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Cara, dolce Cara. Un dossier sul "Villaggio della Solidarietà"

di Giacomo Belvedere, tratto da Il Sette e Mezzo

16 gennaio 2017

Proponiamo la raccolta degli interessanti articoli che compongono il dossier "Cara, dolce Cara" tratto dal giornale on line «Il Sette e Mezzo»

I bei tempi in cui in Sicilia non si vedeva e da Roma si benediceva

Travolto da numerose inchieste giudiziarie, il centro menenino resiste a tutti gli urti, arroccato in Contrada Cucinella come per un destino ineluttabile. Eppure, anche prima delle inchieste, bastava guardar bene per accorgersi che qualcosa non andava. Ma non si volle vedere.

Forse vero non è, ma ci fu un tempo in cui sul Cara di contrada Cucinella in quel di Mineo, non indagavano tre Procure, Roma, Catania e Caltagirone, né pendeva più di un procedimento giudiziario, ma del centro si dicevano solo meraviglie. Un’isola felice, quella del Villaggio della Solidarietà, come pomposamente lo si chiamò, in cui si accoglievano degnamente i migranti e si davano tanti posti di lavoro agli abitanti del luogo. Una perla nel panorama dell’accoglienza italiano, travagliato invece da inefficienza e problemi a non finire. Una favola bella raccontata persino in un docufilm, Io sono io e tu sei tu, in cui si narra come, grazie all’amicizia con un ragazzo di colore ospite del Cara, un bambino muto ritrovi la parola e l’affetto del padre. E anche il padre guarirà dai suoi pregiudizi, si aprirà alla solidarietà e ritroverà l’affetto perduto del figlio.
Il Cara dei miracoli dunque: ridona la parola ai muti e sana le ferite del cuore e della mente. Da consigliare come terapia. Il film era stato sponsorizzato e prodotto dalla Fondazione Integra, una costola derivata da Sisifo e Sanicop, società etnea di cui il consorzio Sisifo detiene il 30%.
Sisifo è la coop capofila della società consortile che gestiva il Cara di Mineo, di cui facevano parte il “Consorzio Sol.calatino Società Cooperativa Sociale”, “La Cascina Global Service s.r.l.”, la “Senis Hospes Società Cooperativa Sociale”, la “Casa della Solidarietà Consorzio di Cooperative Sociali”, l’Associazione Italiana della Croce Rossa” e l’“Impresa Pizzarotti & C. s.p.a.”.
Vale a dire la task force di coop capace di sbaragliare sempre a colpo sicuro la concorrenza in tutti i tre appalti per la gestione del centro. Appalti “cuciti” su cui oggi le Procure vogliono vedere chiaro. Ma, allora, nella primavera del 2014, quando maturava l’idea del mega appalto triennale da 98 milioni, tutto andava a gonfie vele. Un appalto triennale, rinnovabile, evitava di doversi barcamenare con proroghe infinite, come successe nel 2013. E poco importava alla stampa, locale e nazionale, il fatto, segnalato in un nostro articolo, che a capo di Integra ci fosse Salvo Calì: sì, proprio il presidente di Sisifo, diventato il celebre convitato di pietra nel pranzo a tre, con Luca Odevaine e il sottosegretario Giuseppe Castiglione, in cui, secondo la deposizione del faccendiere romano si decisero le sorti del Cara di Mineo.

ODEVAINE, IL SUPER ESPERTO
Odevaine, del resto, era considerato un insospettabile e osannato esperto in migrazione, tanto che si ritenne indispensabile la sua qualificata presenza in tutte e tre le commissioni per l’aggiudicazione degli appalti al Cara. Oggi tutti fanno finta di non conoscerlo o di aver avuto con lui rapporti solo episodici, persino chi lo volle al Tavolo nazionale per l’Immigrazione e al Cara di Mineo.
Odevaine, che sotto il tappeto lustro nascondeva la polvere di precedenti con la giustizia che aveva abilmente occultato cambiandosi il cognome, allora era invitato dalla Camera dei Deputati per tenervi il 5 luglio 2012 una relazione sul fenomeno migrazione. Tra i relatori persino, in videoconferenza, Zygmunt Bauman, il teorico della società liquida postmoderna. Per dire a che livello si riteneva fosse il curriculum che poteva vantare Odevaine. E pazienza se dalla sua eccelsa sapienza ed esperienza sul campo non venisse altro che il suggerimento di utilizzare gli ospiti per la raccolta delle arance nella Piana di Catania. Idea non certo geniale che desta dubbi sulla competenza del super consulente. Ma tant’è.

