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Mentre la crisi in Gambia peggiora, i rifugiati hanno difficoltà a ricevere asilo in Senegal

Sanna Camara, Refugees Deeply - 19 gennaio 2017

20 gennaio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Migliaia di gambiani stanno fuggendo verso il Senegal, temendo disordini nel loro paese dopo che il presidente Yahya Jammeh si è rifiutato di dimettersi (Nella notte ha annunciato con un messaggio alla tv nazionale le sue dimissioni N.d.R.)

Il giornalista gambiano in esilio Sanna Camara scrive delle sue speranze di tornare a casa e delle sue preoccupazioni per i connazionali rifugiati in Senegal.

Agosto 2014. Ho attraversato il confine tra Gambia e Senegal. Percepivo di essere perseguitato dal mio governo e la possibilità di essere incarcerato a causa di un articolo che avevo scritto due mesi prima, riguardante un caso di tratta di esseri umani che coinvolgeva persone del posto. Ad oggi sono in fuga da più di due anni.

Sono bloccato in Senegal dove ho provato invano ad ottenere lo stato di rifugiato.
Il mio paese è governato da un dittatore dal pugno di ferro dal 1994, quando è subentrato al potere rovesciando un governo militare. A causa della totale opposizione di Yahya Jammeh al dissenso, più di 100 giornalisti gambiani (.pdf) sono stati forzati all’esilio semplicemente per aver fatto il loro lavoro. Le loro voci sono state soffocate per aver interrogato il governo sul suo operato. Io sono rimasto il più a lungo possibile, continuando a lavorare come giornalista indipendente. Il mio arresto nel 2014 è stato il terzo dal 2001. Questa volta, mi venne “consigliato” di lasciare il paese.

Nonostante abbia perso le elezioni di Dicembre, Jammeh si è rifiutato di dimettersi, definendo il risultato “insignificante e nullo”. Da quando il suo mandato è scaduto il 19 Gennaio, i poteri regionali -guidati dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Sierra Leone e supportati dall’African Union - e migliaia di civili stanno fuggendo dal paese un’altra volta. I dipendenti dell’U.N.H.C.R. hanno testimoniato di autobus carichi di donne e bambini gambiani in rotta verso il Senegal, dove molti di noi sono stati abbandonati per anni senza ottenere lo status di rifugiati. Molti probabilmente non riceveranno asilo, date le procedure restrittive del paese.

Senza asilo politico

Quando sono scappato in Senegal come ultima spiaggia, non avevo realizzato che la procedura per ottenere lo status di rifugiato sarebbe durata per più di due anni, senza successo. Se lo avessi saputo, ci avrei pensato due volte prima di lasciare mia moglie e tre bambini per cercare di salvarmi.

Nel tempo ho scoperto il Senegal come un paese in equilibrio, che circonda tre versanti del Gambia, fatta eccezione per quello Ovest. Da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia 50 anni fa e a seguito di un pacifico passaggio di potere, il paese ha goduto di una certa stabilità.
A differenza del Gambia, il Senegal non ha subito colpi di stato. Vanta di essere una tra le più forti democrazie nella subregione.

Ho incontrato centinaia di rifugiati del Gambia - ex impiegati statali, politici, guardie del corpo, uomini del corpo militare, casalinghe e bambine e, ovviamente, giornalisti - che vivono a Dakar. Ognuno di loro è scappato da una situazione simile alla mia. Alcuni hanno smesso di provare a ritornare in Gambia o ad essere ricollocati in un terzo paese.

Quando sono arrivato, mi sono trovato con un amico gambiano che ha lavorato con me per 8 anni come giornalista. Ha lasciato il paese dopo due mesi di detenzione da parte dell’intelligence agency. Eravamo entrambi ricercati per la stessa ragione: “falsa informazione”. Io non sono mai stato sottoposto al giudizio della corte dato che sono scappato mentre il mio caso era ancora sospeso.

Dopo aver iniziato la procedura per la richiesta di asilo in Senegal, speravo che le autorità di Dakar avrebbero considerato la mia brutta situazione e il mio fondato timore di subire persecuzioni. Ero sicuro che avrebbero approvato la mia richiesta senza ritardi. Mi sbagliavo.

Sei mesi dopo aver fatto domanda, ho ricevuto una lettera di aggiornamento dove mi veniva comunicato che la mia richiesta era stata rifiutata perché i responsabili ritenevano che la mia situazione non soddisfacesse i requisiti dello stato di rifugiato. Ero scioccato. “Lei ha il diritto di fare appello”, mi ha detto il l’amministratore dell’ufficio con tono pragmatico. A dispetto del supporto internazionale, domestico e regionale di molteplici associazioni ed singoli, la mia situazione non è parsa abbastanza convincente per le autorità senegalesi. La Commissione Nazionale di Idoneità, l’ente responsabile della concessione di asilo in Senegal, non ha fornito ragioni specifiche per aver rifiutato la mia domanda. Il mio amico mi ha consigliato di lasciar perdere, dato che davvero pochi giornalisti erano riusciti ad ottenere la protezione dello stato in Senegal negli ultimi dieci anni.

