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"Alle quattro di mattina iniziavano le torture"

Un giovane, oggi rifugiato in Europa, racconta i tre anni di torture subite nelle carceri del Governo siriano

13 febbraio 2017

di Natalia Sancha, El Pais - 8 febbraio 2017

Omar el Shogre dopo essere stato liberato, in una foto che lui stesso ci ha dato

Beirut - Con 30 kili in più e ad una distanza di 3170 km dall’ultimo carcere siriano in cui è stato, Omar El Shogre può oggi parlare dell’inferno in terra. Per tre anni è sopravvissuto a più di cinque prigioni del Governo siriano. “La morte era la strada più facile, molto più facile che sopportare tutto quello a cui eravamo sottoposti”, racconta al telefono da Stoccolma, città in cui vive da 14 mesi.

A El Shogre non trema la voce mentre racconta come una sera qualunque del novembre 2012, alcuni uomini del servizio d’intelligence militare siriano bussarono violentemente alla sua porta. Allora aveva 17 anni e viveva con sua zia a Banias, località costiera siriana, dove frequentava le scuole superiori. “Entrarono e mi presero. Così, senza spiegazione. Allo stesso modo presero molti altri semplicemente per il fatto di essere giovani e di vivere in un paese dove c’erano manifestazioni”.

Cominciarono a picchiarlo già lungo la strada verso il commissariato. “Quanti soldati hai ucciso? Che armi hai usato?”, gli urlavano durante i primi interrogatori. Passarono da colpi con bastoni a colpi con aste di metallo; da bruciature sulla pelle con sigarette e fiammiferi a scosse elettriche. Le epidemie o le razioni di acqua e cibo, che “non sarebbero bastate nemmeno a un uccellino”, rappresentavano il male minore.

Il giovane in una foto attuale a Stoccolma

Iniziarono poi gli abusi sessuali. “Sceglievano due prigionieri e a uno veniva ordinato di violentare l’altro. Chi si rifiutava veniva giustiziato. Non c’erano alternative: essere violentato, violentare o morire”. Abusi di cui soffrì in prima persona, testimoniati nel rapporto di Amnesty International che denuncia migliaia di impiccagioni in una delle carceri del Governo siriano. “Nessuno ammetterà che questo è successo a loro, ma capitava molto spesso”.

Al Shogre negò più e più volte le accuse; ma un giorno cedette alla paura e alle torture e ammise di “aver ucciso molti soldati e di aver usato tutti i tipi di arma.”

Ritrattò durante il breve processo al quale partecipò praticamente come uditore, ma la cosa che gli servì a poco visto che venne spedito immediatamente nella prigione di Saidnaya, nei pressi di Damasco. Dietro le sbarre, il calendario settimanale si trasformò in un costante appuntamento con la morte.

“Ogni notte, alle quattro iniziavano le torture. Ogni domenica, lunedì e martedì arrivavano i furgoni dove venivano caricati pile di corpi senza vita.”

Al Shorge contò 36 uomini ammassati in una cella di 25 metri quadrati. Con così tante persone ammassate cominciarono ad arrivare le malattie e con loro compagni di cella moribondi. Ogni volta che moriva qualcuno, picchiavano alla porta perché venissero a prendere il corpo. “Ogni morto veniva rimpiazzato da un vivo, da un altro prigioniero. Era un ciclo senza fine”. Qualcuno non è più tornato dalla sessione di tortura. Il giovane racconta che tra i prigionieri c’erano anche stranieri, da tunisini a libanesi o palestinesi.

Arrivò a pesare 35 chili dopo aver vissuto tra le pareti di una cella, dove vide con i propri occhi la morte, dove subì violenze e torture e dove compì 18 anni. “Può essere che in Europa le carceri siano piene di criminali, ma in Siria sono piene di brava gente, di prigionieri politici e di giovani che non hanno commesso alcun crimine”. Contrariamente ad ogni pronostico, Al Shogre sopravvisse il tempo sufficiente perché un giorno bussassero di nuovo alla porta e lo rimettessero in libertà. Non fu per mancanza di prove o per un processo, spiega, ma “perché mia madre incontrò la guardia giusta, dopo essere riuscita a riunire 15.000 dollari, il prezzo della mia libertà”.

Ridotto pelle e ossa e quasi calvo, la libertà lo riportò alla realtà. Diventò un altro dei molti siriani con i problemi di un paese in guerra. Gli raccontarono che suo padre e suoi due fratelli erano morti in un massacro mentre lui era in carcere. Recuperò i chili necessari per incamminarsi e affrontare, come cinque milioni di concittadini, l’odissea dei rifugiati. Arrivò in Turchia ma ciò che vide non gli piacque: “ I funzionari dell’ONU con i quali discussi, si rivelarono essere corrotti e bugiardi, solo il rifugiato che aveva soldi poteva andare in Canada. La mia testimonianza non mi servì a niente.” Da lì, come circa un migliaio di rifugiati siriani, decise di tentare fortuna in Europa e, nel novembre 2015, attraversò la Grecia. Continuò il suo tortuoso viaggio attraversando ogni paese che lo separava dalla Germania. “Una volta arrivato, mi resi conto che lì la situazione per noi era difficile e decisi di cercar fortuna in Svezia”, dove giunse nel dicembre dello stesso anno.

L’immagine profilo Whatsapp di Omar el Shogre è quella di un giovane di 21 anni in salute e sorridente. “C’è chi è sopravvissuto al carcere ma non è riuscito a superare mentalmente quello che ha vissuto lì dentro. Dipende dalla personalità di ognuno”. Lui ha deciso di togliersi il pesante zaino, imparare a difendersi in svedese e concludere l’intervista perché non vuole arrivare tardi all’impresa di telefonia mobile dove lavora.


La campagna di Amnesty International:
- Stop agli orrori nella prigione di Saydnaya in Siria
- Saydnaya Prison is where the Syrian state quietly slaughters its own people