LE VOCI FUORI DAL CORO
In verità, qualche sporadica voce fuori dal coro si ebbe, qualcuno che vide quello che altri non vedevano, ma fu sommerso dagli applausi di entusiastica approvazione. Il quotidiano cattolico «Avvenire», nell’aprile del 2012, in seguito alla visita del vescovo di Caltagirone mons. Calogero Peri al centro di contrada Cucinella, durante la peregrinazione dell’icona della Madonna del Ponte, pubblicò un’inchiesta in cui si denunciavano prostituzione e aborti sospetti all’interno del centro. La Procura di Caltagirone, allora retta da Francesco Paolo Giordano (oggi a Siracusa), aprì per atto dovuto un fascicolo, con l’ipotesi di sfruttamento della prostituzione ma la cosa finì lì, senza conseguenze, indolore.

Eppure il sospetto che il centro, così come lo si era concepito, non potesse funzionare, sarebbe dovuto venire a qualcuno. Lo disse, inascoltato, il vescovo calatino, che a proposito delle endemiche proteste nel centro menenino dichiarò: «Questi episodi sottolineano evidentemente che qualcosa non va».
Cosa non andava? Nel 2013, pubblicammo un corposo dossier sul Cara di Mineo in tre puntate, in cui, dati alla mano, sostenevamo che, il Cara, non fosse altro che per le sue dimensioni, era una «bomba umanitaria».
«Il Cara di Mineo – scrivevamo – è il più grande d’Europa. Al di là, dunque, del pur lodevole impegno dei singoli, tende a produrre strutturalmente dinamiche distorte e a perpetuare piuttosto la logica della segregazione e del ghetto che quella dell’accoglienza e dell’integrazione». Senza contare che dimensioni così grandi dovevano gioco forza suscitare gli appetiti per gli enormi interessi in gioco: «Un appalto di così rilevante importo – ci rivelò il procuratore Verzera nell’intervista di luglio 2015 – la gestione di somme di denaro ingentissime implicano che politici del posto facciano il possibile per poter governare un piccolo comune che gestisce una situazione economica così impressionante. E quindi è chiaro che la ricerca del consenso popolare per prendere la poltrona di sindaco, di assessore sia fortissima».

La poltrona a cui si allude è quella del comune di Mineo, un piccolo centro del calatino travolto da interessi più grandi di lui. Il sindaco è Anna Aloisi. Eletta a furor di popolo alle elezioni comunali del 9 e 10 giugno 2013, in una lista civica nata dal Pdl e sponsorizzata da Paolo Ragusa, esponente locale del NCD, sindacalista Uil, coop manager, e presidente di una delle coop del sistema Cara, Sol. Calatino.
Aloisi nel 2013 diventa presidente del Consorzio dei Comuni Calatino Terra d’Accoglienza (e per questo suo ruolo è indagata in più di un’inchiesta), costituitosi il 28 dicembre 2012, con il nome iniziale – poi cambiato – di “Calatino Terra di solidarietà", per sostituirsi al soggetto attuatore del Cara di Mineo, il presidente della provincia di Catania Giuseppe Castiglione, luogotenente del NCD in Sicilia del ministro Angelino Alfano. Consorzio poi assurto al rango di stazione appaltante. Ma se oggi le inchieste di Catania e Caltagirone gettano ombre su appalti truccati, compravendita di voti e di assessori, cerchio magico di coop costantemente favorite, truffa del badge con presenze gonfiate al centro, allora pochi videro o vollero vedere.