Non ho più provato a fare domanda. Ma nel Novembre 2015, alcuni avvocati operanti nei diritti umani internazionali hanno ascoltato la mia storia, considerato i fatti riportati alla commissione di Dakar e giudicato che io fossi legittimato e che avrei dovuto avere garantito asilo da parte del Senegal.
Ci sono delle vie legali” mi ha detto uno di loro. Così ho deciso di fare appello e sto tuttora combattendo una battaglia legale per avere rifugio.

Vita in sospeso

Nel mentre, non è stato facile vivere in esilio. Essere uno straniero che non parla francese in un mercato del lavoro altamente competitivo è un’impresa enorme.

Quando lavoravo in Gambia avevo aperto un blog per pubblicare i miei articoli, quindi continuo a pubblicare lì anche ora. Ma fare il blogger non paga le bollette.

Nonostante ci siano molti uffici internazionali a Dakar, il mio inglese fluente e la mia profonda conoscenza della zona non sono stati sufficienti per trovare un impiego.

La maggior parte dei media stranieri mi chiedono consiglio e dicono “grazie” senza offrire un compenso. Le mie informazioni a volte arrivano in prima pagina.

Ai miei problemi di disoccupazione e alla necessità di provvedere a me stesso e alla mia famiglia al di là del confine, si aggiunge il fatto che non sono completamente al sicuro. Ad esempio nel Giugno del 2015, un ex membro dell’èlite della squadra paramilitare legata a Jammeh in Gambia è stato attaccato da un gruppo di persone a Dakar. Dopo un violento scontro è stato colpito da un gas lacrimogeno che gli ha fatto perdere conoscenza. È stato fortunato ad uscirne vivo. “Era un commando addestrato dal Gambia”, mi ha detto quando l’ho incontrato una settimana dopo.
Un’altra volta, un ex membro del partito dell’opposizione anche lui a Dakar, è stato rapito durante una visita nel sud del Senegal.

Ci sono state anche morti di oppositori al regime gambiano in misteriose circostanze, chiamate “incidenti” in Senegal. Il governo del Gambia continua a minacciare i suoi cittadini, anche al di là del confine.

Rapporti forzati

Il fragile rapporto tra Gambia e Senegal fa sì che la procedura per l’asilo sia ancora più complicata.
Ci sono state diverse tensioni nei rapporti diplomatici tra i due paesi da quando Jammeh è salito al potere. Lui ha spesso accusato il Senegal di proteggere “nemici del governo”.

I rapporti tra Dakar e Banjul sono stati resi più complessi da una crisi diplomatica originata da chiusure unilaterali dei confini, da impennate delle tariffe del battello usato dai pendolari senegalesi e dai dissidenti in fuga dal Gambia verso il Senegal. Per evitare di essere nuovamente coinvolto in controversie diplomatiche, il Senegal è diventato riluttante a garantire asilo poltico ai gambiani.

La Commissione Nazionale di Idoneità mantiene segreto il numero di gambiani che sono fuggiti in Senegal, presumibilmente per motivi di sicurezza. Molti richiedenti asilo gambiani vivono vite clandestine fuori dalla città, in villaggi rurali e piccoli paesi, senza dichiararsi alle autorità. Il loro numero è destinato a crescere se Jammeh non trasferirà pacificamente il potere nelle mani del presidente eletto Adama Barrow. Se ci fosse una lotta per il potere, le truppe supportate dall’African Union potrebbero forzare Jammeh a lasciare l’ufficio.

La maggior parte dei gambiani vorrebbe evitare il più possibile conflitti e violenza nel paese. Molti genitori stanno mandando i loro figli oltre il confine, mentre loro fanno la guardia in casa per proteggere i loro a veri e le loro proprietà.

Ho cominciato a prepararmi per tornare a casa da mia moglie e dai miei figli alla luce dei risultati delle elezioni. Ho sperato che i risultati portassero un nuovo impulso vitale per quelli che sono stati esiliati sotto la dittatura di Jammeh. Io continuo ad aspettare, sempre speranzoso.


Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Refugees Deeply.

La storia raccontata fa parte di una nuova serie; “Living the Story-Displaced Journalists”, dove i giornalisti descrivono la loro esperienza di esilio e continuano a parlare della comunità che hanno lasciato e di quelle a cui si sono uniti.