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Croazia: richiedenti asilo costretti a tornare in Serbia

Human Right Watch, 10 gennaio 2017

24 gennaio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Rifiutata l’assistenza ai richiedenti asilo. Vittime di violenze e respingimenti della polizia.

Budapest - Secondo quanto riporta oggi l’organizzazione Human Rights Watch, la polizia croata sta costringendo i richiedenti asilo al rientro in Serbia, in alcuni casi usando violenza e senza dar loro alcuna possibilità di presentare domande di protezione.

Human Rights Watch ha intervistato dieci persone provenienti dall’Afghanistan, inclusi due minori non accompagnati, che hanno raccontato come sono stati forzati al rientro in Serbia a partire dallo scorso Novembre 2016, dopo essere stati catturati in territorio croato. Hanno detto che gli è stato impedito di fare richiesta d’asilo, nonostante lo avessero chiesto specificamente. Nove di loro dichiarano di essere stati picchiati, presi a calci e pugni dagli agenti; e tutti affermano di essere stati derubati dei propri averi, inclusi soldi e telefoni cellulari.

I racconti scioccanti dal fronte croato ed i trattamenti ingiuriosi cui i richiedenti asilo sono sottoposti al confine del Paese, sono indegni per uno Stato membro dell’Unione Europea”, ha affermato Lydia Gall, ricercatrice per Human Rights Watch nei Balcani ed nell’est Europa. “Le autorità a Zagabria devono assicurarsi che i propri funzionari stiano facendo il proprio dovere per proteggere i profughi e non usare violenza contro di loro per farli tornare in Serbia”.

In quattro casi, i richiedenti asilo hanno descritto le uniformi e gli stemmi applicati su di esse indossate da questi uomini che corrispondono alle divise della polizia croata. In altri tre casi, i profughi hanno raccontato ad Human Rights Watch che funzionari delle forze dell’ordine vestiti allo stesso modo si erano presentati come agenti di polizia croati. Un rifugiato poi ha descritto le divise come “molto scure, quasi nere” ed un altro ha invece parlato di vetture della Polizia. Uno solo tra loro non è stato in grado di fornire alcuna descrizione delle uniformi o degli stemmi.

Le autorità del Paese dovrebbero investigare sulle dichiarazioni riguardanti questi abusi della Polizia croata nei confronti dei profughi e individuare gli agenti responsabili, ha dichiarato HRW. Inoltre l’ONG ha scritto direttamente al Ministro degli Interni croato, il 20 Dicembre scorso, per informare i funzionari dei fatti riscontrati chiedendo di ricevere risposta, ma ad oggi la richiesta non è ancora stata esaudita.

Hussein (non il suo vero nome), 24 anni, afghano, racconta ad HRW che a Zagabria era riuscito ad ottenere un posto per sé e due amici in un centro d’accoglienza agli inizi di Gennaio. Lo staff del luogo gli aveva indicato una stazione di Polizia specifica cui recarsi per la registrazione come richiedenti asilo. Alla stazione di Polizia, presumibilmente dopo la registrazione, gli agenti hanno fatto salire i tre in un’auto della Polizia dicendo loro che li avrebbero trasferiti in un campo d’accoglienza. Tuttavia, i poliziotti li hanno scortati in un luogo vicino il confine con la Serbia, li hanno picchiati, deridendoli e hanno loro confiscato i telefoni cellulari per poi costringerli a tornare in territorio serbo.

Ahmed (nome fittizio), 18 anni, anche lui dall’Afghanistan. Ha raccontato come insieme ad altri 27 uomini, passato il confine per entrare in Croazia il 21 Novembre scorso, sia stato picchiato da persone che lui indica come agenti croati in uniforme scura in possesso di automobili della Polizia. “Io e mio fratello minore siamo stati picchiati” riporta Ahmed. “Mi hanno colpito sulla schiena e sulle gambe con dei manganelli…non ne avevano motivo… se parlavi ti colpivano ancora più forte. Ero spaventato e così non ho aperto bocca. Alcuni degli altri sono stati picchiati molto più di me perché non avevano eseguito l’ordine di sedersi immediatamente quando gli è stato richiesto”.

Gli agenti, dice Ahmed, li hanno prima perquisiti sottraendo loro i cellulari, “dopo di che ci hanno respinti in Serbia”, continua il giovane, “dicendoci di non provare a tornare”.