DAL VIMINALE DIFESA A OLTRANZA
Il Cara sembra in corsia preferenziale, in una botte di ferro e benedetto dal Viminale, persino dopo che, all’inizio di dicembre 2014, il tappo del vaso di Pandora era saltato con l’arresto di Odevaine nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale.
Un’inchiesta che per effetto domino coinvolge anche le Procure di Catania, retta da Salvi, e di Caltagirone, guidata dal nuovo procuratore Verzera, che, appena arrivato nella città della ceramica, si mette subito al lavoro sul "caso Cara". Eppure, nonostante la stretta delle Procure si facesse sempre più stringente, e lo stesso nuovo capo dell’Authority Anticorruzione, Raffaele Cantone, avesse sollevato più di un dubbio sulla legittimità dell’appalto da 98 milioni, dal Viminale giunge una difesa ad oltranza. È come se Cantone, il rompiscatole, avesse rotto un equilibrio prima mai messo in discussione. Prima di lui, l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), composta dal presidente Sergio Santoro e dai consiglieri relatori Piero Calandra e Alfredo Meocci, ex Direttore generale della Rai, aveva, infatti, ritenuto la disciplina di gara predisposta dal Soggetto Attuatore per la Gestione del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Mineo «conforme alla normativa di settore». Un giudizio dato tuttavia da un’Authority presto spazzata via dai guai giudiziari di alcuni suoi consiglieri, e accusata di scarso attivismo sugli appalti pubblici. Su Mose e Expo insomma era stata un po’ distratta.

Dopo l’entrata a gamba tesa di Cantone, il Viminale decide di mettersi di traverso, nonostante le inchieste della magistratura suggerissero piuttosto prudenza. Ma, che il Cara di Mineo fosse sotto una sorta di tutela del Ministero dell’Interno, in Prefettura a Catania lo si sapeva da sempre. Come vedremo in un successivo articolo di prossima pubblicazione, c’era un “clima” favorevole, una “forte sollecitazione” che aveva premuto in direzione di un’unica gara di appalto la cui gestione dovesse essere affidata al Consorzio dei Comuni. Ciò, nonostante qualcuno all’interno dello stesso Viminale, al massimo livello, fosse contrario ed esprimesse dubbi. Dopo che il caso Odevaine è scoppiato, il 25 marzo 2015, come rivelato da «Il Sette e Mezzo», il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Viminale, attacca l’Anticorruzione: «I magistrati decideranno se c’è stata o no una qualche opacità nella nascita di Mineo – dichiara Morcone –, se nella gara il Consorzio si è comportato bene o male, ma dico una cosa che non piacerà: ho qualche dubbio sulla decisione del presidente Cantone, che peraltro conosco, apprezzo e stimo moltissimo».
Un complimento che appare stonare e a cui segue subito dopo l’affondo polemico: «A noi hanno detto sempre che il total care, il general contractor, era la soluzione delle soluzioni, che si risparmiava, ora improvvisamente per un contratto del 2013 si è stabilito che è stata impedita la partecipazione alle piccole e medie imprese». Se si è fatto sempre così, perché ora si cambia? – sembra dire Morcone. Una linea di difesa assunta in toto dal Consorzio dei Comuni e dal suo direttore generale Giovanni Ferrera. Quasi suggerita dal Viminale. «Va bene, decidessero loro quel che vogliono fare – sbotta il prefetto, che si smarca -, noi non c’entriamo, è un problema che riguarda il Consorzio. Però su queste cose bisogna stare un po’ attenti – raccomanda infine Morcone – perché ci sono sicuramente aspetti di opacità ma anche gente tanto per bene».

Il resto è storia risaputa di questi giorni.


Il Cara prima del Cara

Durante l’audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta sui Cie e i Cara, del 17 dicembre 2015, il presidente Migliore chiede perché il centro «doveva essere per forza nella provincia di Catania». In realtà un anno prima dell’emergenza umanitaria del 2011 c’era chi stava pianificando un centro per migranti nel Residence degli Aranci della Pizzarotti.

