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Ghetti all’italiana: dove abitano gli invisibili

di Stefano Danieli e Tommaso Gandini, attivisti della campagna #overthefortress

21 dicembre 2016

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Incontri con Gervasio Ungolo dell’Osservatorio Migranti Basilicata [1], Francesco Castelgrande (USB Basilicata), Angelo Cleopazzo, attivista di Diritti a Sud [2] e Alessandro Ventura, attivista di Pro/Fuga [3]


Il “sugo della nonna” ce lo ricordiamo tutti, sempre buono perché nel nostro immaginario vediamo una vecchietta che sorride mentre raccoglie pomodori e cipolle nel piccolo orto dietro casa, ma altrimenti anche la sola ricetta della nonna è la migliore.

Allo stesso modo oggi troviamo nei supermercati decine di tipologie diverse di sughi pronti e facili da scaldare, alcuni utilizzano proprio la parola “nonna” nei loro nomi. Peccato però che non sia più la nonna a raccogliere cipolle e pomodori, e non è lei che li cucina.

La maggior parte del prodotto dell’agricoltura italiana dipende esclusivamente dal lavoro bracciantile dei nuovi schiavi, senza casa nè diritti.
Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo è in corso in Italia da ormai tanti anni, ma i numeri dei braccianti sono in aumento, nuovi schiavi stanno arrivando e sono proprio le procedure Hotspot ad accrescere questo numero.

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress nel ghetto di Borgo Mezzanone (FG)

I migranti che subiscono un respingimento differito, ovvero coloro che vengono abbandonati nei porti, nelle stazioni o lungo la strada con nient’altro che un obbligo a lasciare l’Italia in 7 giorni.

A questi si aggiungono tantissimi fra quelli che finiscono il percorso d’accoglienza e ottengono i documenti. Molti di loro in anni ospitati dentro dei CAS o negli SPRAR non hanno né fatto corsi di italiano, né percorsi di inserimento sociale o lavorativo.

Così dopo mesi, o anni, trascorsi a cercare lavoro inutilmente nelle grandi città, vivendo per strada, giungono nei ghetti dello sfruttamento lavorativo. Questi insieme a tanti altri sono i 500.000 braccianti del centro-sud Italia: africani, italiani, est-europei e asiatici.

La parola ghetto deriva dall’omonimo quartiere di Venezia riservato agli ebrei.
In generale ed in seguito è stato usato per definire un luogo di raggruppamento di una specifica etnia o minoranza, ma rimane in parte collegato alla minoranza ebraica, che nelle grandi città era spesso rinchiusa e isolata in un singolo quartiere.

Contiene quindi al suo interno l’accezione di un luogo i cui abitanti non sempre si autoescludono, ma spesso sono vittime di una discriminazione da parte del resto della società. Questo è particolarmente evidente proprio nei ghetti dove vivono i braccianti nel Sud Italia. Se è vero infatti che molti accampamenti sono formati da una comunità con una sola provenienza (come nel caso dell’ ‘‘Hotel Sudan’’ a Cassibile o del “Ghetto dei Bulgari” nel foggiano), gli accampamenti più grandi contengono tantissime culture e nazionalità diverse al proprio interno. Un luogo quindi definito non per ciò che avviene al suo interno, ma per le relazioni che si sviluppano con il suo esterno. In questo senso l’esclusione, o meglio l’isolamento, è sicuramente la caratteristica che accomuna tutti i cosiddetti ghetti che abbiamo avuto modo di visitare lungo il nostro viaggio.

Sono innanzitutto difficili da trovare: nascosti nelle campagne lontane dai centri abitati, spesso raggiungibili solamente attraverso strade sterrate, senza qualcuno che conosca già la loro posizione è quasi impossibile arrivarci. Alcuni, come quello a Cassibile o quello più famoso di Rosarno, sono ulteriormente nascosti da arbusti o siepi che ne delimitano il perimetro e lo coprono da sguardi indiscreti.

