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Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, denuncia un’indifferenza “peggiore di quella dell’Olocausto”

Ernest Alos, El Periodico (Spagna) - 28 marzo 2017

26 aprile 2017

- Link all’articolo originale (ESP)

Il medico, che assiste i rifugiati che approdano sull’isola italiana da 26 anni, ospite al Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona (CCB) racconta l’orrore in “Lacrime di sale”.

Molti medici sostengono che sia necessario erigere una barriera emotiva dinanzi ai drammi che si ritrovano ad affrontare. Non è questo il caso di Pietro Bartolo, l’unico medico di ruolo nella piccola isola di Lampedusa, dove da ormai 26 anni presta le prime cure mediche (o, in troppi casi, svolge esami medico-legali) a migliaia e migliaia di rifugiati. Probabilmente 300.000 dice, anche se preferisce “che si parli di persone, più che di numeri”.

Chi ieri ha avuto modo di ascoltare le sue parole al CCCB (Centre de Cultura Contemporània de Barcelona) ha potuto constatare quanto ancora resti scosso dinanzi ad ogni donna che arriva con ferite laceranti, ad ogni sacco verde con al suo interno una persona morta per affogamento, ad ogni singolo arto che deve amputare per conservare un campione di DNA. Forse perché, come figlio di un pescatore nell’isola più a sud d’Italia, sa bene cosa significhi cadere in mare e restare alla deriva, nel mezzo della notte, nella speranza che qualcuno arrivi a salvarti (episodio che egli stesso ha vissuto a soli 16 anni).

Bartolo è diventato l’immagine del primo soccorso, quello emergenziale, che i migranti e i rifugiati ricevono dopo aver preso il mare dalle coste libiche, relativamente vicine. Ha raccontato la sua esperienza nel film “Fuocoammare”, di Gianfranco Rosi (“c’è fuoco a mare” è il grido di allarme che gli abitanti di Lampedusa lanciano quando si verificano dei disastri nelle acque del mare, siano naufragi o tempeste), e nel libro “Lacrime di sale”, scritto in collaborazione con la giornalista Rai Lidia Tilotta. “Un libro politico”, sottolinea lei, che trasmette “rabbia e pena”.

La sindrome del gommone

Come medico, Bartolo si sente “in imbarazzo” nel dire che probabilmente detiene “il record di essere il medico ancora in attività che ha praticato il più alto numero di ispezioni cadaveriche”. Inoltre, lo irrita particolarmente che si crei allarme sociale sulle malattie che i migranti porterebbero con sé. “Sono persone sane. Certamente possono contrarre delle malattie, ma non si tratta di malattie infettive gravi, eccezion fatta per la scabbia; si tratta delle malattie proprie di chi ha affrontato un viaggio di 2, 5 o 7 anni, con tutte le ferite generate dalla violenza, dalla traversata del deserto, dal passaggio in Libia, che è l’inferno, dall’ipotermia e dalla disidratazione sofferte durante il tragitto”.

Nel suo ambulatorio nell’ultimo anno ha visto il manifestarsi di “una patologia nuova”, che chiama “la sindrome del gommone” e che, come sempre, “colpisce soprattutto le donne”. Pompando la benzina che serve ad alimentare i piccoli motori esterni dei gommoni a bordo dei quali ora i trafficanti fanno partire le proprie vittime, il combustibile va a depositarsi sul fondo, dove le donne trovano riparo per proteggere i propri figli, mentre gli uomini trovano sistemazione sui bordi laterali. Il miscuglio di acqua salata, benzina e sudore del quale si impregnano i vestiti scatena una reazione chimica “che inizialmente genera una gradevole sensazione di calore, per la quale non ci si preoccupa, ma che finisce poi per provocare terribili ustioni chimiche sulla pelle, molte volte mortali o che comunque possono sfigurare il corpo per sempre”.

Storie atroci

Ha esitato molto Bartolo nel raccontare le storie personali confidategli dai suoi pazienti (“storie atroci”, “molto peggiori di quanto pensiamo”, come quella di un giovane nigeriano scappato dal suo paese dopo che gli furono amputati di netto gli organi genitali per aver difeso la sua ragazza da uno stupro, o quelle delle pochissime donne che in seguito alle violenze non restano incinte solo perché hanno iniettato loro degli ormoni per renderle temporaneamente sterili, “perché incinte non valgono nulla sul mercato della prostituzione”), ma alla fine decide di farlo per “senso di responsabilità”, raccontando, per mettersi a pari livello dei veri protagonisti del libro, anche aspetti inediti della propria storia, mettendo a nudo la propria intimità. “Gli ho chiesto di raccontarmi tutto dal profondo del suo io”, precisa la Tilotta. “Per trasmettere tutto quello che vediamo e che i notiziari televisivi in due o tre minuti non possono trasmettere”, aggiunge Bartolo riferendosi tanto al film quanto al libro, “l’arte è un’arma potentissima in grado di arrivare al cuore e alla mente”.

Man mano che parla, il tono di Bartolo si fa sempre più fermo. Secondo lui, l’indifferenza con la quale i cittadini e le istituzioni europee trattano questo dramma “è peggiore dell’indolenza mostrata dinanzi all’Olocausto, perché in questo caso certamente non possiamo dire di non saperne nulla, sta succedendo tutto davanti ai nostri occhi, sappiamo tutto, e per questo abbiamo una responsabilità enorme che sarà una macchia sulla nostra coscienza per l’eternità”.

Che fare?

Bartolo è consapevole del fatto che il suo ruolo è quello del primo soccorso, della cura e, ancor prima di questo, quello di trasmettere calore umano, “affinché possano vedere che arrivano in un paese nel quale nessuno farà loro del male”. È per questo che bisogna darsi da fare, “per evitare che la gente muoia”. Ma tutto ciò non basta, soprattutto perché, afferma, “siamo noi quelli che gli hanno rubato tutto, facendo in modo che siano costretti a fuggire dai propri paesi non solo per cercare una vita migliore, ma semplicemente per sopravvivere”.

Il passo successivo deve essere quello di agevolare corridoi umanitari che consentano di attraversare il Mediterraneo in condizioni di sicurezza (le operazioni di salvataggio hanno provocato un effetto secondario; contando sui soccorsi i trafficanti utilizzano imbarcazioni sempre più precarie, per questo il numero dei naufragi è cresciuto e “le 20 miglia nautiche dalla costa libica si sono trasformate in un cimitero”), oltre a favorire l’integrazione nel continente, evitando la concentrazione delle persone nei ghetti.

Non siamo buonisti”, conclude la Tilotta. “I 180.000 arrivati in Italia lo scorso anno corrispondono a due persone per ogni comune. Non è un’invasione. L’arrivo di persone giovani, che hanno voglia di lavorare e andare avanti, non è un problema per un’Europa invecchiata, bensì un’opportunità. Spero che l’Europa faccia il proprio dovere - ribadisce Bartolo - e si dia da fare”.

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