Un altro ragazzo di 18 anni afghano, che viaggiava in un gruppo con altre 29 persone, tra cui una famiglia con tre bambini piccoli, ha raccontato che il 20 Novembre più di una dozzina di agenti in uniformi blu scuro ha catturato il suo gruppo all’interno del territorio croato, ha diviso tutti in diverse vetture, li ha portati al confine tra Croazia e Serbia e lì ha poi picchiato tutti gli uomini.

E’ stata una fortuna che avessi molti vestiti indosso, sono serviti da imbottitura”, racconta. “Mi hanno colpito con un manganello sulla testa e sulle gambe. In cinque. Ed hanno continuato a farlo mentre correvamo per rientrare in Serbia”.

La Croazia, insieme a Macedonia, Serbia, Slovenia ed Austria, ha introdotto nuove restrizioni per quanto riguarda i confini nel Marzo 2016, cercando di chiudere la rotta dei Balcani ai richiedenti asilo ed agli altri profughi che provano ad entrare nei territori dell’Unione irregolarmente. Conseguentemente alla chiusura delle frontiere migliaia di persone sono rimaste bloccate in Serbia ed in altri luoghi lungo la rotta dei Balcani, esposti alle condizioni meteorologiche avverse e nelle mani di trafficanti che in alcuni casi li maltrattano e li sfruttano.

Nonostante le restrizioni, i profughi provano comunque ad intraprendere il viaggio attraverso i Balcani. L’aumento di incidenti che interessa le persone in transito nel territorio croato, potrebbe essere collegato alle restrizioni imposte ai richiedenti asilo dall’Ungheria al confine con la Serbia.

I respingimenti dalla Croazia verso la Serbia sono stati già documentati in passato.
, un’iniziativa comune di gruppi non-governativi, nel Gennaio 2016, ha documentato le violenze subite dai profughi nel rientro dalla Croazia in territorio serbo. Il rientro in Serbia di queste persone senza alcuna considerazione delle loro esigenze di essere protetti, è contrario alla legge sull’asilo dell’Unione Europea, alla Carta Fondamentale dei Diritti e alla Convenzione Internazionale per i Rifugiati.

L’attuale orientamento dell’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Alto Commissariato per i Rifugiati, è che la Serbia non dovrebbe essere ritenuta la terza Nazione sicura per i richiedenti asilo. Ciò significa che la Serbia non è uno Stato cui i Membri dell’Unione Europea, inclusa la Croazia, possono, in linea con la Convenzione per i Rifugiati, far riferimento per la custodia di queste persone a causa dell’incapacità del Paese di proteggere i loro Diritti. Human Rights Watch ha precedentemente documentato gravi violenze nei confronti dei richiedenti asilo e degli altri migranti nonché di deficienza nel sistema di assistenza all’asilo, e di mancanze nella protezione dei minori non accompagnati.

Delle 574 richieste sottoposte nel 2016 in Serbia, per la maggior parte da afghani, iracheni e siriani, solo 19 persone hanno ricevuto lo status di rifugiati e 23 una protezione sussidiaria.

Il 10 Dicembre del 2015, la Commissione Europea avviò dei procedimenti nei confronti della Croazia a causa dell’incapacità del Paese di applicare la legislazione Europea che impone al Governo di registrare mediante impronta digitale i richiedenti asilo e successivamente di inviare i dati relativi al sistema centrale di Eurodac entro 72 ore dal momento della schedatura.
La situazione non ha tuttavia sollevato preoccupazioni pubbliche riguardo il rientro in Serbia dei migranti. Secondo HRW, la Commissione Europea dovrebbe spingere le autorità croate a fermare questo flusso di rientro dei profughi in Serbia e ad investigare sulle violenze da essi subite durante questi trasferimenti.

Le azioni della Croazia nei confronti dei richiedenti asilo e degli altri migranti, sta mettendo in pericolo queste persone, oltre che trasgredire i suoi obblighi legali”, ha dichiarato Gall. “La Commissione Europea dovrebbe spingere Zagabria ad attenersi agli obblighi dettati dall’Unione e dalla legge per i Rifugiati, ad investigare i presunti abusi, a promuovere importanti possibilità d’accesso all’asilo ed a procedure giuste per coloro che si trovano nel loro territorio e ai suoi confini”.