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress nel ghetto di Borgo Mezzanone (FG)


Architettonicamente vi sono leggere variazioni sul tema.
Gli accampamenti più piccoli si appoggiano a dei casolari abbandonati, come vicino a Palazzo San Gervasio o a Metaponto in Basilicata, a cui in alcuni casi si aggiungono delle baracche di lamiera, legno e plastica, comprata o trovata nella spazzatura, come a Cassibile vicino Siracusa.

Nei conglomerati più grandi queste baracche diventano la costante e si moltiplicano fino a formare delle piccole città, come a Rignano Garganico o a Rosarno.
Nella prima vi sono oggi circa 800 persone, nella seconda circa 2.000.

Quest’estate probabilmente il rapporto sarà al contrario: mentre ora è stagione di agrumi nella piana di Gioia Tauro, in estate si aprirà la stagione dei pomodori nel foggiano. Ecco quindi introdotta un’altra caratteristica costante di questi luoghi: la stagionalità.

Questo ce lo confermano le realtà con cui siamo entranti in contatto, che da anni lavorano sul territorio. Gervasio Ungolo dell’Osservatorio Migranti Basilicata ci racconta dei movimenti ai quali sono costretti i braccianti per trovare lavoro non solo tra le diverse regioni d’Italia, ma anche all’interno delle stesse.

Tra Venosa e Palazzo S.Gervasio i migranti vivono dispersi nella campagna, in tenda o in vecchi casolari, costretti a spostarsi perché sgomberati o a causa di un incendio. “Per alcuni anni ci sono stati due campi della Croce Rossa, ma non ci andava nessuno”, ci dice Francesco Castelgrande (Usb Basilicata), “dichiaravano numeri falsi per ottenere i finanziamenti”.

Il recente scandalo in Basilicata parla di 9 milioni di euro ottenuti grazie ai dati gonfiati dall’impresa Manteca srl, una società di servizi e consulenze alle imprese che si improvvisa ente gestore di alcuni centri d’accoglienza.
Si torna quindi a parlare di “mafia capitale”, di chi crea profitto da questi ghetti.

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress nel ghetto di Rignano Garganico


Tanto peggiorano le condizioni di vita, quanto aumentano i guadagni per i gestori. Una sorta di esproprio delle risorse destinate all’accoglienza.
Per esempio, per costruire una baracca si spende molto, non tutto si trova nella spazzatura. E dopo aver speso tempo e fatica per una baracca resistente, capita di doversi spostare per lavorare.

A Cassibile molte baracche erano chiuse, non è la stagione giusta per lavorare, ma c’è chi spera di ritrovarle intatte in primavera. Non è la stessa cosa per chi invece abitava all’ex falegnameria di Nardò, che è stata smantellata nei primi mesi dell’anno. Il complesso di baracche che la circondava serviva durante l’estate ed è stato poi smantellato ad ottobre. “La maggior parte erano tunisini e stanno aumentando i sudanesi”, ci dice Angelo Cleopazzo, attivista di Diritti a Sud, una comunità nata nel 2014 che promuove il diritto all’istruzione, all’abitare e al lavoro. Tra i loro progetti c’è SfruttaZero, in collaborazione con Netzanet e OMB, con cui producono una buonissima salsa di pomodoro, che in tutto il suo processo è estranea allo sfruttamento della natura e del lavoro.

Ad ottobre Diritti a Sud è stata incaricata dal comune alla gestione della Masseria Boncuri, un luogo storico per lo sciopero dei braccianti del 2011. Ci lavorano circa 20 attivisti, i quali offrono assistenza legale, psicologica e medica a chiunque ne abbia bisogno. Al momento ci vivono 16 cittadini migranti, fra i pochissimi rimasti nella stagione senza lavoro a Nardò.

