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A tre anni dalla tragedia, El Tarajal chiama Europa

Frontera Sur tra impunità e lotte contro l’oblio

9 febbraio 2017

6 febbraio 2017. Ricorreva il terzo anniversario dalla tragedia de El Tarajal, la piccola spiaggia di Ceuta divenuta tristemente nota per aver fatto da sfondo ad una delle tragedie più gravi che la città abbia registrato negli ultimi anni.

All’alba del 6 febbraio 2014 circa 300 migranti, prevalentemente di origine sub-sahariana, tentarono di oltrepassare a nuoto la frontiera che in quel punto separa il Marocco dal territorio spagnolo, una frontiera fisica che circondando la città continua nel mare. In quel periodo non erano rari episodi di questo tipo: la repressione marocchina nelle foreste vicine alla città, luogo di rifugio per molti migranti in attesa di oltrepassare il muro, stava conoscendo una nuova stagione di acuta violenza, e scavalcare la recinzione era sempre più difficile a causa dell’incremento della vigilanza su entrambi i lati della frontiera. Così l’idea di giungere al Tarajal e passare la recinzione nuotando per quel breve tratto sembrava il sistema più efficace per riuscire nel tentativo, sebbene rischioso.

Anche quel giorno i migranti partirono in gruppo dalla foresta marocchina di Bel Younech, ma giunti al Tarajal si trovarono a dover far fronte ad una situazione che non si attendevano. Le forze marocchine riuscirono a bloccare oltre un centinaio di essi prima che potessero raggiungere la frontiera, mentre quanti riuscirono ad andare avanti si ritrovarono, in mare, a dover sfuggire alla repressione della Guardia Civil dalla terraferma, che li attendeva con uno spiegamento di forze fino ad allora mai visto in quel tratto di frontiera.

In un primo momento gli agenti spagnoli si limitarono a sparare in aria per dissuadere i migranti dal proseguire; successivamente, come confermato da tutte le testimonianze raccolte [1], fecero largo uso di gas lacrimogeni e proiettili di gomma, mirando direttamente ai corpi dei migranti che, in quel momento, si trovavano già in acqua.

Nonostante le disperate richieste d’aiuto, le autorità spagnole non prestarono alcun tipo di soccorso ai migranti in difficoltà, né in acqua, né una volta che questi ebbero raggiunto la spiaggia de El Tarajal; non furono allertate la Guardia Costiera né la Cruz Roja né, nonostante la presenza di persone in mare in acque, venne presa in considerazione l’applicazione del Protocollo di salvataggio marittimo.

Al contrario, la violenza proseguì ininterrotta con il respingimento in mare dei primi migranti giunti sulla terraferma. Solo 23 tra essi riuscirono a non farsi respingere, ma una volta sulla spiaggia furono prima pesantemente picchiati dagli agenti e poi, senza il necessario ricorso alle procedure minime di assistenza, espulsi in forma immediata dal lato marocchino della frontiera.
Ma, soprattutto, a seguito di quei fatti almeno 15 migranti persero la vita per affogamento.

Denunce, reticenze e depistaggi

I fatti di Ceuta del 6 febbraio 2014 scossero profondamente l’opinione pubblica, tanto in Spagna, quanto nel resto d’Europa, fino ad allora ignara della strage silente che da anni stava interessando quel lembo di terra europea in terra d’Africa.

Numerose organizzazioni, prime fra tutte le ONG locali, denunciarono l’accaduto intentando azioni legali volte all’accertamento delle responsabilità. Le maggiori associazioni spagnole aderenti alla rete Migreurop (CEAR, Sos Racismo, Andalucía Acoge, APDHA, Elin) richiesero l’istituzione di un’apposita Commissione parlamentare che indagasse sulle pratiche abitualmente utilizzate nel controllo delle frontiere di Ceuta e Melilla. Amnesty International diffuse un comunicato nel quale chiedeva che fosse avviata un’indagine completa, efficace ed indipendente sui fatti di Ceuta [2].
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Giunse anche la reazione formale dell’allora Commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmström, che in una comunicazione inviata al governo spagnolo espresse “profonda preoccupazione” per quanto accaduto a Ceuta, esigendo spiegazioni e sottolineando come la vigilanza delle frontiere dovesse avvenire nel pieno rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone.

Il governo di Madrid, stretto nella morsa delle accuse, adottò fin da subito un atteggiamento reticente, imputando inizialmente alle forze di polizia marocchine la responsabilità dell’azione dissuasoria che aveva provocato la morte dei 15 migranti.

