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L’operatore dell’accoglienza e la distanza giusta

di Daniele Colombi, operatore sociale

11 maggio 2017

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Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.
Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, 1851

Una nuova professione

L’operatore dell’accoglienza può essere considerata una “nuova professione”, una figura con pochi riferimenti accademici ed epistemologici, senza un albo professionale e con uno storico di dati pressoché inesistente.

Obbligati a “navigare a vista”, gli operatori si trovano ogni giorno ad attingere dalle proprie conoscenze, personali e professionali, per approcciarsi al meglio agli utenti (richiedenti, beneficiari, diniegati) ospiti delle varie cooperative sociali.

Mettendo a confronto le diverse storie degli operatori si viene dunque a scoprire come ci sia un panorama professionale dietro a questa figura che ricorda un mosaico, un patch-work. Si incontrano educatori professionali, psicologi, counselor ma anche persone che si avvicinano al sociale per la prima volta, arrivando da esperienze completamente diverse.

Questa fotografia della figura dell’operatore è asettica, non ha dunque alcuna valenza né positiva né negativa. Un valore però lo acquisisce la gestione della professionalità stessa. Queste persone, prive di una matrice accademica comune, prive di teorie di riferimento, hanno bisogno di accedere alla giusta formazione on the job e di confrontarsi in equipe multidisciplinari nelle quali portare il cubo di Rubik emotivo che ogni giorno si sviluppa nella relazione d’aiuto.

Partecipando a convegni e momenti di formazione, la richiesta che gli operatori sembrano urlare in silenzio è quella della gestione emotiva della giusta distanza.
La persona che lavora con i richiedenti è accerchiata da emozioni che, se non gestite in maniera corretta, rischiano di “risuonare” in maniera talmente forte da toccare l’operatore stesso, con il risultato di avere due persone con quel problema/disagio.

Giusta distanza nella relazione significa quindi poter ascoltare e sentire questa risonanza come strumento di comprensione, di condivisione ma con la capacità di contenerla senza identificazione e senza quindi esserne sopraffatto.

Uno degli obiettivi di una buona relazione educativa attuata da un operatore è proprio questo, è un allenamento continuo a sentire ed essere consapevole del proprio sentito in modo da distinguerlo da quello dell’altro e avere quindi potere di azione, possibilità di vedere altri punti di vista, altre vie di esplorazione di problema e risorse per contenere, sostenere e agire in modo differente e congruente verso le proprie inclinazioni naturali.

Senza uno spazio di condivisione, il rischio è che l’operatore, nella sua solitudine, cada nel meccanismo del "salvatore", del buon samaritano, trovandosi incastrato in un ruolo disfunzionale.

Avendo invece la possibilità di portare i pensieri all’interno di un’equipe multifunzionale si può lavorare per riconoscere la risonanza emotiva che porta a riconoscere le emozioni e distinguerle per arrivare ad apprendere il metodo dell’ascolto attivo in modo da:
1. distinguere il disagio del richiedente da quello dell’operatore (reale/indotto);
2. ascoltare e facilitare, non dare subito consigli o direttive;
3. rispettare le scelte e le azioni di entrambi, riconoscendo che ognuno ha la propria responsabilità e potere personale.

Il confronto aiuta a ri-conoscere i momenti di “fusione” emotiva con l’altro e a ricordarlo nel tempo, a non smarrire la bussola dei legami per tenere a mente che la troppa vicinanza genera distanza, come dice Colombero: “L’empatia è proprio la capacità di “sentire con” ponendosi alla “distanza giusta”: la distanza giusta è quella di chi compartecipa senza lasciarsi ingorgare e sommergere dalla emotività altrui, con il risultato di affondare entrambi”.

È qui che si inizia a parlare di attenzione, intesa come impercettibile movimento del cuore che sa arrestarsi con pudore di fronte alle emozioni dell’altro, come dice Simone Weil l’attenzione è “uno sforzo negativo”, un trattenerci con rispetto, un “guardare indietro” l’emozione che è comunicata, stando in semplice ascolto delle sue vibrazioni più segrete, senza pretendere di esaurirla con la comprensione concettuale immediata.

Pudore e attenzione divengono, allora, i luoghi autentici dove le diverse emozioni e i diversi sentimenti devono solo sfiorarsi, rispettando, quasi con una tensione mistica, quelle zone del “non detto” che l’anima vuole custodire nel suo fondo per conservarne intatta la purezza e l’irriducibilità.

L’operatore in grado di fare questo è colui che ha colto l’essenza della relazione educativa, è colui che attua una (ri)comprensione del suo operato cogliendo l’effetto che la sua azione ha sull’altro e lo fa basandosi proprio sui suoi limiti, riuscendo a restare con atteggiamento pudico nella tensione relazionale. La sua forza sarà la consapevolezza di ciò che l’altro può aver bisogno ma, soprattutto, la conoscenza del limite di ciò che potrà offrire.

Solo evitando di avvitarsi nella spirale dello spirito salvifico insito nelle professioni d’aiuto l’operatore diventerà strumento di auto-educazione nelle mani del richiedente e riuscirà così ad indicare la giusta strada verso l’autoaffermazione, spezzando le dinamiche ataviche di relazione di dipendenza tra persone e fermando quello che in psicoanalisi si chiama “coazione a ripetere di antichi copioni”.

Daniele Colombi
Cooperativa Sociale ProSer Valcamonica Onlus