Il dubbio sulle possibili ingerenze del Viminale nell’affaire Cara, viene anche al Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui Cie e i Cara, Gennaro Migliore, che, nell’audizione del 17 dicembre 2015, ripetutamene chiede al prefetto Rosetta Scotto Lavina (dal 1° settembre 2012 Direttore Centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo e dal 15 settembre 2014 Direttore Centrale per le Politiche dell’immigrazione e dell’asilo), e a Francesca Cannizzo, ex prefetto di Catania e di Palermo (oggi indagata a Palermo nell’inchiesta “Saguto”), se avessero ricevuto pressioni dal Ministero dell’Interno sul Cara di Mineo.
Perché al Presidente non tornano alcuni conti: perché – si chiede – il centro «doveva essere per forza nella provincia di Catania visto che, peraltro, la gestione del flusso dell’accoglienza è nazionale e che, comunque, c’era tutta la Sicilia per definire una modalità d’accoglienza?». E ancora: «perché doveva permanere la struttura di 3.000 posti», sia quando, come nel 2012 ci furono solo 16.000 sbarchi, sia quando ce ne furono 170.000, come nel 2014? «Ma il Cara di Mineo – commenta Migliore – era sempre pieno. La questione è che il Cara di Mineo è l’unica struttura che ha avuto sempre dei regimi di pieno in qualsiasi condizione». Inoltre, «perché non si è fatta una gara per reperire tre immobili da 1.000 posti ? Perché l’unica richiesta, nelle due opzioni poste, riguardava il fatto che ci doveva essere un centro da 3.000 e non 3 centri da 1.000, oppure 6 centri da 500, oppure 2 centri da 1.500 o ancora uno da 2.500 e uno da 500?». Domande lecite, quasi ovvie, eppure, come abbiamo visto nella prima puntata, pochi se le posero.

IL CARA PRIMA DEL CARA
Per rispondere alle domande del Presidente della Commissione, occorre fare un passo indietro e rinfrescare la memoria a chi l’avesse nel frattempo perduta.
Perchè, come rivelò la nostra testata, c’è un Cara prima del Cara. Ed è certo che il Cara di Mineo non nacque come un fungo per germinazione spontanea. Siamo agli albori del 2011: il 12 febbraio viene dichiarato lo stato di emergenza per i flussi migratori provenienti dalle coste africane, a seguito delle “primavere arabe”.
Il 14 febbraio 2011, l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, effettuano un sopralluogo al “Residence degli Aranci”, di proprietà della ditta Pizzarotti di Parma, ubicato in contrada Cucinella in territorio di Mineo, e composto da 403 villette, destinate una volta ai militari statunitensi di stanza a Sigonella. Ed è amore a prima vista: il residence è scelto immediatamente come il luogo più idoneo ad ospitare quello che sarebbe diventato il “Villaggio della Solidarietà” – Cara di Mineo.
Nelle loro intenzioni il centro sarebbe dovuto essere un modello di accoglienza, integrazione e ospitalità in Europa. L’immobile è dell’impresa Pizzarotti, che percepiva dagli americani come canone d’affitto 8 milioni e mezzo di dollari, più le spese per la gestione dei servizi all’interno del villaggio. Un introito che viene improvvisamente a mancare e difficilmente rimpiazzabile: data l’allocazione della struttura, lontana dal centro abitato di Mineo, era assai improbabile che si riuscisse a affittare le singole villette a privati.
L’idea di Berlusconi e Maroni di trasformare l’ex Residence degli aranci nel Centro d’Accoglienza per Richiedenti Asilo cade dunque come una manna dal cielo per la Pizzarotti, che riceve come indennizzo per l’immobile requisito sei milioni di euro annui. Tuttavia sbaglierebbe chi pensa che il Cara di Mineo nasca dal nulla, il giorno di San Valentino del 2011, grazie a un’intuizione improvvisa di Silvio Berlusconi. Quello che in apparenza sembra un colpo di fulmine è in realtà frutto di un lungo corteggiamento risalente all’anno prima, quando ancora i marines non avevano lasciato la struttura. E i protagonisti di tale vicenda sono gli stessi che negli anni avvenire decideranno le sorti del Cara di Mineo.

Bisogna spulciare tra la cronaca anonima di incontri o convegni in apparenza tecnici e di settore, a cui di solito riservi un trafiletto. Ma è lì che germina il Cara menenino.
Il 10 settembre 2010, presso i locali della provincia regionale di Catania, si tiene un incontro programmatico sulle attività del “Patto Territoriale dell’Economia Sociale del Calatino”. Presenti all’incontro i rappresentanti dei comuni aderenti, della Provincia Regionale di Catania, dell’Asp 3 di Catania e del Consorzio Sol.Calatino s.c.s.
Si decide il varo della Fondazione di Comunità del Calatino “Don Luigi Sturzo”, con l’obiettivo di dare vita ad attività nel campo della solidarietà sociale, della beneficenza, della pubblica utilità e del no profit. Degno di nota è che tra i sostenitori dell’impresa ci sia anche la Pizzarotti Spa che – si legge nel comunicato stampa – «insieme alla costituenda fondazione di Comunità lavorerà alla rifunzionalizzazione per fini sociali del Residence degli Aranci di Mineo che attualmente ospita i militari Americani». Cronaca di un Cara annunciato?

