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Si può ancora agire responsabilmente: stop al rimpatrio di afgani in un Paese pericoloso!

Greek Forum of Refugees, 7 febbraio 2017

20 febbraio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Noi profughi ci schieriamo dalla parte di tutti i cittadini afgani contro il Joint Way Forward (JWF) tra l’Unione Europea e l’Afghanistan riguardante le problematiche dell’immigrazione, stipulato il giorno 2 ottobre 2016.

Ci preoccupa constatare come questo accordo non sia un caso isolato ma, come recita l’accordo stesso, “dovrebbe essere visto non solo nel contesto delle relazioni UE – Afghanistan, ma nel contesto del nuovo paternariato dell’Unione Europea con Paesi del terzo mondo previsto dall’Agenda Europea sulla Migrazione, cosa ancora più importante [1].

Il JWF regola gli aiuti economici dell’UE verso l’Afghanistan in cambio del rimpatrio di cittadini afgani residenti in Europa. Questo accordo [2] prevede sia la possibilità del rimpatrio volontario, sia il rimpatrio forzato per ogni afgano a cui non possa essere garantita la protezione internazionale. L’Unione Europea, dal canto suo, si impegnerà per facilitare la reintegrazione dei rimpatriati nella società afgana e per promuovere il dialogo con i vicini Iran e Pakistan; tutto questo non solo per incoraggiare gli afgani a trovare rifugio in luoghi più vicini al loro Paese, ma anche per sostenere piani di integrazione per richiedenti asilo in entrambi gli Stati confinanti. Inoltre, L’UE si aspetta che il governo afgano “sensibilizzi la popolazione riguardo ai rischi dell’immigrazione irregolare, tramite campagne di informazione e sensibilizzazione”, offrendo il suo aiuto in tal senso - come se chi lascia il proprio stato scelga di intraprendere questi pericolosi viaggi pur avendo la possibilità di rimanere nel Paese.

Ammettiamo che il testo dell’accordo ci lascia perplessi: come mai la Commissione Europea definisce gli afgani “migranti”, ma allo stesso tempo fornisce aiuti affinché essi trovino asilo nella regione circostante? Ancora una volta, l’Unione Europea sta cercando di esternalizzare l’asilo al di là dei propri confini, costringendo i migranti a rimanere negli Stati limitrofi (Iran e Pakistan). È importante notare anche come questi due Stati confinanti stiano spingendo i propri cittadini a emigrare, mentre gli afgani che vi cercano rifugio sono spesso costretti a fuggire. Iran e Pakistan non garantiscono il rispetto dei diritti dei rifugiati: questi sono vittime di discriminazione sistematica, e non esiste alcun piano per la loro integrazione. Di conseguenza, non ci rimane che chiederci: quale tipo di integrazione ha intenzione di promuovere l’Unione Europea?

A questa situazione di instabilità si aggiunge il rifiuto degli Stati limitrofi di riconoscere la realtà vissuta da molti afgani, da anni costretti in esilio. Di fatto, nessuno dei bambini nati da famiglie afgane fuggite dal loro Paese per trovare rifugio oltre i confini, in Iran o Pakistan, ha ricevuto documenti. Appare chiaro a tutti quanto sia critica la situazione che questi bambini devono affrontare, trovandosi costretti a tornare in un Paese in cui non hanno mai vissuto e che conoscono a malapena. A tale proposito, in diverse parti dell’UE sono stati riportati numerosi tentativi di suicidio da parte di giovani afgani, disperati perché costretti a ritornare. Purtroppo, alcuni di loro hanno perso la vita.

Dimitris Avramopoulos [3], Commissario dell’UE, sottolinea come l’Unione si trovi a combattere contro l’immigrazione irregolare e che “nel 2015 e per tutto il 2016, gli afgani hanno rappresentato il secondo gruppo per numero di immigrati irregolari nell’UE".
Nel 2015, la Francia ha concesso la protezione internazionale all’80,3% dei richiedenti asilo afgani presenti sul territorio nazionale; nello stesso anno, la Germania ha concesso la protezione al 77,6% degli afgani, il Belgio al 77,3%. La Grecia ha riconosciuto lo status di rifugiato al 60,5% dei migranti afgani. Si può quindi concludere che, in alcuni dei principali Stati Membri che ricevono il maggior numero di richiedenti asilo, alla maggioranza degli afgani è riconosciuta la protezione internazionale e la condizione di pericolo cui sono sottoposti nel loro Paese d’origine. Alla luce di questo, ciò che emerge è un’evidente contraddizione e ambiguità nelle politiche europee verso l’Afghanistan, che a sua volta ci fa dubitare delle intenzioni delle autorità europee.

L’accordo ha già avuto conseguenze tragiche: abbiamo visto afgani venire portati via dal Paese ospitante nel quale si erano perfettamente integrati, imparando la lingua locale e impegnandosi per avere una vita migliore.

La situazione è ancora più preoccupante per alcuni di questi afgani, che lontani dall’essere appena arrivati, vivevano da molti anni nel territorio europeo prima di essere rimpatriati in Afghanistan, per poi fuggire di nuovo, dal momento che le loro vite continuavano ad essere in pericolo.

Ricordiamo ad ogni Stato Membro UE che questo accordo non è vincolante, e che non è troppo tardi per fermare i rimpatri. Chiediamo agli Stati Membri di fermare le deportazioni.

Invitiamo tutti gli Stati Membri a consultare le raccomandazioni fatte ai propri cittadini dalle sezioni degli Affari Esteri riguardo ai viaggi in Afghanistan [4].

Una volta consultate tali informazioni, chiediamo ai governi dell’UE di rispondere sinceramente: se l’Afghanistan non è ritenuto sicuro per i cittadini europei, come può esserlo per gli afgani?