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Le Scarpe dei Caporali: uno spettacolo teatrale di Salvatore Cutrì con la regia di Paolo Grossi

Da un’inchiesta di Matteo De Checchi e Valentina Benvenuti

15 dicembre 2016


Le Scarpe dei Caporali è uno spettacolo teatrale di Salvatore Cutrì con la regia di Paolo Grossi, prodotto dal Collettivo Mamadou di Bolzano. Nasce da un’inchiesta di Matteo De Checchi, collaboratore del Progetto Melting Pot Europa e Valentina Benvenuti, fotoreporter del Collettivo Mamadou.

Le Scarpe dei Caporali” ha come obiettivo l’avvio e il sostegno di iniziative di sensibilizzazione e azione concrete per il superamento delle condizioni di vita dei braccianti agricoli del Sud Italia all’interno dei ghetti di Rosarno, Boreano, Rignano e Cassibile.

Abbiamo chiesto a Matteo De Checci di parlarci di questo lavoro.

"Il monologo, finanziato con un crowdfunding nel giugno di quest’anno, è un percorso storico e politico che analizza il caporalato in Italia, in particolare al Sud, dagli anni ’50 in poi. Da caporalato di paese si è via via trasformato negli anni fino a diventare un’agenzia di reclutamento al soldo delle grandi organizzazioni criminali. Ma il monologo denuncia, in maniera chiara, il ruolo della Grande Distribuzione Organizzata che, in un più ampio mercato globale, mantiene il sistema di sfruttamento lavorativo pagando prezzi ridicoli per la frutta e la verdura che finisce sopra le nostre tavole.
Le istituzioni, conniventi al Sistema, mantengono una linea di finta legalità attraverso finti sgomberi e politiche per lo più repressive.
Così, durante il monologo, finiremo all’interno delle baracche dei più grandi ghetti italiani, da Rignano a Cassibile, incontreremo le braccianti rumene, sfruttate e stuprate all’interno delle serre siciliane, parleremo con i lavoratori burkinabè, in lotta, all’interno del ghetto di Boreano, Potenza.
Al centro le scarpe, bene primario per lavorare e vivere in mezzo al fango. E una convinzione di fondo, la loro lotta, la lotta dei braccianti e dei nuovi schiavi, è la nostra lotta".

Collettivo Mamadou
Il Collettivo Mamadou ha come obiettivo la totale emancipazione dei braccianti africani che vivono segregati in ghetti dove le condizioni igienico sanitarie sono al limite del drammatico. Per fare questo siamo convinti sia fondamentale, per i braccianti, imparare la lingua italiana attraverso corsi organizzati e strutturati.

Il Collettivo si compone, all’atto della sua fondazione, di tre persone e della collaborazione del Collettivo Potenza Ribelle che fin da subito si è dimostrato interessato alle tematiche dello sfruttamento in agricoltura e, per ragioni prettamente geografiche, vicino al luogo dove opererà Mamadou.

Per non essere invasivi nei confronti di altre realtà che da anni operano sul territorio, abbiamo pensato di far partire un corso di lingua italiana, nel 2017, a Venosa (Potenza) a ridosso del ghetto di Boreano, sulla falsariga del corso già avviato nell’agosto del 2016 e finanziato con un crowdfunding lanciato a giugno.
Il progetto prevede l’allestimento del corso con insegnanti e non (il 90% dei braccianti è analfabeta quindi non sono richieste specifiche competenze per l’insegnamento dell’italiano, se non essere di madrelingua italiana) con una forma di volontariato attivo: il Collettivo Mamadou pagherà le spese di viaggio, vitto e alloggio attraverso fondi esclusivamente privati raccolti durante iniziative e serate informative.

La finalità del Collettivo Mamadou non è quella di raccogliere denaro o avere una particolare visibilità, ma di operare "sul campo" per dare dignità a chi non ha voce; proprio per questo, e in base alle esperienze fatte nel 2016 tra i ghetti del Sud Italia, l’unica regola che si dà il Collettivo Mamadou è quella di non ricevere qualsivoglia finanziamento da Enti o associazioni pubbliche rimarcando così, sin dall’inizio, un carattere totalmente indipendente.

Per chi volesse collaborare, informarsi, contribuire:
- Collettivo Mamadou su FB
- collettivomamadou@gmail.com

San Ferdinando, Rosarno


L’inchiesta di Matteo De Checchi:
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