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La terza accoglienza: un primo bilancio

di Corrado Consoli, operatore del Centro Astalli di Trento

7 aprile 2017

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La morte di Mahamadou Konate e Nohoun Doumbia, trentenni maliani, in un incendio nel ghetto di Rignano hanno fatto tornare al centro dell’attenzione il problema italiano degli “insediamenti informali” del Sud (ma che esistono anche al Nord). I luoghi che da anni mantengono in vita la nostra economia agricola e contemporaneamente sono l’unica reale opportunità di sopravvivenza per troppi migranti, spesso usciti dai progetti di accoglienza per richiedenti asilo. La stragrande maggioranza dei quali, tristemente, in possesso di un permesso di soggiorno per una qualche forma di protezione internazionale.

Un tema che non può lasciare indifferenti gli operatori dell’accoglienza: anche il miglior lavoro sull’accoglienza e l’integrazione non può non tener conto del fatto che una grossa parte delle vite che un operatore incrocerà vedranno un periodo nel mondo dello sfruttamento lavorativo e dell’estrema precarietà abitativa. Per non parlare delle migliaia di casi particolari: neomaggiorenni, persone con vulnerabilità psichiatrica, nuclei familiari e monoparentali, tutte figure particolarmente a rischio quando si avvicina la fine di un’accoglienza che comunque, anche per loro, raggiunge un termine.

Ci sono alternative a questo destino? Sicuramente molte belle storie d’integrazione lavorativa piena e completa, e, dall’altro lato, storie di faticosa ma instancabile accoglienza informale: altri migranti connazionali, parroci, volontari, associazioni ed attivisti stanno sopperendo alle mancanze del mercato del lavoro in un’attività invisibile ma fondamentale. Ci sono poi dei tentativi più istituzionali, un’accoglienza post-progetto più formale e visibile, più “professionale” (sia nel senso positivo che negativo di questo termine) che si pone, però, gli stessi dubbi e gli stessi obiettivi delle accoglienze informali. E’ quello che stiamo provando a fare anche in provincia di Trento, con il Centro Astalli, del servizio dei gesuiti per i rifugiati.

Chiamato, banalmente, “terza accoglienza”, come seguito alla prima e seconda finanziate dal ministero, il progetto ha attualmente 26 posti per persone in situazioni molto diverse: contratti a tempo indeterminato e situazioni di precarietà lavorativa sostenute da realtà di volontariato, un ragazzo con vulnerabilità psichiatrica, una famiglia sostenuta dal servizio sociale ed una mamma rifugiata che ha appena portato a termine il ricongiungimento con il figlio minore.

Il progetto ha un anno di vita, un tempo sufficiente per trarre qualche riflessione: essere un operatore in un progetto di questo tipo permette un contatto più “reale” con il mondo dei migranti. Da una parte, scompaiono dall’operatore quelle ansie e quelle difficoltà dettate dall’essere “person in the middle”, figura a metà tra le esigenze dei migranti e quelle di un sistema burocratico-repressivo, i legami di fiducia con l’utenza accrescono ed il contatto con le comunità locali è più genuino ed efficace.

Dall’altra parte, però, l’accoglienza diventa molto più precaria dal punto di vista economico, dipendente dalle entrate che i migranti, a loro volta lavoratori precari, riescono ad ottenere. Un avvicinamento molto significativo al reale vissuto che è, di conseguenza, anche una forte precarizzazione delle prospettive di lungo periodo. Ma anche capace di avvicinare due mondi troppo spesso in conflitto, quell’accoglienza formale ed informale, che, quando fatte con passione ed attenzione, hanno più punti in contatto di quello che si possa immaginare.

Un lavoro che merita di essere portato avanti: varrebbe la pena capire quanti, in Italia, lo stanno facendo. E che non può, tuttavia, proseguire distaccato dagli sviluppi legislativi e politici: nel mondo dell’approccio hotspot, del decreto Minniti e dei CPR, della tendenza sempre più espulsiva e marginalizzante delle norme e delle prassi, sarà sempre più difficile fare accoglienza al servizio di una comunità. Che sia prima, seconda o terza.