Ma cos’è il “Patto Territoriale dell’Economia Sociale del Calatino”? Il patto viene sottoscritto in un’assolata mattina del 2 agosto 2010, presso il centro direzionale della Provincia Regionale di Catania, alla presenza dell’On. Giuseppe Castiglione – Presidente dell’U.P.I. e della Provincia Regionale di Catania. Si tratta di un protocollo di intesa, promosso dal Consorzio Sol.Calatino, che del Patto diventa ente capofila, a cui aderiscono i comuni del Calatino sud Simeto (inizialmente nove: Licodia Eubea, Mazzarrone, Militello in Val di Catania, Mineo, Mirabella Imbaccari, San Cono, San Michele di Ganzaria, Scordia e Vizzini, ai quali si aggiungerà il Comune di Grammichele), la Provincia regionale di Catania, l’Asp 3 di Catania, la Cciaa di Catania, l’Ircac. Col senno di poi, inevitabile leggervi la protostoria del futuro Consorzio dei Comuni. Il Cara ancora non c’è eppure c’è chi scalda i motori. La storia di poi era già scritta prima.

Inaugurato il Cara, nel 2011, in ballo c’è l’aggiudicazione del primo appalto per la gestione dei servizi. Dopo la fase emergenziale, difatti, affidata alla Croce Rossa, senza l’indizione di un bando ad evidenza pubblica, in vista della cessazione dell’incarico, prevista inizialmente per il 30 giugno, c’è già chi scalpita.

UN FINALE GIÀ SCRITTO?
Il 3 marzo 2011 Paolo Ragusa scrive a tutti gli amministratori locali chiedendo ai sindaci del territorio di «accettare la sfida dell’istituzione di un Centro accoglienza richiedenti asilo per fare del “Residence della Solidarietà” di Mineo un modello europeo di eccellenza dell’accoglienza e della integrazione sociale». In una nota del 28 marzo 2011, Ragusa lancia la sua proposta: « collegare l’iniziativa del Cara di Mineo al “Patto territoriale dell’economia sociale del Calatino Sud –Simeto” ». Se non è una candidatura alla partecipazione alla gestione del Cara di Mineo, poco ci manca. Idea ribadita in una lettera aperta del 7 luglio al nuovo soggetto attuatore, Giuseppe Castiglione, in occasione della sua nomina (il 28 giugno 2011), e al convegno organizzato da Sol.Calatino, il 16 maggio 2011 presso i locali della provincia di Catania, su “Bisogno di protezione: strumenti stabili di supporto alle emergenze”: si attivino – sollecita Ragusa – con urgenza a Mineo tutte le attività precipue di un Cara, «di cui il “Patto territoriale dell’economia sociale del Calatino Sud-Simeto” si pone come presenza indispensabile ».

Sia dovuto a fiuto, sia a semplice fortuna o ad arti divinatorie, c’è dunque chi non si fa trovare impreparato all’appuntamento. Le tessere del puzzle, la provincia di Catania, Sol.Calatino, la Pizzarotti, i comuni del Calatino, sono già quasi tutte al loro posto, come s’è visto, già un anno prima. Mancano solo il potente consorzio Sisifo, che gestisce il Cara di Foggia e i Cpsa di Lampedusa e Cagliari e che dell’Ati diviene il capofila, e la coop bianca La Cascina Global Service, un colosso della ristorazione che fattura 150 milioni di euro annui, legata a Comunione e Liberazione e all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone, una delle cooperative capitoline maggiormente attive ed influenti nel settore del sociale.
Dalle carte romane, emerge che fu Odevaine che tenne a battesimo l’alleanza tra coop rosse e coop bianche, che fu il nerbo di quell’invincibile armata che sbaraglierà la concorrenza nelle tre gare d’appalto, e passerà indenne le forche caudine dei ricorsi al Tar e dei pareri richiesti all’Autorità nazionale anticorruzione.

