logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Ritrovato in Algeria il cadavere della madre di Samuel, "l’Aylan di Barbate"

Jairo Vagas, Público - 10 febbraio 2017

13 febbraio 2017

- Link all’articolo originale (ESP)

Le autorità algerine hanno localizzato il corpo giovedì, a quasi un mese dal naufragio dell’imbarcazione nella quale viaggiava insieme ad altre persone. Il cellulare che aveva con sé è stato fondamentale per confermare la sua identità.

Le autorità algerine hanno individuato il cadavere di una donna di origine sub-sahariana deceduta in un naufragio avvenuto nelle acque dello Stretto quasi un mese fa. Il telefono cellulare che aveva con sé ha permesso di accertare che si tratta di Veronique, la madre di Samuel, il bimbo congolese di 6 anni il cui cadavere, trovato due settimane fa sulla spiaggia di Barbate (Cadice), ha commosso la comunità gaditana tornando ad accendere i riflettori sul dramma dell’immigrazione che quotidianamente accresce l’oscura lista di morti inghiottiti dal Mediterraneo.

Veronique era scomparsa lo scorso 14 gennaio. Tentava di raggiungere le coste spagnole assieme ad altre dieci persone, tutte a bordo di un’imbarcazione salpata dal Marocco e affondata nello Stretto. Sei i corpi recuperati in punti distinti della costa gaditana mentre, a due settimane di distanza, il corpo di un bambino di origini sub-sahariane è stato ritrovato sulla spiaggia di Caños de Meca. Tutto lasciò presagire che si trattasse di Samuel, che in molti hanno già rinominato “l’Aylan di Barbate”, ma ad oggi le procedure di identificazione non sono ancora concluse.
È stata l’Algeria a confermare l’ipotesi avanzata dalle associazioni Caminando Fronteras e Algeciras Acoge.

Secondo quanto dichiarato a Público da Helena Maleno, di Caminando Fronteras, le autorità algerine nella giornata di ieri hanno individuato sulla spiaggia un corpo in uno stato di avanzata decomposizione, dopo un mese alla deriva tra le correnti dello Stretto. Il cadavere aveva con sé un telefono cellulare, lo stesso dal quale, poco prima del naufragio, era stata contattata la stessa Maleno. “Ci disse che stavano molto male, la comunicazione saltava continuamente, si udivano delle grida…” afferma la Maleno, che il giorno del naufragio si occupò di allertare Salvamento Marítimo.

Dal cellulare di Veronique si è riusciti ad estrarre la scheda. In essa erano presenti numeri telefonici del Marocco e del Congo. Ad una delle chiamate, effettuate dalla polizia algerina per identificare il cadavere, avrebbe risposto proprio uno dei figli di Veronique. Quanto si temeva ha trovato conferma.

Le autorità algerine hanno proceduto ad effettuare l’autopsia e a prelevare un campione del DNA e le impronte dal cadavere della donna. Il papà di Samuel e marito di Veronique si è messo in contatto con l’Ambasciata algerina a Kinshasa, capitale del Congo, per avere conferma della drammatica notizia. Secondo quanto riportato dalla Maleno, sarebbe stato ricevuto dal Console algerino. “Lo hanno ascoltato e gli hanno comunicato di non avere ancora una notifica ufficiale della Polizia algerina, assicurandogli che non appena questa sarà inviata provvederanno a rilasciargli un visto affinché i familiari possano procedere, in Algeria, al riconoscimento e al rimpatrio del cadavere”.

Dalla Spagna nessuna notizia

Nulla di paragonabile all’operato dell’Ambasciata spagnola nella capitale congolese. La Maleno, che si occupa di accompagnare ed assistere i familiari nel processo di identificazione ed elaborazione del lutto dopo tragedie come questa, sottolinea come i Paesi nord-africani abbiano una “maggiore sensibilità rispetto a quelli europei” in questi casi. Racconta come il papà di Samuel non sia stato ricevuto da alcun diplomatico spagnolo. Nessuno ha provveduto a contattarlo e, quando si è recato all’Ambasciata per sapere se il cadavere del bambino trovato a Barbate fosse quello di Samuel, ha ricevuto solamente un numero di telefono e un indirizzo di posta elettronica cui inoltrare le stesse richieste.

Dovrà attendere ancora a lungo prima di riunirsi al piccolo Samuel, il cui corpo è attualmente in custodia a Cadice in attesa che sia effettuato l’esame del DNA. A lui nessuno ha chiesto di rilasciare un campione del proprio DNA, né gli è stato concesso un visto per poter effettuare il riconoscimento del cadavere a Cadice. Ma questa è ormai la prassi, afferma la Maleno, ricordando come neanche ai familiari delle vittime de El Tarajal furono concessi i visti d’ingresso. Fonti dell’Istituto di Medicina Legale di Cadice hanno affermato di aver concluso gli esami previsti, aggiungendo che quanto ancora c’è da fare dipende da altri. Ossia dal Ministero per gli Affari Esteri e da quello degli Interni.

L’Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri ha assicurato a Público che “si sta procedendo all’esame del caso” e che l’Ambasciata spagnola a Kinshasa “è operativa ed in contatto con le persone cui bisogna richiedere i campioni di DNA”, evidenziando però che il Ministero ha responsabilità solo per la fase finale del procedimento, alla chiusura del quale sta collaborando con il Ministero degli Interni.

Una procedura burocratica che, come denunciato dalle ONG, dopo 30 anni passati a recuperare cadaveri sulle coste andaluse ancora non dispone di un protocollo chiaro. Il Ministero degli Interni, dal canto suo, non ha fornito alcuna informazione a riguardo.

Nel frattempo, c’è un uomo che si è risvegliato, a Kinshasa, con il cadavere di sua moglie in Algeria e quello di suo figlio a Cadice.