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Ventimiglia: sogni senza cassetto

di Claudia Terragni

4 maggio 2017

Ha un nome che suona come una promessa.

Resti un po’ deluso quando ti rendi conto che anche tu sei caduto nel tranello svelato da Wikipedia: “si è diffusa l’erronea credenza che il nome della città derivasse da una distanza stradale, anche perché effettivamente, per una curiosa coincidenza, l’abitato di Ventimiglia dista circa 20 miglia nautiche dalla vicina città francese di Nizza”. Ne bastano 6 di miglia per arrivare a Mentone, primo comune francese dopo il confine. La Francia è lì, subito dopo la montagna.

Me lo indica con un dito affusolato un ragazzo di non più di vent’anni, dal Sudan. “Guarda! Il mio futuro è lì”. Praticamente già la vedi, ne avverti la vicinanza, riesci quasi a tastarla, la Francia, ad annusare la tangibilità dei tuoi desideri, sempre più prossimi.

Ventimiglia suona, suona come una promessa. Ma la musica si spegne. La realtà fa troppo rumore per potersi lasciar cullare dal dolce sussurro delle speranze. Le sirene delle volanti sono più urgenti da ascoltare.

La situazione a Ventimiglia è inevitabilmente tesa. Riuscire a passare la frontiera francese non è uno scherzo, qua non si gioca mica a guardia e ladri come da bambini nel cortile della scuola. Sotto il ponte che passa sul fiume della Roia, poco distante dalla stazione, attualmente vivono più di 200 persone e solo la sera del 2 maggio sono stati distribuiti più di 300 pasti, serviti da volontari.
Molti migranti vengono dal Sudan, Etiopia, Eritrea, Marocco, Tunisia. Sono in viaggio da anni ormai e sono sull’orlo di un nuovo inizio, di un nuovo stato oltre il confine. La maggior parte di loro tuttavia è dublinata: per l’applicazione del regolamento di Dublino, una volta individuati, i profughi vengono rispediti nel paese dove gli sono state prese le impronte digitali per la prima volta. Sanno bene che oltre la frontiera non li attende un inizio da favola, la Costa Azzurra non si apre con un “c’era una volta un Paese che accoglie”. E i risultati del primo turno delle presidenziali francesi certo non incoraggiano a provare fiducia verso una regione che ha visto vittorioso il Front National. Se vieni scoperto in Francia c’è respingimento immediato e per questo molti optano per le soluzioni più pericolose. In tanti muoiono sui binari del treno, in autostrada o tra le montagne. Un ragazzo è morto sul tetto del treno.

Le donne e i bambini sono ospitati in una chiesa proprio davanti al ponte, dove stanno un massimo di 80/100 donne e meno di una decina di bambini con un limite di età da poco abbassato da 16 a 14 anni. Qui intervengono varie ONG tra cui Medici Senza Frontiere (con un’ostetrica e uno psicologo), WeWorld, Intersos. C’è poi un campo della Croce Rossa che accoglie al massimo 250 migranti maschi e maggiorenni, limite che è appena stato alzato sempre con la presenza di varie associazioni non governative che hanno in realtà poca agibilità (MSF, Intersos).

Questi interventi non sono sufficienti a rispondere alle impellenti urgenze di un numero molto più alto di migranti. La necessità di aiuto non è soddisfatta. Oltretutto c’è un gap strutturale che ignora i ragazzi tra i 14 e i 18 anni, troppo piccoli per il campo della Croce Rossa e troppo grandi per essere accolti in chiesa (salvo qualche eccezione). Il campo della CRI è lontano dalla città, con nessun servizio, nemmeno l’assistenza legale e con la polizia che prende le impronte all’ingresso e presidia giorno e notte la struttura. La situazione è istituzionalmente incapace di accontentare i bisogni primari di tutti.
E dove le istituzioni lasciano buchi scoperti, qualcun altro provvede. Da un lato l’illegalità dei passeur e dei trafficanti di donne vittime di prostituzione forzata. Dall’altro i volontari.

A fianco del baroccheggiante orchestrare di polizia e forze dell’ordine, a fianco dell’evitamento di molti e della più o meno autentica ignoranza di abitanti e turisti, ci sono volontari e attivisti che cercano di rimediare alle mancanze della società. Persone ancora capaci di indignarsi.

Delia è una donna sulla sessantina, gestisce da anni un bar poco lontano dalla stazione. Lei è tra i pochi che non ha lasciato che il proprio senso umano smettesse di urlare. Ha seguito questo grido, si è lasciata guidare dall’istinto, da quell’empatia che restituisce dignità anche a un ragazzino con nove strati di vestiti luridi addosso. Ha lasciato che la solidarietà prevalesse sulla paura e sulla razionalità. Poco importa la posta in gioco: tutti i giorni mette a rischio l’attività del bar e la propria vita in sé e per sé. Il negozio pullula di profughi che possono fermarsi a riposare, ricaricare i cellulari, avere da mangiare se sono bambini e non hanno la possibilità di pagare. Delia ha aperto le porte, ma il riconoscimento della comunità non è stato degno della grandezza della sua scelta. In pochi ne hanno colto la profondità: è stata capace di guardare oltre il vincolo delle regole contingenti della quotidianità, ha adocchiato la rivoluzione e l’ha messa in atto [1]

A Ventimiglia sei in prima linea, o tutto o niente.

La situazione sembra migliorare, ma non è così: pochi giorni fa è stata ritirata l’assurda ordinanza che vietava di dare da mangiare ai profughi, ma nonostante questo atto sia stato esibito come segno di integrazione, il clima di allerta in città rimane palpabile.

Una sera un gruppo di una decina di ragazzi etiopi ed eritrei ci racconta la loro storia, intorno a un tenue fuoco improvvisato sotto il ponte. Hanno tutti 16 anni e un mare di idee e voglia di vivere. C’è chi vuole studiare ingegneria, chi diventare calciatore, chi musicista, chi meccanico. C’è anche un futuro centometrista che ridendo scherza: “è molto utile scappare dalle retate della polizia che cerca di riportarci a Taranto… così faccio allenamento due o tre volte al giorno!”. Sogni nel cassetto che chissà se mai si realizzeranno. Cassetto di un comodino che non c’è, a fianco di un letto che non c’è, in una casa di vento e pioggia. I loro desideri scintillano limpidi nel vorticare delle ceneri che il fuoco soffia via, verso l’alto, verso il cielo, traghettate dall’aria salmastra lontano, oltre le montagne. Inshallah.

Non è semplice neanche per i solidali e le ong attive sul territorio. In un mondo dove il soccorso umanitario non solo non viene elogiato, ma viene addirittura messo in discussione, portare avanti attività a favore del diverso è una vera e propria lotta. Secondo un sondaggio di Ixè per Agorà, oggi crede nelle ong solo il 34% degli italiani, il 48% non si fida, il 18% non si è espresso. A Ventimiglia tutto questo è evidente e gli attivisti subiscono una costante pressione e continui intralci ai loro progetti di monitoraggio, informazione e supporto. I volontari, sia italiani che francesi, cercano di fornire cibo, vestiti, coperte, medicine, accompagnano ragazzi all’ospedale, li aiutano a contattare le loro famiglie, organizzano iniziative di sensibilizzazione e protesta contro i continui maltrattamenti della polizia lamentati dai migranti.

Forse la distanza che realmente separa i centinaia di migranti di Ventimiglia dal loro futuro non sono le poche miglia da lì al confine.