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Ventimiglia, dove il caffè è più buono

Un reportage durante le iniziative pasquali

1 maggio 2017

di Irene Bartoli e Marta Peradotto

Esistono due città, due Ventimiglie si giocano l’attenzione del mondo sul confine franco-italiano. La prima, città di mare dalle strade affollate per il mercato del venerdì, è fatta di gente che passeggia per il lungomare, che chiacchiera nei caffè.
Poi c’è quella sotterranea, la babele in cui si confondono gli idiomi e le storie cominciano in paesi lontani. È la Ventimiglia degli shabab, della gioventù in cammino, dei troppi che sono diventati adulti sulla strada per l’Europa. Attualmente vi sono centocinquanta migranti nel centro del "Parco Roja" gestito dalla Croce Rossa Italiana, entrati previa identificazione, mentre le cosiddette categorie a rischio – donne e minori non accompagnati – trovano assistenza presso la Chiesa di Sant’Antonio nel quartiere delle Gianchette, dove operano Terre des Hommes, Happy Jungle, Intersos e Medici Senza Frontiere.
Ma, nonostante le strutture presenti, circa trecento persone vivono tutt’ora sulle sponde del fiume Roja.

Ventimiglia, la prima delle due, è un posto tranquillo, in cui si alternano il fascino decadente dei borghi liguri nella città vecchia e la ricercatezza delle sue vie più moderne. Una città toccata solo marginalmente dalla più recente crisi economica, che tre anni fa elesse un giovane sindaco di centro-sinistra, Enrico Ioculano, in netta controtendenza con l’assunto che abbina a un impoverimento della classe media un rafforzamento del nazionalismo. Eppure Ioculano, nonostante abbia sapientemente creato attorno a sé una retorica che lo fa apparire come un crociato dell’accoglienza, si è rivelato tutto fuorché solidale, promulgando una serie di direttive e ordinanze, la peggiore delle quali vieta la somministrazione di cibo ai migranti (la revoca è avvenuta solo pochi giorni fa), e pare determinato a ostacolare la catena di soccorsi umanitari che si era avviata da entrambi i fronti del confine.
Da ormai due anni le due frontiere di Ventimiglia, quella alta del Ponte San Luigi e quella bassa del Ponte San Ludovico, sono mira di scontri infuocati che hanno coinvolto molte realtà diverse.
A partire dal 2015, gli attivisti no-borders italiani e internazionali hanno costituito un presidio ai Balzi Rossi, nei pressi della frontiera bassa, poi sgomberato. Nel frattempo, tra maggio e agosto dello stesso anno, veniva adibito a centro d’accoglienza spontaneo la chiesa delle Gianchette, mentre l’anno successivo il presidio di emergenza della CRI alla stazione di Ventimiglia veniva dismesso e allestito un vero e proprio centro di accoglienza al Parco Roja. Date le politiche ricattatorie del regolamento del centro, che offriva i propri servizi di assistenza solo a chi accettava di essere identificato, dal febbraio 2016 si è ricreata una situazione di accampamento selvaggio sul lungo-fiume culminato alla fine dello scorso maggio con un imponente rastrellamento, dove solo circa centocinquanta persone sono riuscite a salvarsi riparando nella Chiesa di San Nicola da Tolentino.

Fortunatamente, però, la rete solidale non si è arrestata. Abbiamo preso parte al raduno italo-francese a Flayosc presso la Fattoria de “La Redonne”, un ritrovo di due giorni organizzato dagli attivisti francesi al fine di conoscere la situazione dei migranti sul versante italiano del confine. Durante le giornate si sono svolti workshop e approfondimenti su rotte migratorie, normativa e relativi aggiornamenti della stessa in Italia e uno specifico panel sulla situazione attuale del Sudan, Paese natale di molti dei ragazzi presenti a Ventimiglia e nelle limitrofe regioni d’oltralpe. Obiettivo dell’incontro era anche quello di coordinare le azioni di resistenza e accoglienza sia dalla parte francese che da quella italiana.

Ed eccoci arrivati a domenica, la giornata più importante per chi è di fede cristiana. La Pasqua, nell’accezione ebraica, può essere letta anche come “attesa”. Già, attesa... Quella sicuramente si respira a Ventimiglia, l’attesa di un cambiamento, di un’apertura, del superamento delle frontiere. Ma anche quest’anno dentro le uova di cioccolata nessuna sorpresa, solo un’effimera tregua delle ostilità con la decisione di sospendere in modo provvisorio l’ordinanza sulla distribuzione di cibo e aprire temporaneamente il centro della Croce Rossa ai migranti non registrati presso lo stesso per la distribuzione del pranzo, con la garanzia che non sarebbero stati identificati. Facendo un bilancio degli esiti di tale iniziativa, possiamo affermare, a fronte delle trecento persone non inserite nel campo, che solo trentasei di queste hanno usufruito del pasto, come confermato da un operatore del centro. In cambio, le restanti circa duecentosessanta persone hanno continuato il periodo di Quaresima, come i più osservanti dei cristiani, pur essendo in maggioranza musulmani. Il loro digiuno non è stato interrotto nemmeno dalla lodevole iniziativa dei no-borders e solidali dei due versanti della frontiera in quanto la paura di essere fermati per aver accettato del cibo l’ha avuta vinta sulla fame. E così la Pasqua a Ventimiglia non ha visto risorgere l’umanità, ma solamente l’ipocrisia.

