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In Libia, la tratta dei migranti sta prosperando. Perché il mondo sta ignorando il fenomeno?

Ross Kemp, The Guardian - 20 febbraio 2017

23 febbraio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Ho visto la pericolosa rotta per l’Europa attraverso la Libia, con migliaia di persone vittime di crudeltà nel nome del profitto. Ma i nostri leader preferiscono abbandonarli lì.

Si tratta di una fossa comune e non c’è bisogno di conferme da parte delle Nazioni Unite. Ogni giorno in media 14 migranti, la maggior parte dei quali proviene dall’Africa sub-sahariana, muoiono nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Molti altri vedono il sogno europeo trasformarsi in un incubo molto prima di essere stipati in fragili gommoni sulle coste libiche. Sono vittime di un massacro silenzioso che si consuma nel deserto del Sahara - un viaggio più letale della traversata via mare, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Con l’arrivo della primavera, migliaia di migranti e rifugiati che fuggono dalla povertà e dalla violenza moriranno in Libia, ma dubito che se ne sentirà parlare. Provare compassione è sempre più difficile. I numeri sono diventati troppo grandi per la nostra comprensione. È una storia vecchia; le immagini di uomini ammassati su barconi, ormai familiari, ci lasciano indifferenti. Forse perché sono africani e sono bollati come “migranti economici immeritevoli”. Queste sono le persone a cui pensano alcuni dei nostri leader politici quando parlano di ondate, piaghe e invasioni. La comprensibile attenzione verso i rifugiati siriani ha allontanato i riflettori dalla più pericolosa rotta verso l’Europa: quella che attraversa la Libia.

O forse è perché, con tre governi rivali a presiedere sull’anarchia in Libia e con il vero potere nelle mani delle milizie armate, accedere al Paese per raccontare quello che accade è troppo difficile e pericoloso. Una cosa sta diventando chiara: molte persone sono arrivate a considerare questa situazione disperata più come un problema per noi che per i migranti. Non ci importa più di loro. Da documentarista, credo che il nostro lavoro consista nel far sì che alle persone importi. Questa è la ragione per cui il mio team ed io ci siamo recati in Libia: per provare a far luce sulla difficile situazione in cui si trovano i migranti lontani dalla costa, di cui non si parla abbastanza, e per raccontare le storie degli uomini e delle donne che affrontano questo viaggio.

Quello che ho visto lì non è altro che una moderna tratta degli schiavi, con migranti trattati come merci. È come se nulla fosse cambiato rispetto a 300 anni fa, quando le tribù del deserto usavano la stessa identica rotta per portare gli schiavi verso il Nord Africa: alle donne nigeriane viene detto che andranno in Italia a lavorare come domestiche per poi essere trasportate verso case di tolleranza nel deserto senza sapere quando potranno andarsene, giovani uomini brutalmente picchiati e tenuti prigionieri per mesi finché le famiglie non pagano un riscatto, donne costrette ad assumere contraccettivi per non rimanere incinte dei trafficanti.

Ciò che rende questa situazione ancora più triste è che questi migranti non hanno idea di quale sarà il Paese in cui stanno entrando. Me ne sono reso conto dopo aver parlato con uomini e donne all’inizio del loro viaggio, confusi e malandati dopo il percorso attraverso il deserto al confine con la Nigeria, ma pieni di un ingenuo ottimismo.

Non sono solo in balia dei trafficanti ma anche delle stesse autorità - principalmente milizie armate senza alcun controllo e con poche fonti di guadagno al di fuori della tratta di migranti. Nella città desertica di Brak ho incontrato un ragazzo che mi ha raccontato di non avere altra scelta che lavorare per una rete di trafficanti, trasportando migranti nel retro di un pickup verso un punto di trasferimento.

Mentre i libici possono affidarsi alle loro milizie per ricevere protezione, i migranti non hanno niente e nessuno che li protegga. Una volta intercettati da una qualsiasi autorità, vengono trasportati verso magazzini sudici e sovraffollati - generosamente definiti “centri di detenzione”. In un centro per le donne nella città costiera di Surman ho incontrato una giovane nigeriana chiamata Aisha. Stava per morire dissanguata dopo aver partorito la figlia sul pavimento del bagno. La bambina è morta tre giorni dopo. Da quando siamo tornati a casa abbiamo provato, senza successo, a capire cosa ne è stato di Aisha. Temo il peggio.

Anche nei peggiori campi rifugiati del mondo spesso ci sono cibo, servizi medici e volontari che offrono il proprio aiuto. Nei centri di detenzione libici, i migranti vengono rinchiusi e lasciati a marcire. È un disastro umanitario e sul posto ci sono pochissime organizzazioni umanitarie a prestare aiuto. Le decine di migliaia di migranti che si trovano al momento nel Paese non hanno modo di andarsene. La Libia non li vuole, l’Europa non li vuole e nemmeno i loro Paesi d’origine li vogliono.

Abbiamo una responsabilità ancora maggiore nei confronti della Libia per il ruolo della Gran Bretagna nella caduta della dittatura di Gheddafi, senza avere una strategia per affrontare quello che sarebbe accaduto dopo. Nei cinque anni e mezzo successivi alla sua morte, l’assenza di leggi e l’anarchia hanno creato condizioni perfette per l’arricchimento dei trafficanti.

Il mese scorso i leader EU, sottoposti ad enormi pressioni, hanno firmato un accordo con la Libia per fermare il flusso dei migranti verso l’Europa. Lungi dall’aiutare le persone a scappare, quest’accordo mira a farle restare in Libia. Si è a un passo dal rientro forzato. Qualunque sia la vostra opinione sui diritti dei migranti, costringerli a tornare alle condizioni che sappiamo dovranno affrontare in Libia è ben lontano dall’essere una soluzione umana. Le condizioni dei migranti nel Paese devono cambiare radicalmente e, fino a quando non ne avremo prova, possiamo davvero considerare l’attuale accordo una soluzione accettabile a questa spaventosa situazione?