Quella versione, immediatamente smentita tanto dalle testimonianze dirette dei migranti sopravvissuti, quanto dalle numerose immagini che avevano documentato l’episodio, fu seguita da una serie di altre argomentazioni fornite, ai massimi livelli istituzionali, al solo scopo di sottrarre gli agenti della Guardia Civil e i loro diretti superiori da una sicura imputazione.

La prima di queste arrivò dalla Delegación del Gobierno di Ceuta e dall’allora Direttore Generale della Guardia Civil, Fernández de Mesa, che negarono fermamente l’utilizzo di armi anti-sommossa nelle operazioni de El Tarajal.

Solo pochi giorni dopo tale versione fu smentita direttamente dal Ministro dell’Interno, Jorge Fernández Díaz, che presentatosi in Parlamento per riferire sull’accaduto ammise l’utilizzo di proiettili di gomma in mare, specificando però che si era trattato di un utilizzo circoscritto ad aree lontane dai migranti, proprio affinché non fosse posta in pericolo la loro vita. A ciò si accompagnò la divulgazione di video manipolati sui fatti, con i quali le autorità tentarono di attribuire la responsabilità dei fatti occorsi alla violenza esercitata dai migranti nei confronti degli agenti. Infine, sempre il Ministro dell’Interno negò l’espulsione immediata e collettiva dei migranti dal territorio spagnolo, salvo ritrattare in un secondo momento sostenendo, però, che quei migranti fossero stati respinti in maniera del tutto legale. [3]

Il processo relativo ai fatti del Tarajal prese comunque avvio. 16 agenti della Guardia Civil furono accusati di omicidio colposo e lesioni, ma nonostante l’evidenza data dalla documentazione portata in giudizio dalle ONG locali, con la quale si è mostrato ampiamente come le morti del Tarajal fossero da attribuirsi all’utilizzo spropositato di armi anti-sommossa, il 15 ottobre 2015 la Giudice titolare dell’Istruttoria decise per l’archiviazione temporanea del procedimento, ritenendo che gli agenti avessero agito correttamente e in maniera del tutto proporzionata alla situazione affrontata. Una conclusione che, nel futuro, avrebbe potuto costituire un precedente per la legittimazione di condotte simili.

La riapertura del processo

La sorprendente archiviazione del procedimento ha dato luogo a numerose proteste.

Le reti Coordinadora de Barrios, Comisión Española de Ayuda al Refugiado (CEAR) e Observatorio de Drets Humans (DESC) hanno presentato un ricorso formale che lo scorso 12 gennaio è stato accolto integralmente dall’Audiencia Provincial de Cadíz.

Ritenendo che esistano fondati indizi della commissione di illeciti penali ed evidenziando come l’indagine sia stata viziata da numerose alterazioni procedurali che, compromettendo lo svolgimento di un legittimo dibattimento hanno condotto a conclusioni falsate, il Tribunale di Cadice ha disposto la revoca dell’archiviazione e la conseguente riapertura dell’inchiesta.

Nello specifico, si dovranno ottenere dal Marocco gli esiti degli esami effettuati sui 10 corpi recuperati nelle acque di sua competenza ed ascoltare in giudizio, oltre alle autorità in servizio al momento dell’accaduto e ai sopravvissuti poi espulsi, tutte le testimonianze terze utili a determinare se, e in quale misura, gli agenti della Guardia Civil abbiano agito in maniera sproporzionata nell’utilizzo di mezzi particolarmente pericolosi per la vita umana.

Non da ultimo, si dovrà procedere al riesame di 4 delle 5 autopsie effettuate in Spagna e procedere all’identificazione dei corpi: ad oggi, infatti, 4 dei 5 migranti sepolti in Spagna non hanno ancora un nome. I membri dell’associazione Familias Víctimas del Tarajal, formatasi in Camerun (Paese dal quale provenivano la maggior parte dei morti di Ceuta) per accelerare le procedure di riconoscimento, hanno per lungo tempo tentato di accedere in Spagna al fine di effettuare i test del DNA validi all’identificazione dei cadaveri, ma il Governo di Madrid ha sempre negato loro il visto d’ingresso nel Paese.

Si ricomincia daccapo dunque, per affermare anche a livello giudiziario quella verità che nella società civile è ormai nota da diverso tempo.
Una riapertura, quella del “caso Tarajal, ottenuta soprattutto grazie alla determinazione delle associazioni che lottano per il rispetto dei diritti umani alla frontiera, che in questi anni hanno portato avanti con costanza la lunga battaglia per la verità.

