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L’esternalizzazione dei controlli di frontiera e il falso umanitarismo dell’Unione europea

Intervista a Fulvio Vassallo Paleologo, presidente Associazione Diritti e Frontiere (ADIF)

7 dicembre 2016

Nella tappa palermitana del viaggio dentro la rotta del Mediteranneo centrale della campagna #overthefortress abbiamo avuto il piacere di incontrare e intervistare Fulvio Vassallo Paleologo, docente dell’Università di Palermo, presidente dell’Associazione Diritti e Frontiere (ADIF) e uno dei massimi esperti del diritto d’asilo in Italia.


Vedi anche la playlist delle video-interviste realizzate durante il viaggio

Soprattutto a partire dall’Agenda europea sulle migrazioni del maggio del 2015, l’Unione europea e poi quindi i singoli stati hanno puntato sul rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne con l’obiettivo dichiarato di garantire maggiore sicurezza e persino la libertà di circolazione interna prevista dal regolamento Schengen.
Purtroppo fino ad oggi abbiamo avuto una intensificazione dei controlli alle frontiere esterne, ma non c’è stato affatto questo ritorno a Schengen.

In cosa consiste l’esternalizzazione dei controlli di frontiera e il rafforzamento delle frontiere esterne?

Un primo aspetto riguarda, fondamentalmente, nell’aumento delle forze di polizia, quindi parliamo di Frontex ma anche della missione europea EUNAVFOR MED, definita anche operazione Sophia, che nasce lo scorso anno e si dispiega a regime nel corso del 2016 con 7 navi, a guida italiana, e con compiti prevalenti di contrasto dell’immigrazione irregolare.
Qui c’è il solito tragico gioco che si fa dopo le tragedie in mare nel Mediterraneo, quando si propongono operazioni di "contrasto dell’immigrazione irregolare" per salvare vite umane.
In realtà le vite umane si continuano a perdere, il numero delle vittime e dei dispersi aumenta continuamente e le rotte diventano anche più pericolose, si differenziano, si allargano.

Al di là del contrasto in mare, l’altro aspetto che ovviamente presuppone degli accordi con i paesi frontalieri, quindi con l’Egitto, con la Libia, con la Tunisia, con l’Algeria, è legato a forme di intesa anche operativa, non accordi internazionali, ma protocolli operativi tra le autorità militari, tra le guardie costiere dove esistono dei paesi confinanti come zone di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo.

C’è poi un altro aspetto importantissimo dell’esternalizzazione [1] che si traduce con accordi con i paesi di origine o di transito per impedire le partenze verso l’Europa, o peggio, per riportare in questi paesi persone che sono riuscite ad arrivare in Europa.

Mi riferisco all’accordo stipulato il 3 agosto con il Sudan [2] che poi ha permesso l’espulsione di una quarantina di sudanesi da Torino, in totale violazione delle norme internazionali che vietano il respingimento in paesi in cui si rischia trattamenti inumani o degradanti.

Qui entra in gioco sia la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sia l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta il refoulement quando si può verificare un respingimento verso un paese in cui una persona può subire violazioni gravi dei propri diritti e anche del proprio corpo, della propria identità.

Un ultimo aspetto sono gli accordi coi paesi di transito come il Niger che si sta cercando di chiudere, il Ministro Gentiloni è stato proprio in questi giorni in Africa e ha visitato il Niger, il Mali e il Senegal.

Sono paesi con i quali si sta cercando di concludere dei compact, ovvero un accordo bilaterale tra un paese europeo e un paese terzo sostenuto da una congrua corresponsione di denaro, nella forma della cooperazione allo sviluppo, che di fatto però è il prezzo perché questi paesi trattengano le persone o le riprendano in riammissione quando vengono respinte o espulse dal paese europeo.
I migration compact sono una delega dell’Unione europea ai singoli stati per negoziare operazioni di blocco e di respingimento dei migranti verso i paesi di origine.

Pare addirittura che ci sia in discussione un accordo con l’Etiopia, ma già l’accordo con il Sudan è fortemente preoccupante per tutta l’area, dal momento che il Sudan è uno degli snodi, uno dei paesi nevralgici per la fuga di persone che cercano di salvare la propria vita.

Anche l’accordo con il Niger è preoccupante perché si pensa di costruire un grande campo di raccolta che dovrebbe servire per bloccare in Niger le persone e impedire di farle transitare verso la Libia o per riportare in Niger, in questo campo, le persone che dovessero venire trovate in Libia ed espulse verso sud.

Questo inasprimento dei sistemi di controllo non garantisce nessuna legalità nei paesi di origine e di transito. Anzi rafforza le mafie, chi gestisce il traffico e spesso anche governi che non rispettano i diritti umani come il Sudan e anche l’Egitto. Quest’ultimo è un attore forte di queste vicende perché esercita un forte controllo anche su buona parte della Libia attraverso il generale Khalifa Haftar (ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore del governo cirenaico di Tobruk), confermandosi come uno degli attori che determinano le scelte politiche dell’Africa settentrionale.