Parco Roja, CRI, visto dalla strada

Alcuni tentativi di alleggerire il clima di tensione e riportare l’attenzione sul problema delle frontiere sono stati fatti dagli attivisti dei due versanti italiano e francese. Dall’iniziale progetto di organizzare un pic-nic pasquale in spiaggia a Ventimiglia, violando l’ordinanza del Sindaco che prevedeva la non somministrazione di cibo ai migranti per strada, si è passati, considerata la situazione di estrema tensione e controllo degli attivisti italiani residenti sul territorio e preso atto della paura di molti migranti a partecipare al pic-nic con il rischio di venire identificati e segnalati alle autorità, a organizzare sul momento una manifestazione a Menton; il corteo ha proseguito poi verso il confine franco-italiano, venendo continuamente osteggiati da un ingente spiegamento di uomini della Gerdarmerie in tenuta anti-sommossa, assolutamente improprio per arrestare un corteo pacifico e disarmato composto anche da bambini ed anziani.
Addirittura, tre persone di nazionalità francese sono state tratte in stato di fermo e rilasciate il giorno successivo.

In Italia, alcuni attivisti del “Progetto 20k” hanno portato sulla spiaggia di Ventimiglia, supportati da un gruppo scout, il pasto preparato da Delia, proprietaria del Bar Hobbit vicino alla stazione, e hanno creato uno spazio di socialità in cui solidali italiani e francesi e i migranti che hanno deciso di uscire allo scoperto e partecipare al pranzo hanno potuto condividere il desco pasquale assieme. Neanche a loro è stato concesso il privilegio di una giornata di festa, infatti sono stati fermati e identificati dalla Polizia mentre si stavano accingendo a lasciare la spiaggia.
Il “Progetto 20k” nasce tra Milano e Bergamo, coadiuvato da persone che avevano conosciuto in prima persona la situazione ventimigliese l’anno precedente. Alcuni di loro hanno deciso di prendere residenza fissa a Ventimiglia, affittando una casa in una frazione limitrofa, usata a staffetta dagli aderenti al progetto. Il gruppo, che intende costituirsi in associazione, ha lanciato l’idea di un progetto estivo che prevede l’apertura di un punto informativo e di distribuzione in loco. Al momento le azioni che portano avanti sono il monitoraggio della situazione dei migranti in città e un’informazione proveniente da fonti dirette, soprattutto testimonianze dei migranti, in contrapposizione all’informazione spesso mediata e parziale trasmessa dai media mainstream, così da favorire una circolazione più veloce delle notizie reali e una documentazione delle deportazioni dei migranti verso il Sud Italia e degli abusi delle forze dell’ordine. A livello di soccorso, si occupano, coordinandosi con la rete solidale che agisce in loco, di assistenza legale di base e distribuzione di aiuti alimentari e vestiti. Queste attività hanno lo scopo non solo di soddisfare i bisogni primari dei migranti in difficoltà, ma anche di creare un’iniziale relazione tramite un approccio rilassato e fuori dagli schemi convenzionali della dinamica straniero-europeo.