Le continue migrazioni all’interno del nostro Paese da un ghetto all’altro sono indicative del reale motivo dietro l’esistenza di questi luoghi: la ricerca del lavoro. Come dicevamo prima la maggior parte degli abitanti ha già terminato il percorso d’accoglienza e spesso ha anche ricevuto il permesso di soggiorno. Non si tratta quindi solo di irregolari (o clandestini nel linguaggio dei razzisti) ma di persone che hanno diritto di rimanere sul territorio e che una volta usciti dai centri d’accoglienza si ritrovano sulla strada senza nulla. Una enorme assurdità di cui il sistema d’accoglienza è complice. Se non per alcuni virtuosi SPRAR, la volontà di far integrare i richiedenti asilo attraverso corsi di lingua o inserimenti sociali e lavorativi volti ad un’indipendenza dei soggetti rimane completamente inattesa. In tanti ci raccontano di aver passato anni a cercare lavoro in città prima di raggiungere sconfortati i ghetti dei braccianti. E spesso non per mancanza di competenze, ma per una mancata integrazione. A Rosarno abbiamo incontrato un antropologo fuggito dal suo Paese dopo essersi rifiutato di collaborare con i servizi segreti, che ora ripara biciclette e vive tutto il giorno nella tendopoli.

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress nel ghetto di Borgo Mezzanone (FG)


Come ben sappiamo però il tempo che i migranti trascorrono all’interno dei centri d’accoglienza può essere molto lungo e la raccolta non può aspettare. Durante il nostro viaggio abbiamo potuto osservare come lo sfruttamento lavorativo si sia insediato anche all’interno di alcuni CARA e CAS, è il caso di Mineo, Crotone, Cosenza, Metaponto e Borgo Mezzanone.

I richiedenti asilo tutte le mattine aspettano, sotto gli occhi delle forze dell’ordine e degli operatori, i furgoni dei caporali. Questo fenomeno è particolarmente allarmante a Borgo Mezzanone, dove il CARA e il ghetto vivono in totale simbiosi.

Ne parliamo con Alessandro Ventura, attivista di Pro/Fuga che da più di un anno supportano una comunità di migranti autogestita all’interno di una fabbrica occupata. “Il ghetto si trova su quella che era la lunga pista d’atterraggio di un vecchio aeroporto, centinaia di container, prefabbricati, casette in muratura e baracche di legno ai lati della strada”, Alessandro ci illustra a parole ciò che poi abbiamo potuto vedere.

A pochi metri dalla pista inizia la recinzione del CARA, dietro la quale si vedono 4 camionette dell’esercito schierate lungo il filo spinato. Ci sono dei buchi nella rete grazie ai quali i richiedenti asilo e i braccianti possono vivere insieme. E’ difficile pensare che gli abitanti del CARA non siano inclusi nello sfruttamento lavorativo, nei giri di prostituzione, spaccio e criminalità del ghetto.

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress nel ghetto di Borgo Mezzanone (FG)


Questo sottolinea come le istituzioni siano perfettamente al corrente dell’esistenza dei ghetti, e non solo li considerano invisibili da ormai troppi anni, ma favoreggiano oggi questo sistema mettendolo in comunicazione con i centri d’accoglienza.

Aggiungiamo inoltre che vicini o meno ad un ghetto, in ogni caso all’interno si possono creare gli stessi fenomeni che sono presenti in ogni luogo di esclusione ed emarginazione sociale. A partire dallo spaccio di droghe, lo sfruttamento lavorativo e la prostituzione. Sottolineiamo che la criminalità organizzata che gestisce la prostituzione di ragazze nigeriane in Italia è molto diffusa, all’interno e all’esterno di questi non-luoghi.

Vivere in una baracca di legno, un monolocale 4 metri per 4 con il tetto di plastica, per guadagnare poco più di 15 euro al giorno dopo 8/10 ore di lavoro non può essere considerata una vita dignitosa. In particolar modo se capiamo che questi neo-schiavi sono tenuti in quelle condizioni per permettere a noi un prezzo inferiore sul mercato.


Il “sugo della nonna” non è più così buono se pensiamo a Moussa che abita in quel vecchio casolare abbandonato, lungo la strada per Venosa. Non aveva i calzini e nonostante il freddo pungente portava solamente delle infradito. Gli abbiamo chiesto se avrebbe passato lì l’inverno, ci ha risposto che non aveva altro luogo dove andare. Gli abbiamo chiesto se c’è qualcuno dei suoi amici che ce l’ha fatta, che è uscito da quella condizione. Ha detto di sì, qualcuno che conosce è riuscito a diventare un operaio in fabbrica, al Nord. Quella era la sua ambizione di vita, tragicamente lontanissima.