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tu guardia, io punisco. La legge Minniti - Orlando

di Vanna D’Ambrosio, operatrice sociale

18 aprile 2017

Riceviamo e pubblichiamo volentieri queste riflessioni scritte dopo la prima assemblea autoconvocata degli operatori sociali contro i decreti legge Minniti-Orlando dell’8 aprile a Roma.

L’integrazione, in Italia, è quando l’interazione tra governati e governanti si risolve in una occasione che i primi devono cogliere come chance che il territorio gli presenta, quando la nazionalità stessa diventa forma passiva di accettazione di regole o solo un desiderabile per la legalità e quando il lavoro diventa una garanzia a nome della stessa o uno stimolo per acquisirla.

Adesso che i ministri Orlando e Minniti sono intervenuti con i decreti - ora leggi - sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, - l’Adamo ed Eva dei nostri tempi - il nostro comune esser-ci è schiacciato nei concetti di legalità, devianza, sicurezza, criminalità, clandestinità e negazione, come procedure verso l’integrazione.

Succede che, al sindaco, oltre ad essergli conferito una sorta di facoltà estetica riguardo a ciò che è decoroso e ciò che non lo è, con conseguente modifica discrezionale del tessuto urbano, è anche concesso il potere di adottare il daspo per situazioni di grave incuria o degrado del territorio con riferimento alle esigenze dei residenti, allontanando da quel luogo chi e quant* disturbano, per 48 ore.

Vuoi che il primo pinco pallino decida che proprio quella piazza deve essere bianca e l’altra nera; che in quello spazio non si possa suonare o manifestare; scambiarsi delle idee; sensibilizzare; vuoi che decida che tu, cattivo, non devi starci, o che quegli ambulanti o quei giocolieri che lavorano proprio lì da anni, non debbano farlo più; vuoi che questo piccolo pallino decida un coprifuoco, e, ad esempio, per gli immigrati; vuoi che questo succeda è immediatamente ordinanza.

Chiunque, a seconda delle esigenze, delle problematicità e dello “spread” terroristico, può essere stigmatizzato sul territorio di quel pinco pallino, con il diritto, certo, di sottrarre agli abitanti sia la libera fruizione delle aree pubbliche, dove ci si incontra per percorsi, esperienze e storie ma anche di appropriarsi dei nostri movimenti e di limitarne la libertà, con un “io qui non posso entrare”, mistificando il tratto peculiare del movimento di persone come matrice di elaborazione di nuovi patterns sociali, culturali e politici.

In questa nazione dove ormai tutti gli spazi sociali sono banditi e si fa irruzione nelle università, quando la solidarietà diventa un reato e l’aria che tira è repressiva e coercitiva, è facile immaginare come questi dispositivi siano strategie apposite di controllo, di formazione della categoria dell’estraneo e del sospetto e finalmente di discriminazione.

Nei periodi di crisi della democrazia, notava Eugen Weber più di dieci anni fa, “l’insoddisfazione e la paura diffusa possono concentrarsi sugli Altri che vengono accusati di togliere alla gente il posto di lavoro, il pane di bocca, la sicurezza delle strade del denaro versato con le tasse. In periodi simili i vicini diventano nemici e il nazionalismo occasionale si trasforma nella xenofobia del noi contro loro […] La democrazia esprime spesso i pregiudizi della maggioranza e non solo i suoi sentimenti e le aspirazioni migliori”.

Aspirazione migliori, che , in questo caso, conducono direttamente ai più ampi fenomeni di gentrification, ghettizzazione e pregiudizio. Un decreto siffatto, infatti, bene si presta alla semplificazione del “problema”, in un caso, come quello del Pigneto, dove il divieto di renderlo frequentabile agli immigrati, eliminerebbe, per lo Stato, la mafia della droga e, nello stesso tempo, la bellezza della multietnicità, facendo di tutta l’erba un fascio. Se, difatti, “il modello che ha sempre differenziato l’Italia da altri paesi d’immigrazione è stato storicamente quello di un arcipelago migratorio in cui ad un’estrema frammentazione di provenienze corrisponde una distribuzione spaziale dispersa; in questo modo invece ci muoviamo verso un modello multiculturalista europeo, in cui si possono creare quartieri ghetto, zone in cui si concentrano disagio e conflitto. In qualche modo questa è l’altra faccia [...] un futuro di ulteriore conflitto per le nostre città, che dobbiamo fare di tutto per evitare”.

Per contorno, Minniti ed Orlando hanno deciso, che, se qualche sindaco, in questo clima già razzista, il “tallone d’Achille” della politica italiana, volesse, dunque, riaprire il confino per i “migranti ospiti” o vietare ai “bambini migranti” di giocare tra le mura di quello spiazzo perché infastidiscono gli abitanti, deve, tenacemente, servirsi di chi sorvegli le persone che lui punirà. Affidandogli il ruolo di pubblico ufficiale, i ministri lo ritrovano nel responsabile del centro di accoglienza, de-localizzando parte del suo potere di controllo ed implicandolo, contro natura, in quel sistema burocratico per cui le biografie umane dell’intera migrazione si perdono, purtroppo, in un una casistica essenziale e non hanno spessore antropologico.

