo 8 all’articolo 11 preveda espressamente questo diritto.
Questo tipo di procedimento è complesso e richiede la presenza di un legale a supporto di entrambi gli interessati nei diversi paesi di transito e di destinazione. Alcuni casi positivi si sono registrati a Calais e a Ventimiglia, ma il loro numero è irrilevante se comparato con il numero di coloro che non chiedono perchè pensano che il tentativo sarebbe vano o peggio ancora perché non sanno di poter chiedere.
Ad oggi manca un sistema di informazione legale capillare a favore dei migranti e rimangono inattuate le norme che all’interno del sistema di asilo sono poste a tutela del diritto dei migranti all’autodeterminazione, quanto meno ai fini del ricongiungimento familiare.
All’indomani di ogni tragedia ci si chiede come questa poteva essere evitata, ecco nel caso di Abel non ci sarebbe voluto tanto: non serviva chiedere l’abolizione di Dublino e Schengen, infatti paradossalmente sarebbe bastato il loro corretto funzionamento.

Davanti alle mortali falle del sistema, il compito della società civile deve essere quello di essere testimoni critici degli effetti che le politiche di controllo delle frontiere stanno avendo sulle vite dei migranti. Fino a quando il “problema” sarà affrontato solo da un punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico, a garanzia solamente della libertà di circolazione delle merci e dei cittadini europei, nessuno potrà parlare di tragedie ineluttabili.
Lavoriamo incessantemente affinché questo paradigma cambi, perchè la vita, i diritti e la dignità delle persone vengono prima di tutto.