Odevaine sbarca in Sicilia e, secondo le intercettazioni dei Ros ha un incontro con Castiglione e un misterioso personaggio – poi rivelatosi essere Salvo Calì, presidente del consorzio Sisifo – che avrebbe dovuto vincere la gara. Bisognava dar conto ai “siciliani”, Sisifo e Sol Calatino, ma Odevaine propose di allargare l’affare alla Cascina, perché «se non se fa una roba che c’abbia una sua professionalità rischiamo un disastro». La “roba” fatta con professionalità sarebbe quella di «creare un gruppo forte (…) che sta roba qua vince». Il suo piano è chiaro: «Castiglione – afferma – si è avvicinato molto a Comunione e Liberazione, insieme ad Alfano, e adesso CL di fatto sostiene strutturalmente tutta questa roba di Alfano e del centrodestra (…) sono tra i principali finanziatori di tutta questa roba […], io li ho messi insieme, e si è strutturata questa roba, dopodiché abbiamo fatto questa cosa di Mineo». Una sorta di replica in salsa siciliana, del patto di ferro tra coop bianche e rosse che si spartivano al 50% gli affari nella capitale. «La decisione – si legge nei verbali del 7 luglio 2015 – fu presa congiuntamente da Paolo Ragusa, da Castiglione, da me e da Giovanni Ferrera, il quale era anche il responsabile del procedimento».

Un patto d’acciaio che si è dimostrato tetragono ai colpi di fortuna e ha retto indenne sino all’esplosione imprevista di Mafia Capitale, che ha dato un deciso scossone a un sistema, sino ad allora, invulnerabile. Eppure, ancora, il “sistema Cara” non è crollato e, in sordina, è ancora là, in contrada Cucinella.


“Questo Cara s’ha da fare”: così parlò il Viminale

Durante l’audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta sui Cie e i Cara, del 17 dicembre 2015, il presidente Migliore chiede al prefetto Rosetta Scotto Lavino (dal 1° settembre 2012 Direttore Centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo e dal 15 settembre 2014 Direttore Centrale per le Politiche dell’immigrazione e dell’asilo), e a Francesca Cannizzo, ex prefetto di Catania e di Palermo (oggi indagata a Palermo nell’inchiesta “Saguto”), perché il centro «doveva essere per forza nella provincia di Catania» e se avessero ricevuto pressioni dal Ministero dell’Interno sul Cara di Mineo. Migliore vuole capire, dal momento che per lui «è evidente che sembra quasi un film con un finale già scritto, per cui via via si deve vedere come giustificare quel finale». Nella puntata precedente, si è visto come, in realtà, il copione qualcuno lo avesse in mano prima ancora che la troupe scendesse a Mineo per girare il “film”. E che la trama del film, negli anni avvenire, si sarebbe svolta come un déjà vu con gli stessi protagonisti di sempre. Senza che nessuno, a parte voci isolate, ponesse dubbi o si opponesse alle magnifiche sorti e progressive del Residence della Solidarietà.

SCOTTO LAVINO: “CONTRARIA AD APPALTO UNICO E CONSORZIO COMUNI” Qualche distinguo, tuttavia ci fu in corso d’opera, anche ai massimi vertici del Viminale. Ma non cambiò la direzione segnata. Durante l’audizione, il prefetto Rosetta Scotto Lavino ammette che sarebbe stato meglio, a suo avviso, « procedere con bandi di gara separati e distinti per reperire la struttura di accoglienza e i servizi », tanto che la stessa invitò «la Prefettura di Catania a procedere in questo senso, con due gare distinte, proprio perché l’Avvocatura distrettuale dello Stato aveva suggerito questo». Inoltre il prefetto dichiara la sua contrarietà a che il Consorzio dei Comuni, la creatura ibrida, che Luca Odevaine si vanta di aver suggerito all’allora Ministra dell’Interno Cancellieri, divenisse stazione appaltante, come poi avvenne. Ma allora – incalza Migliore -, perché nonostante tutti i dubbi e le riserve, il Consorzio dei Comuni ha svolto il ruolo di stazione appaltante e non la prefettura di Catania? Su questa domanda il prefetto ha una risposta salomonica: «Devo dire che io ero di parere contrario. Il mio parere era quello che si dovesse andare a gara. La stazione appaltante, a mio avviso, avrebbe dovuto essere la prefettura di Catania. Ripeto, però, che dall’Avvocatura veniva sottolineata la legittimità di entrambe le ipotesi. Entrambe le ipotesi erano percorribili. Poteva anche essere l’altra, ma poi è stata scelta, sulla base della triangolazione tra Avvocatura, prefettura e Ministero, l’opzione di scegliere per la prosecuzione in capo al consorzio con la convenzione ai sensi della legge».

