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Per Adriana un incubo senza fine

La giovane transgender brasiliana trasferita dal Cie di Restinico a quello di Caltanissetta

28 marzo 2017

Niente lieto fine per la triste vicenda che ha visto protagonista suo malgrado Adriana, la transgender brasiliana di 34 anni che lo scorso 24 gennaio era stata reclusa nel reparto maschile del Cie di Restinco (Brindisi). L’incubo, durato ben due mesi, sembrava terminato venerdì, al culmine di uno sciopero della fame durato per giorni e una campagna di informazione portata avanti dal Movimento di identità transessuale sulle sue drammatiche condizioni di detenzione, grazie al rilascio di un permesso di soggiorno di sei mesi che le avrebbe permesso di uscire dalla struttura brindisina, in attesa che un’apposita Commissione si pronunciasse sulla sua richiesta di asilo. Invece, nel fine settimana, si è saputo che Adriana è stata trasferita in un’analoga struttura di Caltanissetta, a causa alcuni precedenti penali, per i quali però, ha precisato lei, ha già pagato per intero la sua pena.

Vero o no, l’unica cosa certa è che nei confronti della giovane continua quello che appare sempre più una sorta di accanimento legale che sta trasformando la sua paradossale esperienza in un nefasto paradigma di ciò a cui può andare incontro uno straniero oggi in Italia, incappando nella rete di una legislazione incapace di garantire la tutela dei diritti umani.

Un’esperienza che vale la pena ripercorrere e che inizia, come già detto, quando a seguito di un controllo di polizia che aveva rilevato l’irregolarità del suo permesso di soggiorno, Adriana, residente a Napoli, viene richiusa nel Cie di Restinico. Infatti, a causa degli effetti perversi della normativa che regola la permanenza degli stranieri in Italia, pur residente in Italia da ben 17 anni e avendo a lungo lavorato in un bar, dopo aver perso l’occupazione la giovane si era ritrovata di colpo clandestina.

La sua situazione, già di per sé piuttosto complicata, si era venuta ad aggravare, trasformandosi in un vero e proprio incubo, con il trasferimento coatto nella struttura brindisina, che non prevedendo al suo interno un reparto femminile, l’aveva costretta a vivere una situazione di profondo disagio, circondata da centinaia di uomini, con il pericolo – come rivelato da Cathy La Torre, legale del Movimento identità transessuale – di divenire vittima di violenze.

Proprio per evitare tale rischio, reso ancor più tangibile dalle successive minacce di morte rivoltele da altri internati, Adriana era stata successivamente trasferita in una cella di isolamento, in genere riservata a chi soffre di malattie infettive, rendendo ancora più assurda la sua storia, quella di una persona abituata per anni a vivere normalmente la propria quotidianità che si ritrova improvvisamente privata della propria libertà, spogliata della propria identità sessuale, esposta senza alcuna forma di protezione a qualsiasi tipo di sopruso e, soprattutto, a rischio di rimpatrio in Brasile dove ogni anno vengono uccisi circa 200 transgender. Il tutto solo per aver perso il lavoro.

In ogni caso, al di là dell’episodio specifico (ma neppure troppo specifico, considerato che la situazione di Adriana riguarda molti altri transgeneder stranieri presenti in Italia), la vicenda dimostra ancora una volta non solo i limiti di una normativa che finisce spesso per avallare la violazione dei diritti più elementari e spinge le istituzioni a porre l’accento esclusivamente sull’aspetto repressivo, ma soprattutto evidenzia il profilo sempre più disumano dei famigerati Cie, gli stessi (che cambieranno nome in CPR ma la sostanza è la stessa)che da mesi il ministro dell’Interno Marco Minniti ha annunciato di voler rilanciare collocandone uno in ogni regione d’Italia: carceri dove de facto è sospesa ogni tutela costituzionale e gli internati sono soggetti a ogni forma di abuso, fino al punto di rischiare o addirittura perdere la vita, come si è visto nei casi che hanno recentemente interessato Cona, in Veneto, e Ascoli Piceno, nelle
Marche.