Al responsabile è affidata, poi, la comunicazione delle procedure della domanda di asilo al richiedente, che notificate tramite pec dalla questura, è ritenuta, comunque, da loro perfezionata entro 20 giorni anche se il richiedente non c’è, non è reperibile, non capisce, si incazza e si dispera. L’operatore sociale, diventa, per magia, incaricato del responsabile, incaricato del pubblico ufficiale.

Metti caso, dunque, l’operatore debba denunciare i ribelli al coprifuoco durante il turno notturno o comunicare un diniego ad un ospite, in uno dei centri di accoglienza più equilibrati, le due azioni, nella pratica, potrebbero risolversi così:
Esempio 1:Non hanno firmato 49 persone su 134. Adesso devo comunicare questi nominativi, spero di non sbagliare, non posso denunciare uno per un altro, perciò devo controllare effettivamente chi è presente e chi non lo è, non posso fare affidamento al registro presenze perché spesso sbagliano a firmare. No. Qui molti hanno firmato con la X, chi sono? Devo fare il controllo uno per uno in struttura, 4 piani. Ma in ufficio chi lascio? Se rientra qualcuno di loro? Lo lascio fuori? Adesso non posso. È ora di cena, la devo distribuire. Ma un altro a lavorare non c’è? Adesso distribuisco o controllo? Chi denuncio? Arrivano tardi perché i mezzi pubblici arrivano sempre tardi. Stiamo sopra il monte lodato, qui. Calma, almeno inizio a comunicare i nomi di cui sono certissima. Maledetto pc! Si è bloccato di nuovo!

Esempio 2: "Non è possibile! L’hanno diniegata! Con un bebè. Come glielo dico? Non parla né francese né inglese, solo il suo dialetto. Il mediatore viene una volta a settimana e si deve aspettare una settimana! Non avrebbe modo di fare ricorso. Io l’ho sempre rassicurata che sarebbe andata bene, adesso penserà che le ho detto bugie. È un periodo difficile, per lei, ha appena avuto un lutto per la guerra nel suo paese; io non glielo posso dire, non è il mio ruolo questo".

La legge Minniti-Orlando mina alla base la costituzionalità dell’accoglienza e dell’asilo, depauperandolo ulteriormente, e quando vuole il centro di accoglienza come una caserma di guardie e ladri, denaturandolo dal suo essere “rifugio”, e quando nega la peculiarità e l’indispensabilità del lavoro di operatore sociale che si fonda sull’essere altro dal governo, in un ruolo di terzi che si manifesta in un rapporto di disponibilità sociale, come mediazione all’ordine legislativo, che seleziona chi è legale e chi illegale.

Gioco con i bambini in mancanza di centri ricreativi o, se ci sono, lontani anni luce dalle nostre periferie; sono il divano terapeutico dove le donne accomodano le esperienze che lasciano; sono la maestra dei ragazzi quando le classi per stranieri sono sovraffollate; sono una valvola di sfogo per chi mi riconosce amica, sono una persona da abbracciare quando si accorgono di non avere solo il numero della questura; sono il bastone di molti quando le strutture non sono adeguate; sono il riflesso di tante ragazze come me, loro sono il mio; sono chi si dispera con loro per un diniego, sono una che preferisce i ponti ai muri; sono una ragazza che tante volte ha disturbato e bivaccato, che ha manifestato e che ha dormito in stazione, sono una cittadina e un’operatrice sociale, contro l’ineluttabilità dell’inuguaglianza e della disparità.

La sovranità, vedi Agamben, deriva il suo potere dal creare stati di eccezione, dove si decide della vita e della morte delle persone, dell’accoglienza e dell’allontanamento, del rifiuto e dell’ospitalità, provvedendo a delimitare una gamma di esclusi e di inclusi soprattutto in zone in cui si interviene in nome della sicurezza e dell’integrità, facendone simbolo di terrorismo, violenza e di povertà ai confini, prodotti emblematici di un set di ansietà non solo sulla nazionalità ma anche sulla località. Restituire questi luoghi alle persone, come luoghi di confronto, di incontro e scontro, di integrazione, conoscenza, comunicazione, reciprocità, è sottrarli alla manus lunga del potere locale, nazionale e transnazionale che, in nome dell’umanitaresimo, dello sviluppo e della sicurezza globale controllano la vita di moltissimi di noi e tantissimi rifugiati.

Disertare alla legge Minniti - Orlando è comprendere che la nostra storia e la nostra presenza sono le risorse per controllare le possibilità plurime del futuro, attraverso la conciliazione morale, politica, economica e storica con il passato, 500 anni di guerre che dovrebbero definitivamente finire.

Nelle nostre mani, solidali, è la consapevolezza che ogni forma di potere è creata esclusivamente dal basso e che non esiste, alle origini delle sue relazioni, una contrapposizione tra oppressi e oppressori, in grado di invertire la rotta, in nome dell’aspetto conciliatore e non punitivo del convivere. C’è la legge e poi c’è quello che è giusto.

#iodiserto

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