Memoria e denuncia, l’appello della Marcha por la Dignidad

Proprio nei giorni in cui si è avuta notizia della riapertura ufficiale dell’inchiesta sui fatti del febbraio 2014, un’emittente catalana ha diffuso “Tarajal: Desmuntant la impunitat de la frontera sur”, un accurato video-reportage nel quale oltre a denunciare, in maniera più generale, le violazioni dei diritti umani che sistematicamente avvengono alla frontiera di Ceuta, si mostra la lunga serie di menzogne contenute nelle versioni ufficiali fornite a livello politico-istituzionale sui fatti del Tarajal, mettendo in luce come, al contrario di quanto sostenuto dal Governo, l’operato della Guardia Civil abbia avuto un ruolo primario negli esiti della vicenda.


È solo l’ultimo tassello del percorso che, ormai da anni, attivisti per i diritti umani, ONG e società civile portano avanti per mantenere viva la memoria dei fatti del Tarajal.

Lo scorso sabato, in vista del terzo anniversario, ha avuto luogo a Ceuta la IV Marcha por la Dignidad, alla quale hanno partecipato oltre 500 persone giunte da tutti gli angoli del Paese. Tra esse, anche molti migranti internati nel CETI (Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes) della città, tutti uniti per chiedere che cessi la violenza alla frontiera e che non si ripetano mai più fatti come quelli registrati il 6 febbraio del 2014.

Il corteo ha attraversato la città fino a raggiungere il luogo della tragedia, dove la manifestazione si è conclusa con la lettura di un duro manifesto di denuncia nei confronti della politica europea di gestione delle frontiere: “I morti del Tarajal sono il simbolo di un’Europa che collabora alla spoliazione e alle violenze perpetrate ai danni delle popolazioni del Sud impoverito del mondo, costringendole alla fuga salvo poi opporre loro muri e recinzioni. Un’Europa che alimenta la xenofobia dell’estrema destra, che non cessa di avanzare. Un’Europa che dinanzi alla tragedia del Mediterraneo, la più grande fossa comune del mondo, volge il proprio sguardo altrove. La Fortezza Europa uccide, diciamolo forte e chiaro”.

Photo credit: Gema López (APDHA), IV Marcha por la Dignidad, 4 febbraio 2017


E, riguardo alla Spagna: “Le frontiere di Ceuta e Melilla devono cessare di essere spazi di non-diritto ove le illegalità dei respingimenti immediati si succedono in maniera indiscriminata. La Spagna deve desistere dall’utilizzare il Marocco come socio per il proprio lavoro sporco. Chiediamo che sia data piena attuazione alla legislazione internazionale, e che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani cessi di essere lettera morta alle frontiere di Ceuta e Melilla. Per questo, continueremo a venire su questa spiaggia ogni anno, finché non sarà fatta giustizia”.

Giustizia. Perché le 15 morti del Tarajal chiamano in causa responsabilità precise. Perché se i sopravvissuti non avessero gridato in ogni sede quanto accaduto realmente all’alba di quel 6 febbraio di tre anni fa, i morti del Tarajal non sarebbero stati altro che 15 nomi da aggiungere alla lista infinita che da troppi anni continua a portare il conto delle morti nel Mediterraneo. Vittime di una politica migratoria che al desiderio di una vita dignitosa oppone chiusure che provocano sofferenza e morte. Nel caso del Tarajal, vittime deliberatamente causate dall’operare spregiudicato di forze dello Stato, in sfregio al rispetto dei più elementari diritti umani.

Sebbene la Frontera Sur resti ben lontana dal raggiungere i numeri che quotidianamente raccontano la tragedia in corso nel Mediterraneo centrale, resta una frontiera che si inserisce a pieno titolo nel quadro complessivo delle politiche di contenimento e respingimento dei migranti adottate a livello europeo. Tuttavia, pare restare una frontiera silente, sulla quale i riflettori non si accendono abbastanza, o forse non si vogliono accendere.

È di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento del cadavere di un bambino sulla spiaggia di Barbate, piccola località situata nella provincia di Cadice, sulla costa andalusa.

Probabilmente si chiamava Samuel, aveva appena 5 o 6 anni e fuggiva dall’inferno di miseria e violenza che affligge il Congo assieme a sua madre, anch’essa affogata nel naufragio dell’imbarcazione che avrebbe dovuto condurli in Spagna.

Un altro Aylan, l’Aylan spagnolo, la cui morte tuttavia non ha avuto la stessa eco né provocato la stessa indignazione. Nessun fotografo ha colto il suo corpo portato dal mare. Nessun comunicato è stato diffuso sul suo ritrovamento, né dalle autorità locali, né dal Governo di Madrid, probabilmente proprio al fine di evitare un moto di riprovazione pari a quello generato a livello mondiale dall’immagine di Aylan.
L’ennesima vittima ignorata, verso cui siamo tutti debitori.