logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Era un bambino come Aylan, ma la sua morte non ci ha fatto così male

Helena Maleno, Desalambre (El Pais) - 30 gennaio 2017

7 febbraio 2017

- Link all’articolo originale (ESP)

I nostri morti non ci fanno soffrire come dovrebbero: venerdì è stato trovato sulle spiagge di Barbate un bambino come Aylan, anche se non esattamente come lui.

63 persone hanno passato la notte di lunedì su zattere di plastica nello stretto di Gibilterra. La notte precedente, fra sabato e domenica, sono state 137 le persone a rischiare la vita nel Mare di Alborán. Fra l’11 e il 12 gennaio, 14 persone su un barcone partito da Tangeri sono scomparse e alcuni corpi senza vita sono giunti fino alle coste di Cadice.

Alle frontiere ci piacciono le cifre, fanno comodo e ci permettono di fare stime. Così, parlando di vittime, 14 sono poche e se sono meno di 100 persone a rischiare la vita in mare non hanno diritto nemmeno a un piccolo spazio nei media. Servono numeri più consistenti per soffrire delle loro morti.

Tuttavia, 100 persone alle Barriere di separazione di Ceuta e Melilla sembrano un’invasione, una valanga, perché per criminalizzare i migranti ci basta poco.
Così, i mass media, i politici e i cittadini leggono le cifre a proprio piacimento per continuare a pensare che la difesa del territorio giustifichi violenza e morte.
A volte la coscienza ci pone davanti a delle domande, anche solo per un momento, quando i corpi delle vittime appaiono disgraziatamente sulle nostre coste.

Venerdì è stato ritrovato sulle spiagge di Barbate un bambino come Aylan, anche se non era esattamente come lui: non ha provocato la stessa ondata di solidarietà. Il razzismo è, infatti, radicato in gran parte della nostra società e un bambino bianco, vestito come un qualsiasi bambino spagnolo, in fuga da una guerra conosciuta, non è uguale a un bambino nero.

Nel nostro immaginario si ha l’idea che “i neri, soprattutto gli africani, muoiono rapidamente e sono abituati al dolore”. Inoltre, nelle nostre coscienze si è formata la malsana idea che non siamo responsabili delle morti alle nostre frontiere.
E mentre le cifre sono troppo basse per causare dolore o perché la società spagnola si indigni, le famiglie delle vittime della frontiera a sud della Spagna raccolgono le storie delle morti e delle scomparse.

Nella maggior parte dei casi, in mancanza di informazioni ufficiali, lo fanno con metodi rudimentali, ma basati sulla solidarietà: per mezzo dei social network cercano le ultime persone che hanno parlato con i loro cari, provano a inviare a distanza qualcuno che identifichi le vittime, lottano per rendere visibili queste violenze invisibili. Conservare la memoria di chi non c’è più, sapere dove stanno i loro corpi e dar loro degna sepoltura è solo il primo passo verso il superamento del dolore causato.

Ricordo Prince, Queen, Víctor, Keita, Mohammed, Jennifer e molti altri nomi di bambini e bambine che basterebbero a riempire molte pagine. Sono morti in mare o sulla terraferma. Alcuni hanno perso la vita tra le braccia delle madri. Ho avuto l’immensa gioia di conoscerne molti e l’immensa tristezza di essere l’ultima persona che ha ascoltato il loro pianto prima dei naufragi nei quali hanno incontrato la morte.

Resta da stabilire in questi giorni se l’angelo arrivato a Barbate è Samuel, scomparso insieme alla madre lo scorso 11 gennaio, mentre viaggiava su un barcone nello stretto. Se è lui non resta che desiderare che sia sepolto dai suoi genitori, se non lo è, bisogna continuare a cercare lungo questa strada scoscesa che ci porta al superamento del dolore e della violenza.

Un percorso lungo il cammino della giustizia, dal quale molti spagnoli e loro rappresentanti politici sembrano essersi allontanati. Perché al giorno d’oggi è più interessante guardare muri più lontani e farsi paladini di democrazia e diritti umani su Twitter: per gli spagnoli è terribile il dolore che Trump causa ai cittadini del Messico e altri paesi dell’America centrale che cercano solo un futuro migliore.

Purtroppo, e per quanto cerchiamo di scaricare le nostre responsabilità, le politiche razziste non sono iniziate con Trump, esistevano già con Obama e con il PSOE, nonostante mostrassero il lato migliore del sistema. Queste politiche continueranno ad esistere con Trump, come continuano ad esistere con il PP e le sue espulsioni indiscriminate.

Continueranno ad esistere, questa notte, le zattere cariche di persone che lottano per la vita nei nostri mari.