Ma di dinamiche che sorprendono il senso comune di questa cittadina ce ne sono. Ad esempio, c’è questo Bar Hobbit – per l’appunto, quello del brunch in spiaggia - piccolo e accogliente, che si è rivelato decisamente controcorrente in questi tempi di razzismo strisciante e malevolo. Già, perché da circa un anno l’utenza del bar è cambiata, buona parte dei ventimigliesi hanno scelto di rinunciare al sorriso e al caffè con cui Delia faceva iniziare loro la giornata, forse perché in quel bar si respira una bontà che adesso non è più di moda, perché chi mostra la propria empatia con orgoglio semina interrogativi scomodi in una società egocentrica e talmente assuefatta alle tragedie del nostro giovane secolo da non indignarsi più, da accettare tutto senza alcun risveglio di coscienza.
Con Delia abbiamo parlato, le abbiamo chiesto che cosa spinge una persona a cambiare da un giorno all’altro la propria vita, rimettendo tutto in gioco e rischiando di perdere la propria sicurezza economica, lavorativa e sociale. La sua non è stata una scelta, bensì una necessità, quella di non voltarsi dall’altra parte quando si è trovata di fronte una mamma e due bambini per strada a stomaco vuoto in pieno inverno, “perché”, ci dice Delia, “lo riconosci un uomo che ha fame. Non l’appetito che possiamo provare noi, proprio la fame che ti consuma”.
Tanti la accusano di non privilegiare abbastanza i propri connazionali disagiati, ma a questa assurda pretesa che esista una gerarchia dei bisognosi Delia risponde “Ma io li aiuto, pago le tasse. Non sono certo io che ho ridotto l’Italia in povertà!”. E intanto prosegue la sua opera dentro e fuori il locale: ricarica i cellulari, regala giocattoli e pennarelli ai più piccoli perché possano riscoprirsi bambini almeno per qualche ora, aiuta a trovare casa e lavoro a coloro che decidono di fare domanda di asilo a Ventimiglia, da lezioni di lingua italiana… Ma dove il singolo può dare un piccolo contributo, un’organizzazione riesce davvero a migliorare la difficile situazione del confine perché, parole sue, “più siamo, meglio è. Questo locale può essere un punto di incontro tra associazioni e persone per scambiarsi informazioni ed idee. Ed è servito a me per prima, perché ho conosciuto molta gente e insieme si riesce a fare di più”. E ringrazia chi è arrivato per primo, “chi mi ha fatto una piccola pubblicità iniziale perché da quando è stato mandato in onda il servizio di Gazebo (trasmissione televisiva di Rai3, nda), sono stata contattata da molti che volevano aiutarmi, soprattutto il Movimento Arturo (movimento che ricalca le dinamiche della sinistra nato dallo stesso Gazebo, nda), che mi ha spedito generi alimentari, come biscotti, che posso distribuire ai ragazzi”.

Il giorno seguente, Pasquetta, invece di onorare il significato della giornata con la tradizionale scampagnata “fuori le mura”, tutto è tornato come prima: le mura ben serrate, i rastrellamenti in stazione, la città presidiata con continui controlli e posti di blocco nei punti di confine e in tutta la Val Roja. Finite la bontà d’animo che la cristianità impone durante la Santa Pasqua, alla Chiesa di Sant’Antonio il frusciare quieto dei rami d’ulivo viene rimpiazzato dall’assordante ripetizione delle sirene delle volanti che verso le 21 del lunedì di Pasquetta avviano una serie di rastrellamenti per le vie di una Ventimiglia che si sta per addormentare. Alla stazione, alla frontiera, sul sagrato della chiesa delle Gianchette, i migranti sono fermati con la richiesta di seguire le forze dell’ordine per un “controllo” e iniziano uno sfiancante iter: Questura, procedure d’imbarco per i pullman che li porteranno all’hotspot di Taranto, un viaggio di quindici ore verso il Sud Italia e poi il ritorno, perché le migrazioni non si fermano solo perché vengono applicati mezzi tanto infimi. A Taranto non sono segnalati nuovi sbarchi per cui i migranti ivi registrati provengono tutti da ricollocamenti da altre parti d’Italia.

L’inefficacia di queste vere e proprie deportazioni, attuate con l’intento di alleggerire la pressione verso le frontiere come Como o Ventimiglia e, di conseguenza, di non catalizzare l’attenzione mediatica italiana ed estera su situazioni che sottolineano come il nostro Paese sia impreparato ad accogliere degnamente gli imponenti flussi migratori che lo attraversano, è evidenziata dalla stima delle presenze alla frontiera. In media vengono fatti partire due bus alla settimana con a bordo cinquanta persone ciascuno, ma il numero delle presenze fisiche a Ventimiglia non decresce: tra i nuovi arrivati e chi ritorna dal Sud ogni giorno giungono duecento migranti sul confine. Forse perché il problema non sono le migrazioni, come ci spiega Mohamed, incontrato sulla spiaggia di Ventimiglia il giorno di Pasqua e, guarda il destino, anche del suo compleanno, "il problema è l’ottusità dell’Occidente che vuole vedere muri dove in realtà ci sono solo fiumi, mari e montagne".

Alla fine, in quest’Italia che qualcuno vuole bianca e cristiana, qualche cristo è rimasto nel giorno del Signore su una spiaggia di un Paese in cui non vuole stare, solo, malvisto, stanco e con il poco cibo che brave persone, non importa di quale religione, sono riuscite a portare.
Per fortuna, la Ventimiglia che il mondo vuole ignorare può sempre contare su un sorriso amico e sul caffè di Delia, che - l’abbiamo provato - ha un sapore più buono che da ogni altra parte.

Irene Bartoli
Marta Peradotto

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Per chi volesse aiutare Delia nel suo progetto di solidarietà, può inviare generi alimentari non deperibili, vestiario uomo/donna/bambino, giocattoli, pennarelli e albi da disegno all’indirizzo:

Delia Bonuomo
“Bar Hobbit”
Via Hanbury 14/a
18039 Ventimiglia (IM)

Recapito telefonico: 0184 33575