Dunque decisiva fu una triangolazione tra Avvocatura dello Stato, prefettura e Ministero dell’Interno, le cui direttrici e rapporti di forza, tuttavia, non sono sempre evidenti e chiari. Il Presidente chiede al prefetto se abbia avuto «la sensazione che da parte della prefettura di Catania vi fosse una qualche resistenza a fare da stazione appaltante». Vuole capire, dal momento che «è evidente che sembra quasi un film con un finale già scritto, per cui via via si deve vedere come giustificare quel finale».

«A questo, però, onestamente – è la risposta laconica – non so rispondere. Non so se ci siano state resistenze o meno. È prevalsa la tesi opposta, che non era la mia e che non preferivo».

CANNIZZO: “IL MINISTERO SOLLECITÒ FORTEMENTE”
È la volta del prefetto Francesca Cannizzo. Da lei una serie di “io non so”, “io non ricordo bene”, “devo verificare”. Ma un’ammissione c’è: ci fu una “forte sollecitazione” da parte del ministero dell’Interno.

«L’Avvocatura dice che è legittimo – esordisce Migliore -, ma noi non abbiamo ancora capito perché lo volessero fare. In una nazione come l’Italia, dove i comuni normalmente resistono anche ai più banali bandi SPRAR per 20 richiedenti asilo, perché c’era questa grande propensione dei comuni del Calatino ad accogliere 3.000 migranti, se non di più (si è arrivati anche a 4.000 e oltre)?».

«Quanto all’individuazione di un unico immobile – è la risposta -, anche questa non è mai stata una scelta che ha visto il Prefetto di Catania come valutatore, ma che ha visto sempre – perlomeno mi riferisco all’esperienza della mia presenza a Catania – il Prefetto quale destinatario di valutazioni rispetto alle quali sono state indicate le vie ». Poi spiega in che senso ha parlato di «destinatario di valutazioni» espresse altrove: «Per esempio, come dicevo, essendosi fatta la scelta di procedere per il prosieguo in regime ordinario con la gara pubblica e quindi di individuare nella prefettura l’ente gestore, la stazione appaltante, fu chiesto di individuare se fra i beni immobili demaniali vi fossero strutture con una capienza di 3.000. Non fu data l’opzione di più strutture ». Migliore incalza: «Da parte del Ministero, quindi?». La risposta è lapidaria: «Sì. C’è proprio corrispondenza formale in questo senso».

Il Presidente insiste: «Quando lei dice “è stata, a suo tempo, fortemente sollecitata dal Ministero dell’Interno”, lei come acquisisce questa forte sollecitazione? Perché c’è stata una nota, perché qualcuno l’ha chiamata, perché ci sono persone che hanno rappresentato, perché il ministro in prima persona ha fatto una dichiarazione pubblica?».

Qui la risposta di Francesca Cannizzo, si fa più nebulosa: «Non ho atti formali che posso esibire per poter dare testimonianza formale di questa mia affermazione. Ricordo che ci furono delle riunioni presso il Ministero e le interlocuzioni intercorse, mai a livello di vertice, ma a livello di colleghi. Da parte mia e dei miei collaboratori c’era questa indicazione, che era condivisa. D’altra parte, c’era stata l’esperienza del soggetto attuatore prima». Poi prosegue: «L’idea che se ne aveva in quel momento, per orientamento generale, era che ci fosse questa delega di gestione al consorzio, delega che poi risulta prevista nell’ordinanza». Tuttavia su questo punto, come su altri, l’ex Prefetto di Catania si riserva «di verificare, tramite gli atti presenti alla Prefettura di Catania, se vi sia qualche convocazione di riunione presso il Ministero, qualche verbale di riunione, ma dalle interlocuzioni telefoniche che avvenivano all’epoca – ripeto – non soltanto al mio livello, ma anche fra i miei collaboratori, l’indicazione, il clima, la volontà che risultava era proprio quella di andare nella direzione del consorzio ». Un “clima”, dunque, non meglio precisato, eppure tale da dare un’indicazione quasi obbligante e obbligata.

Migliore chiede se la “forte sollecitazione”, potesse essere venuta anche dal tavolo di coordinamento, in cui, in rappresentanza dell’UPI, sedeva Luca Odevaine. Ma l’unico atto che il Prefetto ha «potuto rintracciare fra la documentazione presente alla prefettura di Catania è un verbale. Mi ero attivata nel senso di potere venire il più possibile documentata per sopperire…».

A questo punto, l’audizione si fa sempre più “calda”. Migliore chiede come mai, nonostante la contrarietà del prefetto Scotto Lavina, che era “una dirigente massima” in quel momento, «ci sia stata una forte sollecitazione del Ministero in regime di contrarietà del suo vertice», tanto da bypassare il prefetto Scotto Lavino. «Chi è che ha assunto questa scelta?» – chiede il Presidente. «Noi stiamo cercando questo soggetto. Nessuno la voleva fare, ma poi si è fatta perché era “fortemente sollecitata”». C’è stata insomma «un’individuazione di una priorità che può essere in capo solamente ad un soggetto decisore che può oltrepassare la funzione di un prefetto e anche della stessa direttrice del servizio centrale?».

«Mai avuto interlocuzioni, né formali, né informali, a livello di vertice ministeriale, assolutamente mai», ribadisce il prefetto Cannizzo. E ripete il suo leitmotiv: «L’unico atto che ho trovato è un verbale del tavolo di coordinamento del 14 dicembre, se non vado errato, in cui si dice che, per quanto riguarda Mineo, se ne parlerà in un’altra occasione, vista la peculiarità dell’aspetto».

Poi spiega: «Il “fortemente voluto” verosimilmente – ma, ripeto, è una verifica da fare sulla base di atti – nasce dalla circostanza che, essendo stata prevista in ordinanza, c’era un’indicazione normativa in quel senso, ma io non ho mai avuto interlocuzioni a livello politico, a livello di vertice, né mai alcuno mi ha interessata nel senso di dire…».

Quindi conclude: «Peraltro, era veramente difficile poter costringere tanti comuni a che dessero vita ad un ente consortile. Ripeto, mi riservo di verificare, tramite l’agenda in cui risultano tutti gli appuntamenti e ulteriori acquisizioni di atti presso la prefettura di Catania, se vi siano documenti che per caso mi sono sfuggiti».

Ma a questo punto l’audizione viene secretata.

GUIA FEDERICO: “IL CARA STRUTTURA PROTETTA”
Non viene audita in quell’occasione anche il prefetto di Catania Maria Guia Federico. Ma sappiamo il suo pensiero sul Cara di Mineo. Durante un incontro, tenutosi 13 gennaio 2014 nel centro menenino con i richiedenti asilo ospiti del Cara, incontro molto atteso perché avvenuto a seguito di proteste e disordini, le è stato chiesto, “come madre di famiglia”, che fine avrebbero i richiedenti asilo una volta usciti dal Cara, senza lavoro e senza soldi. Guia Federico rispose “come madre”, spiegando che non era affatto semplice poter dire “andate, trovatevi un lavoro”, perché c’erano delle norme da applicare. «Voi qui vivete – aggiunse – in un ambiente, se vogliamo, protetto, confortevole, perché fuori c’è una disperazione incredibile che probabilmente da qua dentro non si avverte». Il Prefetto alludeva ai drammi della disperazione di migliaia siciliani che hanno perso il lavoro. Nonostante questo, spiegò Guia Federico, il Governo italiano stava compiendo un enorme sforzo per mantenere una struttura come il Cara e accogliere chi arriva «da paesi dove c’è maggiore disperazione». «Ma – concluse – vi posso garantire che non pochi italiani prenderebbero il vostro posto e starebbero volentieri qui dentro, viste le difficoltà che affrontano tutti i giorni».